La rave ‘glio finanziere (di Patrizia Carucci)

Il tabacco è stata una delle colture più diffuse sul territorio agricolo di Cori. Ormai è definitivamente sparita, ma fino alla metà del secolo scorso era molto fiorente e abbastanza remunerativa. I maggiori guadagni li ricavavano coloro che si dedicavano alla vendita clandestina, al contrabbando. Le qualità di tabacco erano “Moro” e “Erzegovina”, quest’ultima conosciuta in corese come “Zzecoìna”.

Le piantagioni, più o meno grandi, erano sotto il controllo dello Stato che ne aveva il monopolio. Dalla semina, al trapianto, al raccolto fino alla consegna il coltivatore e la merce erano soggette al controllo capillare della Finanza. Le piantine messe a dimora erano contate e la perdita anche di una sola doveva essere giustificata. Pure le foglie del tabacco raccolto venivano contate e ne andava fatto un resoconto alla consegna nel magazzino preposto. Il terreno coltivato va continuamente sorvegliato dal coltivatore, anche per scongiurare i furti, che finisce così per dormire in mezzo al campo ove si costruisce un apposito capanno per lo scopo.

Lo Stato non pagava in maniera soddisfacente quella fatica. La coltivazione clandestina, invece, e la consequenziale vendita di contrabbando erano molto più proficue, ma erano fortemente ostacolate dalla Guardia di Finanza cosicché la coltivazione del tabacco è andata via via diminuendo fino a sparire. Il più vicino orto di tabacco a Cori stava fra via San Nicola e il Sembrivio, dove oggi c’è il palazzo dei Palleschi. Le coltivazioni clandestine venivano effettuate però nei boschi comunali nei quali si facevano crescere piante isolate di tabacco che davano un prodotto scadente. Queste foglie venivano però sostituite con quelle migliori delle coltivazioni ufficiali e poi vendute di contrabbando aumentando così di molto il guadagno.

Le piante venivano coltivate dalla primavera e la raccolta del tabacco avveniva nei mesi estivi (luglio e agosto). In seguito, a ottobre, quando le foglie si erano inumidite, avveniva il trasporto e la conservazione nel magazzino di stagionatura e di prima lavorazione che stava a Giulianello. La coltivazione è dura e rischiosa e anche il raccolto non è facile, ma ancor più impegnativa è la prima conservazione ed essiccatura. Appena raccolte le foglie vengono suddivise per qualità e dimensioni facendone dei pacchi nei quali sono distese le une sulle altre combacianti. Portate in locali ben areati, infilate con agone e “trinciafio” ed appese ad essiccare. Una volta secca la foglia è fragilissima, al minimo tocco si sgretola, ma poi con l’umidità autunnale assorbe molta acqua divenendo morbida e duttile per essere lavorata. Nelle camere dove il tabacco è lasciato ad essiccare l’aroma è fortissimo, impregna le narici e la gola provocando una certa ubriachezza e pare che ciò sia stata la causa della “pseudofollia” per la quale sono rinomati i coresi, per lo meno a quei tempi…

L’attività del contrabbando avveniva soprattutto nelle ore notturne e gli acquirenti venivano da altri paesi. Nelle notti buie e tempestose dell’inverno, attraverso i sentieri di montagna o attraverso le campagne, raggiungevano le località prescelte per i successivi smistamenti. La merce veniva occultata nei modi più disparati, nei sottofondi dei carretti, tra le fascine di legname o addirittura, più pittorescamente, ben avvolta collocata fra strati di letame. I contrabbandieri affinavano ogni sorta di espediente per poter passare “indenni” attraverso i paesi, in maniera occulta, come ad esempio quello di ululare come i “lupi mannari” trascinando catene e battendo sui muri e sugli usci delle case, cosicché se qualcuno era ancora per strada sarebbe velocemente rientrato nella propria dimora e chi invece già vi era si sarebbe sprangato dentro spegnendo ogni lume per la gran paura. In tal modo i contrabbandieri attraversavano l’abitato senza essere visti.

La Guardia di Finanza aveva un bel da fare per contrastare il contrabbando del tabacco. Allestiva posti di blocco sulle strade da e per Cori o addirittura eseguiva perquisizioni anche a casa dei fumatori potenziali clienti. A questo riguardo si narrano ancora oggi numerosi episodi più o meno tragici o aneddoti divertenti come quello accaduto alla mia bisnonna paterna Oliva Martelloni, la quale tornava dalla campagna dopo una giornata di vendemmia. Dai filari della sua vigna aveva colto dei grappoli d’uva. Li aveva poi messi in un canestro di vimini coprendoli con un fazzolettone a quadri, uno di quelli caratteristici dei contadini di una volta. Prima di giungere a Cori, alla Buzia, incappò in un posto di blocco della Finanza che perquisiva i viandanti e i carrettieri al fine di scovare tabacco di contrabbando. La perquisizione richiedeva tempo e dunque si era formata una fila di carretti e muli, che trasportavano le uve vendemmiate, in attesa di passare. Un finanziere, vedendola sola, le si avvicinò e le disse:
– Buona donna, cosa porti nel canestro?
– Ma gnènte finanzie’…è na cria d’uva pella cena.
Il militare non avendo dimestichezza col nostro dialetto ribatté:
– Allora se porti una creatura puoi anche passare.
Poi rivoltosi ai suoi commilitoni:
– Fate passare questa donna che porta una creatura nel canestro e deve darle la cena, non può aspettare tutta la fila.
Così con sua grande sorpresa evitò la coda e sfilò velocemente verso casa col suo bel cesto carico d’uva.

I finanzieri andavano persino ad ispezionare le case dei consumatori ritenuti potenziali acquirenti del tabacco di contrabbando e se ne trovavano venivano multati. Spesso avvenivano dei veri e propri scontri anche se difficilmente cruenti, ma un giorno di marzo (non si sa esattamente l’anno) accadde un fattaccio che scosse e commosse la comunità corese. In fondo ad un burrone, limitrofo alla strada che conduce a Norma, all’altezza del pozzo del Rosario (‘ncima ‘lla pietra ‘glio Turione) attraverso la montagna, venne ritrovato il corpo di un giovane finanziere da pochi giorni facente parte della Milizia di zona. Il cadavere non presentava ferite superficiali. Era precipitato dall’alto, probabilmente scaraventato di sotto dopo uno scontro corpo a corpo. Non si seppe mai chi fu il colpevole o i colpevoli del delitto che rimase così impunito. Dopo solenni funerali, il giovane venne tumulato in un angolo solitario del cimitero di Cori e non si parlò più né di lui, né dell’omicidio. Però i coresi non hanno consentito del tutto che quel tragico episodio cadesse nell’oblio chiamando quel luogo dove era stato ritrovato il corpo del giovane militare “LA RAVE ‘GLIO FINANZIERE”.

