Archivi del mese: novembre 2020

Conversazioni pontine: Massimo Porcelli

Massimo Porcelli è l’autore del libro Mia indimenticabile Consorte… Dall’epistolario di un soldato di Bassiano – La Grande Guerra dei Bassianesi, che nell’ultimo anno è stato presentato in decine di occasioni in numerosi Comuni dell’Agro Pontino. Approfittiamo della sua disponibilità per una conversazione sul tema.

(Antonio Saccoccio) Buongiorno, a cosa è dovuto, a suo avviso, questo grande interesse per il suo libro?

(Massimo Porcelli) Credo che sia la combinazione di una molteplicità di elementi che provo a descrivere, partendo da una preliminare considerazione. Il potenziale lettore, cioè colui che si avvicina al libro non conoscendone ancora il contenuto, ritengo sia attratto dal titolo. “Mia indimenticabile Consorte…”. Se ci si sofferma a riflettere un attimo, è un saluto particolare, se vogliamo inusuale ma pregno di sentimenti. Ed è l’esordio con il quale Antonio, mio Nonno e – come ho scritto in copertina – co-autore del libro, inizia una delle lettere che scrive dalla “zona di guerra” alla moglie Erminia.
Da questa frase scaturiscono gli altri elementi che il lettore poi scopre nel libro: i sentimenti che emergono vividi, le vicende di una Comunità – uomini, donne e bambini – e di un territorio, quello che si estende tra i monti Lepini e la pianura pontina, nel quale oggi noi viviamo ma di cui, in molti casi, non conosciamo ciò che era poco più di cento anni orsono. E come le vicende di questa Comunità e di questo territorio s’intreccino e si relazionino con quelle nazionali, connesse con la Grande Guerra, alla quale parteciparono migliaia di uomini dei paesi che si affacciavano sulla palude pontina: Bassiano, ma in egual misura Sezze, Norma, Sermoneta e via elencando.
Svariate centinaia di loro non fecero ritorno, lasciando vuoti incolmabili nelle famiglie.
È una Storia che ci appartiene, di cui ritengo si debba mantenere vivo il ricordo o diffonderne la conoscenza.
L’interesse verso il libro ritengo sia dato proprio da chi coglie questi aspetti e ne condivide lo spirito.

Antonio Porcelli, Lettera dal fronte alla moglie Erminia

(A.S.) Com’è nata realmente l’idea del libro? Ci sono di mezzo delle lettere inviate dal fronte, ma cosa è scattato dentro di lei per portarla a una ricerca tanto lunga?

(M.P.) Ha utilizzato il termine appropriato: scattare! È proprio avvenuto come lo scatto di una molla quando ho “scoperto”, sul finire del 2014, una dozzina di lettere che mio padre custodiva, scritte da suo padre Antonio – mio nonno quindi – dalla “zona di guerra” nel periodo che va dal 7 aprile 1916 al 16 ottobre 1917.
Lettere contenenti non solo gli usuali saluti o le notizie sulle proprie condizioni di salute ma una diretta cronaca delle condizioni di allora, delle speranze riposte alle notizie su conferenze di pace e dello sconforto per le drammatiche vicende della guerra, degli ideali socialisti che emergono nonostante siano in qualche modo necessariamente camuffati per non incorrere nelle sanzioni della censura militare.
Di queste lettere, purtroppo poche se si considera che erano l’unico mezzo mediante il quale venivano mantenuti i contatti con i familiari lontani e che un’altra parte – che era custodita dalla sorella di mio padre – è stata distrutta, stupiscono la ricchezza dei contenuti, le capacità espressive e la bellezza della calligrafia.
Caratteristiche che possono meravigliare se si considera che appartengono ad un “pastore”, questa la professione dichiarata da Antonio, la cui cultura scolastica era limitata dalle condizioni dell’epoca ma anelante, per sé e per la propria Comunità, alla conquista di uno status migliore. Aver rinvenuto documenti attestanti che mio nonno Antonio era stato il promotore della costruzione nel 1913 della capanna-scuola nel Quarto di San Donato è stata un’ulteriore scoperta che mi ha emozionato ancor di più, stimolandomi ad ampliare il campo di studio.
Mi sono quindi convinto che questo “patrimonio” non poteva rimanere circoscritto alla famiglia ma andava bensì ampliato e condiviso… ed è nato il libro!

(A.S.) Quali sono state le fonti che ha utilizzato per il suo libro?

(M.P.) Ho proceduto raccogliendo vari documenti, provenienti da più archivi, esaminandoli come se dovessi comporre un puzzle, cercando di collocarli nella loro giusta posizione.
Naturalmente, gli elementi di partenza sono state le lettere e alcuni documenti che già mio padre aveva acquisito in passato, anche grazie all’interesse di un mio cugino che ho scoperto essere appassionato ricercatore delle passate vicende familiari.
A questi ed a molte foto, altrettanto originali così come le lettere, presenti nell’album di famiglia, si sono andati man mano ad aggiungere i documenti matricolari degli uomini di Bassiano coinvolti nella Grande Guerra, rintracciati nell’archivio di Stato di Latina. Si tratta di 721 nominativi appartenenti alle classi di leva che vanno da quella dei nati nel 1875 a quelli della classe 1900, l’ultima chiamata alle armi per la guerra.
A questi ho associato le liste di leva, anch’esse presenti presso l’archivio di Stato, dalle quali si ricava l’esito della visita di arruolamento. Non tutti i giovani che vennero chiamati alle armi furono infatti arruolati: molti furono i non idonei: per difetto di statura o perché affetti da gravi carenze costituzionali (oligoemia, malaria). Molti altri risultarono nel frattempo emigrati all’estero venendo dichiarati renitenti e poi, con la guerra in corso, disertori.
Altra fonte importante d’informazioni sono stati i registri dello stato civile custoditi dal Comune di Bassiano così come è stato utile far più volte visita nel cimitero di Bassiano, soffermandomi avanti a quelle lapidi di coloro che avevano vissuto in quel periodo.
Infine, ma assolutamente rilevanti, si sono rivelati i molteplici siti presenti in rete, molti dei quali con importanti banche dati. In questa vasta attività di ricerca mi sono anche imbattuto in alcuni siti contenenti dati imprecisi che ho potuto far correggere.

(A.S.) Ci racconta il momento più emozionante della sua ricerca? Una lettera in particolare? Un documento con una notizia insperata?

(M.P.) Non è facile rispondere. O meglio… tanti sarebbero i momenti in cui la scoperta di un particolare, di una notizia o l’acquisizione di una foto, mi hanno consentito di inquadrare con più precisione la storia che man mano ricostruivo. Tuttavia, voglio riportare due casi particolari. Il primo è la notizia contenuta nella lettera che mio nonno Antonio scrive alla moglie il 16 ottobre 1917. Può considerarsi l’ultima scritta da Antonio prima della sua scomparsa, avvenuta in combattimento 11 giorni dopo su Dosso Faiti, il 27 ottobre. In questa lettera Antonio apprende che la moglie Erminia è incinta. Sarebbe il loro terzo figlio, ma dalle mie ricerche non è emersa nessuna nascita conseguente e devo presumere che la gravidanza non sia giunta a compimento.