Patrizia Carucci

Essiccazione del tabacco sulla Piazza di Giulianello di Cori
Una pianta di tabacco qualità “Erzegovina” detto “Zecoina” (foto di Sigfrido Pistilli)
Fioritura di tabacco qualità “Erzegovina” detto “Zecoina” (foto di Sigfrido Pistilli)

Carciofi fino a giugno: la promessa da Tor Tre Ponti (con un paio di ricette)

Arriva da Tor Tre Ponti una promessa: questa estate potremo mangiare carciofi locali, a giugno e persino a luglio. La sfida viene dall’azienda Daniela Calvani, che aderisce alla rete di sviluppo locale dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino.
Felice Calvani, contadino, ci spiega come questo sarà possibile:
“Per arrivare a giugno e luglio, utilizzeremo un impianto di nebulizzazione che permetterà alle piante di carciofo di tollerare le temperature elevate. Una nebulizzazione ben calibrata evita anche lo spreco d’acqua. Insomma, a maggio e giugno potrà fare molto caldo, e questo è un sistema per abbassare le temperature e renderle sostenibili. D’altra parte – aggiunge Felice – in queste settimane stiamo proteggendo le piante di carciofo dal problema inverso: le gelate notturne. Per evitarle stiamo coprendo la parte più delicata della pianta con della paglia, come se fosse un cappottino”.
I primi, ottimi, carciofi sono già in vendita presso l’azienda.

Qui sotto Gloria Monti ci ha lasciato una ricetta semplice per cucinare i carciofi.

Ingredienti.
Carciofi, olio, aglio, mentuccia. Se piace, si può aggiungere anche peperoncino.
Preparazione.
Mondare i carciofi, conservando il cuore e un pezzo di gambo. In questo caso i gambi sono teneri, quindi è possibile salvarne diversi centimetri. Mettere i carciofi in acqua fredda con succo di limone per evitare l’ossidazione.
I carciofi si possono cuocere a pezzi oppure interi.
Se a pezzi, si dividono i carciofi in 4 e poi si mettono con aglio, mentuccia, olio e un po’ d’acqua in padella. Si copre tutto con il coperchio e si lasciano cuocere. I carciofi sono pronti in 10, al massimo 15 minuti (in questo caso i carciofi sono tenerissimi e si cuociono rapidamente). In ogni caso, quando la forchetta si infila alla base del carciofo, si può spegnere il fuoco.
Se invece si preparano interi, li si mette in padella a testa in giù con il ripieno al centro di aglio e mentuccia.
Prima di chiudere il coperchio, è preferibile coprire con un foglio di carta di alluminio.

Ed ecco un’altra ricetta, stavolta di Felice Calvani: insalata di carciofi.

Ingredienti.
Carciofi, olio, pepe, sale, parmigiano reggiano.
Preparazione.
Mondare i carciofi, conservando il cuore e un pezzo di gambo. Mettere i carciofi in acqua fredda con succo di limone per evitare l’ossidazione. Asciugare con cura i carciofi.
Tagliare finemente i carciofi, alla julienne. Disporre i carciofi tagliati in un piatto da antipasto, aggiungere un filo d’olio extravergine d’oliva a crudo, un pizzico di sale, scaglie di parmigiano reggiano e (se piace) una passata di pepe macinato fresco.
P.S. Per gustare l’insalata di carciofi a crudo, i carciofi devono essere di primissima qualità e molto teneri.

Qui sotto alcune fotografie di Gloria Monti.

Ancora allagamenti in Agro Pontino: la Chiesuola

A causa delle intense piogge che si sono abbattute nelle ultime ore sull’Agro Pontino, si sono registrati numerosi allagamenti in diverse zone. Da segnalare in particolare la zona del Piccarello e Borgo San Michele e quella della Chiesuola.

Come si legge sul sito del Comune di Latina, la Polizia Locale e la Protezione Civile hanno gestito “circa 20 interventi con un impiego di personale per complessive 15 unità”.

Sotto accusa, come sempre in simili occasioni, la manutenzione dei canali.

Abbiamo documentato, alle ore 12.00, con alcune fotografie la situazione lungo via della Chiesuola, all’altezza della scuola e della chiesetta di San Carlo di Piscinara.
La zona della Chiesuola non è nuova ad allagamenti; la cittadinanza ricorda ancora l’allagamento del canile nel 2014, quando numerosi volontari trassero in salvo circa 600 cani.

Conversazioni pontine: Dante Ceccarini

Dante Ceccarini è medico chirurgo e pediatra, ma anche poeta in dialetto sermonetano e autore di importanti studi sul dialetto locale. Interessati da quest’ultima attività, intraprendiamo con lui una conversazione.

(Antonio Saccoccio) Buongiorno Dott. Ceccarini, lei è un medico, ma da decenni è attivissimo in ambito culturale. È noto soprattutto per le sue poesie in dialetto sermonetano, anche se ne ha composte anche in lingua italiana. Da dove nasce la sua passione per la poesia dialettale?

(Dante Ceccarini) Buongiorno. Io sono nato a Sermoneta ed ho vissuto nel paese lepino buona parte della mia vita. Quindi, sin dalla nascita, sono stato immerso in questa “lingua del cuore” che è il dialetto, sia in ambito familiare che nell’ambito degli amici, dei vicini di casa e dei conoscenti. Sono stato sempre affascinato dalla bellezza e dalla concisione della parola dialettale e dagli innumerevoli modi di dire dialettali che servono, come “utensili glottici”, per esprimere sensazioni, stati d’animo, situazioni di vita, ecc.
L’occasione ultima che mi ha spinto, poi, a scrivere libri in dialetto è stato il reperimento di un piccolo glossario di termini sermonetani, scritto da un signore che ora non c’è più (Candido Stivali): da lì sono partiti i miei dizionari e gli altri libri in dialetto.

(A.S.) Lei ha ideato anche un concorso di poesie in dialetto rivolto a bambini sermonetani. Ci racconta quest’altra esperienza?

(D.C.) Io sono convinto che, per tutelare, valorizzare e difendere il dialetto, bisogna rivolgersi alle nuove generazioni, facendo conoscere loro i termini dialettali direttamente dalle persone più anziane. Riscoprire, cioè, antichi termini dialettali in un’opera che ho chiamato di “archeologia dialettale”. Naturalmente affiancando il dialetto alla lingua italiana, senza avere la pretesa di sostituirla, anzi cercando di scoprire le influenze reciproche tra lingua nazionale e lingua locale. Per far ciò bisogna rivolgersi ai bambini e ai ragazzi. Quindi nel 2010 ebbi l’idea di fare un Concorso di poesie in dialetto sermonetano, dal titolo “Sermonet’amo”, rivolto proprio ai bambini e ai ragazzi delle scuole del territorio di Sermoneta (la IV e V elementare, e le 3 classi della scuola media). In ciò sono stato supportato dalla mia Associazione culturale, l’Archeoclub di Sermoneta (di cui ero Presidente in quel periodo), da una serie di altre Associazioni del Territorio, dal Comune di Sermoneta e, naturalmente, dal plesso scolastico “Donna Lelia Caetani” di Sermoneta. I bambini e i ragazzi preparavano per tempo le loro poesie in dialetto, naturalmente aiutati dai genitori, nonni, zii, conoscenti, ecc., e alla fine dell’anno scolastico veniva organizzata una bella cerimonia di premiazione all’interno della scuola (il primo anno all’interno del castello Caetani). I premi consistevano (e consistono) in buoni acquisto libri e materiale scolastico, sia per il singolo studente che per la classe. Dal 2010 abbiamo organizzato 8 edizioni del Sermonet’amo, e i ragazzi hanno scritto, in questi anni, più di 1000 poesie in dialetto. Nel 2020 si sarebbe dovuta tenere la nona edizione, ma, a causa della pandemia, è stata rinviata: speriamo di tenerla nel 2021. Alcuni ragazzi sono stati premiati anche in ambito regionale.

(A.S.) Non solo creatività, ma anche studio e ricerca. Lei ha scritto dizionari sermonetano-italiano e italiano-sermonetano.

(D.C.) Ho scritto nel 2010 il Primo Dizionario Sermonetano-Italiano e qualche anno dopo il Secondo Dizionario Sermonetano-italiano ed il Primo Dizionario Italiano-Sermonetano. In questi 3 Dizionari sono riportate migliaia di parole dialettali, ma il mio lavoro di studio e ricerca non è finito lì. Giornalmente, aggiorno i vari dizionari con altri termini dialettali (e relative traduzioni), intervistando le persone più anziane di Sermoneta, ma anche le persone di altre età. Ciò perché il dialetto, come tutte le lingue, muta nel tempo, si arricchisce di nuovi termini ed altri ne perde. Perciò il dialetto sermonetano degli anni ‘20, ‘30 è diverso da quello del dopoguerra, da quello degli anni ‘70 e ‘80 e da quello di oggi. Da ciò nasce la necessità di intervistare e di apprendere da persone di diverse fasce di età, anche dai giovani. Come dicevo, aggiorno continuamente i vari Dizionari, nei files del mio computer, e sono arrivato a contare circa 20000 termini dialettali. Inoltre ho scritto anche un libro sui Proverbi, modi di dire, filastrocche, maledizioni sermonetane, messe a confronto con analoghe espressioni dei paesi dei monti Lepini, del Lazio e con agganci anche in ambito nazionale. Anche in quest’ultimo caso, aggiorno continuamente i files del computer con nuovi proverbi, modi di dire ecc.

(A.S.) Spesso voi poeti dialettali date vita a eventi collettivi, in cui recitate i vostri componimenti. Ne nascono momenti di grande condivisione per la comunità lepina e pontina.

(D.C.)  Sì, è così. C’è un grande fiorire di poesia dialettale sui monti lepini e ci sono molti studiosi di dialetto che, pur mantenendo la passione dello studio del proprio dialetto, hanno “virato”, come me, verso la poesia dialettale e in lingua italiana. Prima della pandemia c’era un susseguirsi di incontri poetici, maratone dialettali, concorsi di poesia dialettale, ecc. in tutti i paesi dei monti lepini (da Cori a Sezze, da Bassiano a Norma, da Sermoneta a Maenza, ecc.). Con la pandemia gli eventi in presenza naturalmente si sono molto affievoliti ed arrestati, ma stiamo facendo degli incontri poetici su vari blog, pagine facebook ed altro. Speriamo di riprendere a pandemia finita.

(A.S.) Ultimamente si è dedicato anche alla poesia italiana. Quali differenze nel comporre versi in dialetto e nella lingua di Dante e Petrarca?

(D.C.)  Sono già 6-7 anni che scrivo anche poesie in italiano. Ma contemporaneamente anche in dialetto. Certe volte le scrivo prima in italiano e le traduco in sermonetano, altre volte le poesie nascono direttamente in sermonetano e poi le traduco. La differenza tra lo scrivere in italiano e lo scrivere in dialetto è difficile da spiegarsi. Il dialetto mi dà una connotazione ed una emozione più intima (o intimista), specialmente riguardo ad alcuni temi, come l’amore, il ricordo, la nostalgia (o dolore del ritorno, in questo caso inteso come dolore del ricordo). L’italiano mi dà una dimensione più ampia, più universale ed una possibilità di espressione (nel senso della varietà di termini e significati più ampia e più profonda). Con il dialetto posso usare circa 20000 lemmi, con l’italiano qualche centinaio di migliaia. In breve, il significato è il medesimo (o quasi), mentre quello che varia è il significante.

(A.S.) La sua professione di medico e pediatra esercita un’influenza sulla sua attività poetica?

(D.C.) Senz’altro la mia professione di medico e pediatra è importantissima, direi essenziale, per la mia attività poetica. Con il contatto quotidiano con i bambini che curo (e per contatto intendo non solo l’atto medico, ma anche il parlare, lo scherzare, l’immedesimarmi nel bambino che ho di fronte) ho una ispirazione continua dal punto di vista poetico. L’essere bambino è di per sé una forma di poetica. Inoltre l’essere medico, e quindi parlare con i genitori, i nonni, i parenti, mi aiuta molto nello scoprire parole dialettali, espressioni, modi di dire, proverbi ecc. Per cui, con alcuni di questi parenti, mi esprimo (e ci esprimiamo) solo in dialetto.

(A.S.) Lei è prima di tutto un sermonetano. Ha idee da proporre per il presente e il futuro di Sermoneta o più in generale dellAgro Pontino e dei Monti Lepini?

(D.C.) Ho un’idea (e una speranza) fondamentalmente. A pandemia finita, organizzare un grande evento, un Concorso Internazionale di Poesia a Sermoneta, con l’aiuto del Comune di Sermoneta e della Fondazione Caetani. Un concorso formato da tante sezioni (poesia in italiano, poesia in dialetto, poesia giovani, videopoesia, sillogi e libri, ecc.). Ma il Concorso, con una Giuria qualificata, può estendersi anche a tutti i monti Lepini e non solo Sermoneta, con la collaborazione e l’unità dialettale di tutto il territorio. Speranza vana, utopia? Non so, vedremo. Lo scopriremo solo vivendo.

(A.S.) La ringraziamo per la sua disponibilità e speriamo di poter collaborare ancora per trasformare questa sua speranza in realtà.

Dante Ceccarini con Osvaldo Bevilacqua durante le riprese della trasmissione “Sereno Variabile” (Rai Due)

* I libri di Dante Ceccarini sono reperibili presso la Libreria Candileno Punto Einaudi al Sermoneta Shopping Center oppure presso La Mia Libreria in piazza della Libertà 35/37, a Latina.

Mostra didattica “Voci dalle acque”

Dopo un lungo lavoro, in questi giorni è stata stampata e allestita la mostra didattica “Voci dalle acque”, realizzata dall’Ecomuseo dell’Agro Pontino. La mostra consiste in 10 pannelli che offrono coordinate indispensabili per la comprensione del paesaggio delle acque in Agro Pontino. I pannelli sviluppano il tema da angolazioni differenti, dalla cartografia alla storia, dall’archeologia all’economia, alle arti etc.

L’autrice dei testi è Chiara Barbato, storica dell’arte e referente scientifico dell’Ecomuseo, che ha anche selezionato le numerose fotografie che arricchiscono la mostra. Il coordinamento editoriale e tecnico-scientifico è stato curato da Antonio Saccoccio, la composizione grafica da BeSunny Srls. La mostra è parte del percorso che l’Ecomuseo (responsabile legale: Angelo Valerio) porta avanti come ente accreditato nell’Organizzazione Museale della Regione Lazio.

La mostra è stata allestita in questi giorni presso la sala delle esposizioni temporanee del Museo della Terra Pontina di Latina, sede del Centro di Interpretazione dell’Ecomuseo. L’allestimento è stato pensato in una prospettiva dinamica, per consentire l’elaborazione di diverse trame di interpretazione in occasione di determinati eventi culturali. I dieci pannelli didattici saranno così posti di volta in volta in dialogo con un secondo livello espositivo, di natura oggettuale o multimediale (fotografie, documenti sonori, filmati, computer etc.), e con un terzo livello, composto dalla presenza viva di informatori locali e persone-risorsa.

A causa delle misure messe in atto per prevenire la diffusione del Covid-19, è possibile visitare la mostra solo su prenotazione.

L’EtnoMuseo Monti Lepini di Roccagorga (video)

Dal mese di dicembre 2020 l’Ecomuseo dell’Agro Pontino ha un nuovo centro di interpretazione locale: l’EtnoMuseo Monti Lepini di Roccagorga.

I primi passi e le prime ricerche per la creazione di un Museo etnografico a Roccagorga furono mossi, ormai trent’anni fa, dal sociologo Vittorio Cotesta, allora ricercatore presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con la collaborazione dell’antropologo Tullio Tentori.

Il museo demo-etno-antropologico di Roccagorga fu ideato da Vincenzo Padiglione, antropologo museale e docente presso l’Università “Sapienza” di Roma. Il suo progetto mirò a superare l’idea del museo tradizionalmente inteso come raccolta di oggetti, con la valorizzazione dei diversi aspetti immateriali della cultura.

Collaborarono alla ricerca Antonio Riccio, Donatella Occhiuzzi, Ercole Cerilli, e poi Alfredo Celaia, Rita Gigli, Emilio di Fazio, Concetta D’Agata, Delfino Iannarelli.

L’EtnoMuseo fu infine inaugurato con una festa pubblica l’11 dicembre del 1999.

Pubblichiamo un filmato girato nel mese di novembre 2020, in cui Concetta D’Agata illustra le varie sale dell’EtnoMuseo. Riprese e montaggio di Giorgio Serra, per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino.

Sezze a “Linea Verde” – Rai Uno

Il 24 gennaio Rai Uno ha ospitato all’interno del programma “Linea Verde” un focus su alcune città dei Monti Lepini: Sezze, Sermoneta, Norma. La città di Sezze e il territorio circostante sono stati presentati da Roberto Vallecoccia, Presidente dell’Ass. Memoria Storica e referente setino per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino.

Vallecoccia non ha offerto al telespettatore il consueto sguardo panoramico sulla città, ma ha proposto un’interpretazione del territorio strettamente legata all’acqua. Dopo alcune sintetiche informazioni sulla posizione di Sezze e sul suo mitico fondatore Ercole, ha passato in rassegna i simboli raffigurati nello stemma setino (il leone, che rappresenta la forza, riferita a Ercole, e la cornucopia, cioè l’abbondanza). Ha poi proseguito illustrando l’importanza fondamentale dell’acqua per il territorio: “Il rapporto viscerale con l’acqua nasce oltre 2.500 anni fa. L’acqua ha prodotto ricchezza per l’economia: ad esempio mais, grano e altre coltivazioni. Inoltre, sotto Monte Trevi nasce il fiume Ufente, che ha fornito energia per numerosi mulini. Nel 1911 ci fu una forte alluvione, in cui andarono distrutti tutti i mulini tranne uno, quello sul lago Muti. Gli amministratori del tempo, molto lungimiranti, pensarono di istallare una centrale idroelettrica, che riusciva a soddisfare il fabbisogno idrico del paese e un fabbisogno energetico di 40kw”.

Che caciara! (di Patrizia Carucci)

I coresi hanno sempre vissuto lavorando la terra, una comunità radicalmente contadina, non sono mai stati pastori.

Dagli inizi del Novecento però si sono insediati in pianta stabile diverse famiglie dedite alla pastorizia come i Giansanti, i Toselli, Lenzini, Cipriani, Tagliaferri, Battisti, Raponi, Giordani, Fontana, Restante, Caprara, Marchioni. Tutti sono stati pastori transumanti, provenienti dai paesi della Ciociaria, Supino, Morolo, Carpineto, Guarcino, Gorga, Filettino, che giunti sul territorio corese sono diventati per lo più stanziali grazie al buon clima e l’abbondanza di pascoli.

La transumanza è una pratica di migrazione stagionale di greggi, mandrie e pastori in differenti zone climatiche lungo le vie seminaturali dei tratturi. In Italia viene ancora praticata nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno e anche nell’area alpina, in Val Senales e in Alto Adige, dove lo spostamento avviene in verticale col cambio quota dell’alpeggio a differenza del Centro-Sud dove invece i pastori si spostano in orizzontale Est-Ovest.

Nel 2019 l’Italia ha ottenuto un grande risultato: ha presentato la candidatura della transumanza nel patrimonio immateriale dell’ Unesco… e ha vinto!

La proposta è partita dal Molise e l’Italia è stata capofila nel progetto al quale hanno partecipato anche la Grecia e l’Austria. Dalle valli dell’Alto Adige al Tavoliere di Puglia, gli oltre 60 mila allevamenti con 7,2 milioni di capi ovini sono una ricchezza che finalmente ha trovato un riconoscimento internazionale.

Quante volte facendo confusione siete stati ripresi con:
“Ahooo… ma che è ssa CACIARA” oppure “smettàtela de fa CACIARA!”

La parola CACIARA deriva da “caciaia”, cioè il locale dove i pastori producono e lasciano stagionare il formaggio. Le caciare sono diffuse nell’Italia Centrale fra Lazio, Abruzzo e Molise. Si tratta di strutture semplicissime costruite con la nuda pietra senza l’ausilio di malte o cementi, o con assi di legno (in foto).

Ai pastori serviva un luogo pratico da poter costruire con facilità anche per riporre gli attrezzi, rifugiarsi in caso di maltempo e far stagionare il formaggio.

Ma cosa c’entra il formaggio col chiasso? Ebbene, spesso i pastori che raccoglievano il latte per la produzione casearia pare che litigassero fra loro per questioni di appropriazione indebita delle scorte, sbagli delle miscele di latte che conferivano alla caciaia, errori nei pagamenti. Da ciò nascevano discussioni accese e risse anche violente. Da qui è scaturito il modo di dire “stíte a ffa na caciara”. Non solo… nella caciara i formaggi venivano “schiaffeggiati” e rivoltati sulle assi di stagionatura e ciò produceva molto rumore. Da qui la definizione di “caciara” come luogo chiassoso.

Nell’Agro Pontino bonificato la caciara stava a Pantanaccio. Lì vicino c’era l’unica osteria di Littoria dove i pastori provenienti dalla Ciociaria, assetati, si rifocillavano e dai a far caciara… come racconta Pennacchi nel suo famoso romanzo “Canale Mussolini”.

Patrizia Carucci, amministratrice del gruppo Cori Mé Bbéglio

Pubblichiamo alcune fotografie di “capanne di muro” nel territorio di Cori, ricoveri utilizzati (anche come caciare) dai pastori transumanti provenienti dalla Ciociaria. Nella maggioranza dei casi avevano base cilindrica e tetto conico. Le fotografie sono di Pietro Guidi (anche lui amministratore del gruppo Cori Mé Bbéglio) e Nicola Cecchi, che ringraziamo per la collaborazione.

Fotografia di Pietro Guidi
Fotografia di Pietro Guidi
Fotografia di Pietro Guidi
Fotografia di Nicola Cecchi. La capanna si trova tra gli ulivi in località Perunio.
Fotografia di Nicola Cecchi
Il ricovero localizzato su Google Maps (al centro sulla destra tra gli ulivi)

Conversazioni pontine: Angelo Fàvaro

Angelo Fàvaro è da oltre venti anni docente di materie letterarie nei licei della provincia di Latina e Roma ed è anche Professore incaricato presso l’Università “Tor Vergata” di Roma. Ha vissuto a lungo a Sabaudia, città con cui mantiene profondi legami, affettivi e culturali. Ricercatore e scrittore poliedrico, animatore culturale infaticabile e attento ai temi/problemi della contemporaneità, ha organizzato decine di convegni, giornate di studio, eventi nella città pontina e all’estero, sufficiente pensare al Convegno internazionale pirandelliano presso Salonicco o il Convegno internazionale per il quarantesimo anniversario dalla morte di Pasolini a Praga. Approfittiamo della sua disponibilità per una piacevole conversazione.

(Antonio Saccoccio) Buongiorno Prof. Fàvaro, lei è impegnato da decenni a Sabaudia sul fronte artistico e culturale. Partiamo con un risultato conseguito proprio quest’anno: Sabaudia è ufficialmente diventata “Città di Moravia”.

(Angelo Fàvaro) Sabaudia è la cittadina pontina più amata e rinomata dell’Agro, per numerose ragioni, che non è questa l’occasione per eviscerare, sufficiente riflettere sulla sua posizione, sulla sua architettura, sulla ricchezza antropologica e culturale dalla Fondazione ad oggi. Sono onorato e felice di averci vissuto dai miei tre fino ai trent’anni circa, e vi ho ancora domicilio. Sì, dal 2020 Sabaudia è ormai non solo nella vulgata, ma anche formalmente “Città di Moravia”, fra gli altri appellativi o epiteti che potrebbero connotarne la plurima vocazione. Da tempo, tento questa operazione, tutta squisitamente culturale e, finalmente, si è riusciti nel varo di un logo e nella formazione di un brand, per utilizzare la terminologia più esatta, che è stato registrato, presso la Regione Lazio. Adesso, Sabaudia può essere associata alla presenza dell’intellettuale, romanziere, critico Alberto Moravia, alle sue opere, al suo pensiero, al suo impegno ecologico, europeista e latamente umanitario. A trent’anni dalla scomparsa, scopo precipuo e specifico, dopo l’intitolazione di una piazza, è stato quello di continuare a far conoscere, valorizzare e diffondere il patrimonio di pensiero, di civiltà, d’arte e di letteratura contenuto nelle opere e insito, ormai iconicamente, nella figura-persona di Alberto Moravia.

Il logo ideato da Angelo Fàvaro e realizzato da Giovanni La Rosa, donato al Comune di Sabaudia.

(A.S.) Quale nesso fra un luogo, in questo caso Sabaudia, e un autore, Moravia?

(A.F.) Ho un’idea precisa. Io ritengo che ogni opera d’arte nasca in precisi contesti: situazionale, e mi riferisco alla situazione individuale di chi agisce creativamente, alla sua storia personale, a quel momento preciso della sua esistenza nel quale l’opera viene dapprima ideata e poi realizzata; epocale, ovvero storico, politico, sociale dell’epoca nella quale l’opera vede la luce e che ha fortemente sollecitato l’autore; infine, ambientale-naturale, ed è semplice intuire come senza la Roma del fascismo Moravia non avrebbe mai potuto immaginare quel capolavoro che è La romana, o senza l’esperienza dell’otto settembre e dell’autoconfino a Fondi sulle macere, non sarebbe mai stato scritto quello straordinario romanzo sulla guerra che è La ciociara. Egualmente ritengo che dall’esperienza a Sabaudia siano nati alcuni racconti de La cosa e de La villa del venerdì, in parte anche tutta l’ultima produzione dello scrittore, anche se della cittadina pontina non c’è alcun cenno. Inoltre, nel 1980, Moravia stesso aveva dichiarato: «Il mare che amo? Quello del Circeo, quello di Sabaudia, non ancora turistica e non ancora mondana e, particolare importante per chi lavora, distante un’ora e mezzo di macchina da Roma».

(A.S.) Anche se giova rimembrare che il suo primo interesse, rispetto a progetti e convegni, era stato rivolto a Pasolini, se non erro.

(A.F.) È corretto, invero, ho organizzato tre giornate di studi dedicati a Pier Paolo Pasolini, tutte con il medesimo titolo: “Un sordo sottobosco dove tutto è natura…”, nel 2005, nel 2006, nel 2007, ma soltanto della prima sono stati stampati gli atti. Non si potrebbe nemmeno immaginare di parlare di cultura e di letteratura a Sabaudia senza ricorrere a Pasolini, Moravia, Maraini, Bertolucci, Tornabuoni, Siciliano, Schifano, Stanislao Nievo, Emilio Greco, Lorenzo Indrimi, Igor Man, Gabriella Sobrino, ancora oggi Rodolfo Carelli… la lista è ancora lunga.

(A.S.) Esattamente dieci anni fa lei ha curato a Sabaudia un importante convegno internazionale: “Alberto Moravia e gli amici”. Ci può parlare degli esiti di quella giornata di studi, di queste amicizie, anche in relazione al ruolo giocato dalla città di Sabaudia?

(A.F.) Sul lungomare di Sabaudia, c’è una villetta bifamiliare con due grandi finestre, come due occhi, ormai sovente serrati, rivolti alla duna, fra mare e cielo. Osservando dalla strada, il lato destro era stato fatto edificare per Pasolini, il sinistro per Moravia. Entrambi avevano scoperto la cittadina pontina sul finire degli anni Sessanta, e per ragioni differenti ne erano rimasti affascinati: a Moravia sembrava di assaporare qualcosa della “sua” Africa; a Pasolini, invece, pareva di riscoprire qualcosa di umano e di non conformista, nonostante il progetto fosse stato approvato in epoca fascista e la città edificata in poco più di trecento giorni, con una inaugurazione fascistissima. Pasolini fu ucciso proprio poco prima della conclusione dei lavori della bifamiliare, nel 1975; Moravia al contrario vi soggiornò lungamente d’estate, ma anche in primavera e in autunno, raramente d’inverno; quel mattino del 26 settembre 1990, nel quale fu trovato morto nella sua abitazione a Lungotevere della Vittoria 1, a Roma, avrebbe dovuto recarsi a prendere delle scarpe rimaste lì a Sabaudia, accompagnato da Dacia Maraini. Mi piace pensare che, mentre si radeva, stesse ripercorrendo mentalmente il tragitto e tutto quel che avrebbe voluto fare prima di tornare a Roma, magari accarezzando l’idea, se il tempo fosse stato ancora piacevole e caldo, di rimanere qualche giorno al mare.
Quando ho, dunque, progettato quel convegno internazionale, avevo in mente, diciamo scientificamente tre direttrici, ancora insondate in questo ambito: in primo luogo un autore come Moravia, che aveva attraversato da protagonista il XX secolo, aveva assegnato un’importanza essenziale all’amicizia, ai rapporti con sodali giovani, a volte giovanissimi, a ritroso, quando egli stesso era poco più che ventenne con uomini e donne a volte di età molto lontana dalla sua, penso a Benedetto Croce o al critico d’arte Bernard Berenson; in secondo luogo avrei voluto sfatare l’idea del “Clan Moravia”, ovvero di una rete di relazioni fondate su reciproci favori e su un diffuso opportunismo; infine, in terzo luogo, avrei voluto offrire uno strumento di riflessione squisitamente letteraria: la relazione amicale come motivo di interscambio di idee e di progetti, come confronto, penso a Calvino che incontra Moravia, alla fine degli anni Cinquanta, e ritenendo ripetitivi e ormai esaurita la vena dei Racconti romani gli dice «Ma quando la pianti?».
Sabaudia è stata un collettore di incontri, di rapporti, di amicizie per Moravia: Dacia arredò la villetta, lunghe e piacevoli le conversazioni con Bernardo Bertolucci, Dario Bellezza, sovente ospite di casa Moravia, ultimi ma non ultimi, fra i molti ospiti, Gianni Barcelloni-Corte, Enzo Siciliano e Alain Elkann, che proprio fra Roma, Sabaudia e Parigi compose con Alberto la Vita di Moravia. Il romanziere romano aveva compreso che la pace, l’atmosfera, la dolcezza climatica e il garbo di Sabaudia e dei suoi abitanti erano gli ingredienti perfetti per la conversazione, lo scambio intellettuale e umano, necessari all’amicizia e non meno alla scrittura.

René de Ceccatty, autore di una biografia di Moravia e tra i relatori al convegno di Sabaudia, fotografato davanti alla villetta dello scrittore romano.

Una nota non troppo marginale: a Sabaudia, nella porzione pasoliniana della bifamiliare, soggiornava Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini, e sua ospite era una lettrice di spagnolo alla «Sapienza», dopo esserlo stata all’università di Palermo, Carmen Llera: era il 1982, la giovane donna, appena ventinovenne, voleva intervistare Moravia per completare la sua tesi su Luis Buñuel, era alla seconda laurea. Galeotti furono quel mare, quella duna dorata, quella cittadina immersa nel verde: Moravia si innamorò perdutamente di quella seducente, colta, misteriosa spagnola. Nel 1986, il matrimonio, non prima che lo scrittore de Gli indifferenti le avesse dedicato la raccolta di racconti La cosa.
Lo scorso anno, inoltre, ho curato un importante progetto moraviano sul tema dell’indifferenza: a novant’anni dalla pubblicazione del romanzo si è svolto a Sabaudia un dibattito con alcuni noti intellettuali, fra i quali Gianni Cuperlo, Giulio Ferroni, Annamaria Andreoli, Rino Caputo.
A Sabaudia, ho altresì tentato di affrontare e considerare la categoria del “conformismo”, che Moravia aveva già esaminato nel romanzo Il conformista (1951), film nel 1970 per la regia di Bernardo Bertolucci, ma che Pasolini ha egualmente sondato in romanzi, poesie, film. Il 26 e 27 febbraio 2015 ho organizzato un convegno internazionale dal titolo Moravia, Pasolini e il conformismo, che ha avuto un interessante conclusione a Casarsa, la cittadina friulana amata da Pasolini, il 21 marzo dello stesso anno. Dagli stimolanti interventi e dalle sollecitazioni successive nel 2018 ha visto la luce un volume miscellaneo sul medesimo argomento.

(A.S.) Un rapporto privilegiato lo aveva senz’altro con Piero Paolo Pasolini, con cui condivideva anche la già menzionata villetta al mare.

(A.F.) Pasolini e Moravia furono amici, più che amici, fratelli, o… in una relazione indefinibile secondo le categorie comuni: si potrebbe pensare ad un rapporto padre-figlio, ma dove il padre sovente giocava il ruolo del figlio, e il figlio quello di un padre risoluto e censorio, quando non proprio di severo rimprovero. A Sabaudia, prima di edificare la bifamiliare, furono ospiti nella villetta Antonelli: lavorano, parlavano, discutevano. Un’estate del 1970: Alberto aveva scritto un soggetto, Abramo in Africa; Dacia e Pier Paolo lavoravano alla sceneggiatura, con zelo e con precisione, discutendone animatamente, mutando in parte il saggetto orIginale. Nel 1973, Gianni Barcelloni, dopo vari sopralluoghi e ricerche, finalmente portava nelle sale quel capolavoro, quasi dimenticato. Un film “scritto” e pensato a Sabaudia, per parlare del neocolonialismo e dello sfruttamento in Africa.

(A.S.) C’erano luoghi che Moravia preferiva a Sabaudia? Luoghi che frequentava abitualmente?

(A.F.)  Sì, Moravia trascorreva lunghe ore al Bar Italia, seduto al suo tavolino, sorseggiava bevande analcoliche, conversava con gli amici, leggeva i giornali, non amava mettere autografi sui libri, né che gli si facessero domande personali, i sabaudiani sono sempre stati rispettosi. Andava a comprare il pesce nella pescheria, che era esattamente collocata dove oggi si trova, in Piazza Santa Barbara, una cantina di ottimi vini locali. Quasi ogni giorno, si recava ad acquistare nella tabaccheria-cartoleria Scavazza pennarelli neri e blocchi ad anelli. Si fermava per la spesa quotidiana di generi alimentari da Rossetti o da Scarton. Entrava qualche volta anche dalla signora Eufemia, che gestiva una notissima bottega di ferramenta, non saprei esattamente cosa vi acquistasse. Camminava sorreggendosi ad un bastone, passeggiando verso la chiesa e arrivava fino all’edificio della Maternità e Infanzia. La presenza di Moravia a Sabaudia è stata una presenza reale, concreta, tutti lo conoscevano e lo salutavano, non rimaneva, con gli odierni “vip” o intellettuali, chiuso nella sua villa o soltanto a passeggiare sulla spiaggia, che comunque amava, ma viveva la città; tutti si potevano intrattenere con lui brevemente, perché era impaziente.

(A.S.) Tra l’altro lei incontrò anche personalmente Moravia…

(A.F.) Ho incontrato numerose volte il romanziere a Sabaudia, come tutti del resto, e diciamo che ho “parlato” con Moravia direttamente in due sole occasioni. Sono ricordi personali, dunque in alcun modo significativi rispetto agli studi o alla ricerca letteraria. Era il 1983, avevo sedici anni, ed ero in competizione con una mia compagna di classe, Titti: il mio desiderio più grande sarebbe stato poter conoscere Italo Calvino, avevo letto tutto quel che aveva scritto, il mio testo preferito era la raccolta di racconti Le cosmicomiche; al contrario la mia amica, che vive ancora a Sabaudia ed è un’ottima primaria del pronto soccorso di un ospedale, era un’appassionata lettrice di Moravia e diceva di conoscere Calvino. La sfida era semplice: tu mi porti l’autografo di Moravia e me lo presenti, ed io ti faccio conoscere Calvino. Era un giorno di fine giugno, gironzolando per il centro, vedo Moravia al Bar Italia: mi faccio coraggio, nonostante fosse accigliato e molto concentrato a scrivere su un blocco, mi avvicino. Attendo qualche istante che si accorga di me, e quando mi osserva, prontamente saluto con un quasi urlato “buon pomeriggio”. Era noto fosse un po’ sordo. Lui secco: «Chi sei? Cosa vuoi? Perché stai lì impalato?» vedo che fa fatica a mantenersi serio. Sorrido, e rispondo sempre a voce bene alta: «Mi chiamo Angelo Favaro. Sono uno studente del liceo classico. Sono qui perché c’è una mia amica…» non mi fa terminare la frase. Interviene: «Amica? Una donna?» Rispondo: «Sì, una mia amica, che vorrebbe conoscerla, non so se…». Prende in mano il bastone che aveva accanto alla sedia di platica del Bar Italia, e lo alza e comincia a sbatterlo sul tavolino: «Basta con le donne! Basta! Vai via! E lasciami in pace. Stai lontano anche tu dalle donne» urla. Mi allontano sconsolato, per non essere riuscito a compiere la missione che non mi era parsa proprio impossibile. La seconda volta, è stata qualche anno dopo, forse proprio nel 1990, d’ estate. Era quasi sera, mi trovavo a passare nei pressi dell’ancora, correvo ad una riunione in parrocchia. Lui camminava con due amici nella direzione opposta. Uno dei due amici teneva impilati alcuni libretti, di piccole dimensioni di un bel blu oltremare. «Fermati! Vieni qui!» si fa passare un libretto e me lo dona: «Tiè, te lo regalo, e leggilo. Non legge più nessuno, ma queste so’ poche pagine!» Prendo il libretto. Sorrido. E dico soltanto: «Grazie, no a me piace leggere. E tanto». «Ah, è perché allora non hai nulla da fare.» Avrei voluto rispondere e dire tutto quello che pensavo, ma ero già in ritardo alla riunione. Quindi ho soltanto salutato e sono corso via.

(A.S.) La sua attenzione non è dedicata solo alla Sabaudia del Novecento. Ricordo anni fa la sua partecipazione in prima linea al progetto “Villa di Domiziano: percorsi”. E un fondamentale convegno da lei curato, “Domitianus dominus et deus”…

(A.F.) Il Progetto Villa di Domiziano fu curato dalla dott.ssa Daniela Carfagna, e fu lei a coinvolgermi in un’avventura entusiasmante, culminata in tre volumi: gli atti di un convegno dedicato all’imperatore romano, una guida-percorso archeologico, una antologia poetica d’età domizianea, a mia cura ed in uno spettacolo teatrale, scritto, diretto e messo in scena da me proprio nel sito archeologico della Villa di Domiziano. Il territorio di Sabaudia è un territorio ricco di entusiasmanti esperienze naturalistiche e geologiche, storiche e sociali, antropologiche e architettoniche, nell’agricoltura e nell’allevamento, artistiche e letterarie, che a mio avviso andrebbero costantemente rinvigorite e fatte conoscere, praticate. Il Parco Nazionale del Circeo in particolare contiene una fauna, una flora ed una varietà di ambienti naturali, contenuti in relativamente pochi km2, che pochi altri luoghi al mondo possono vantare. La cultura è un bene prezioso e al contempo una risorsa economica, se amministrata con intelligenza e con rispetto, secondo modalità ecosostenibili.

(A.S.) Lei ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza a Sabaudia. Le sembra cambiata oggi la città?

(A.F.) Sabaudia mantiene alcuni ambienti-elementi ben conservati e curati, in altri casi si nota un certo abbandono, non voglio dire degrado. Quel che ho notato nel corso degli anni è stato un lento e progressivo depauperamento di presenze giovanili e di attività produttive, ovviamente compatibili con il territorio. Mancano, a mio avviso, idee trainanti per la città e politiche che guardino un po’ più lontano, varchino le esigenze/emergenze del presente. Negli anni della mia adolescenza ho visto edificare numerosi nuclei abitativi, fino alla saturazione degli spazi, seconde case vacanze, ma non hotel; ho visto fallire aziende importanti e cessare attività; ho constatato la riduzione delle presenze nelle varie caserme (Marina, Esercito, Finanza). In questi ultimi anni, queste seconde case sono sempre chiuse, pressoché disabitate nel corso dell’anno. Nessuna nuova azienda è stata aperta. Nessuna nuova attività produttiva. Il discorso è complesso. Dico soltanto, al momento, che bisognerebbe organizzare gruppi di lavoro con intellettuali, architetti, storici, economisti, persone competenti e a conoscenza della “situazione-realtà Sabaudia”, fra Parco Nazionale e vincoli ambientali etc., coinvolgendo anche i cittadini volenterosi, in grado di offrire un contributo di idee allo sviluppo della città e del suo territorio, negli ambiti di intervento più urgenti: economia, lavoro, convivenza con nuove etnie sul territorio, accoglienza e inclusione, scuola e università, ricerca e sport, cultura e turismo, natura-agricoltura e progetti per un territorio completamente green dal punto di vista energetico e produttivo; in particolare bisognerebbe cominciare a ragionare sulle possibilità di progetti europei finanziabili per la sopravvivenza della cittadina e dei suoi abitanti.

(A.S.) È d’obbligo concludere con una domanda sui giorni che viviamo e che ci attendono. Dopo aver raggiunto l’obiettivo di “Sabaudia città di Moravia”, ha altre idee da proporre per il presente e il futuro di Sabaudia o più in generale dell’Agro Pontino?

(A.F.) Idee molte… molte sorprese… ma è essenziale cominciare a eliminare fazioni e divisioni, e, invece, mettere a fuoco la sinergia delle competenze, della buona volontà, delle visioni, dove quel che conta non è né il narcisismo personalistico, né il protagonismo affaristico. Sabaudia è al centro della provincia di Latina. Semplicemente osservando la mappa di questo vario e non troppo vasto territorio se ne colgono la ricchezza, la varietà, la bellezza. Ecco, si potrebbe cominciare da qui. Basta saper conoscere e riconoscere le opportunità che questa natura, la nostra storia plurimillenaria, l’incontro di popoli, con usi, costumi, tradizioni differenti, le architetture e le colture/culture, le arti offrono, per progettare il nostro futuro. In primis, sarebbe necessario “connettersi”, mettere in comune il patrimonio di ogni realtà locale, dalle cittadine ai più piccoli borghi, conoscersi, evidenziare le peculiarità che rendono unici luoghi-prodotti, e farli poi conoscere. Considerare i vincoli biofisici come un’opportunità e una sfida, non come un limite: ecco, io ritengo che la contraddizione sia contenuta nel concetto stesso di sviluppo industriale ed economico “infinito”, nella mercificazione di ogni bene che viene ormai considerato “bene di consumo”; la chiave di volta è nel riconoscere le potenzialità dello sviluppo sostenibile a base ecologica, culturale, di ricerca, non negare ma valorizzare la natura, con un intento di ricerca estetica, sociale, psicologica. Il benessere non si fonda sul rapporto bruto produzione-consumo, ormai lo abbiamo compreso: il nostro territorio offre possibilità di una sana e buona vita. La parola “magica” è cultura, grazie alla quale si può affrontare la novità e governare la complessità. Potrei proporre numerosi esempi pratici… ma non occorre. Ci si prenda una giornata di relax e si faccia anche soltanto una bella passeggiata in bicicletta da Sabaudia a Fondi, o da Sabaudia a Priverno… e si capirà facilmente.

(A.S.) Grazie davvero per queste parole intense e generose, cariche di significato e di speranza. Speriamo che il suo impegno in ambito culturale sia da esempio per coloro che, oggi adolescenti, avranno il compito nei prossimi decenni di contribuire allo sviluppo sostenibile di questo territorio.

Proposte e auguri per l’Ecomuseo (webinar)

Intervengono, propongono, dialogano, salutano:

Enrico FORTE (Promotore della Legge sugli Ecomusei)
Chiara BARBATO, Felice CALVANI, Nico CASCIANELLI, Simona DE PICCOLI, Rita DE STEFANO, Ornella DONZELLI, Fabio Massimo FILIPPI, Manuela FRANCESCONI, Mauro IBERITE, Giuseppe LATTANZI, Ernesto MIGLIORI, Riccardo NOVAGA, Nestore PIETROSANTI, Mario ROMANZI, Stefano SALBITANI, Giorgio SERRA, Giulia SIRGIOVANNI, Francesco TETRO, Roberto VALLECOCCIA, Elisabetta ZARALLI

Coordinano: Angelo VALERIO e Antonio SACCOCCIO

Per partecipare:
https://www.gotomeet.me/lunitepo/oltre-la-pandemia-proposte-progetti-e-auguri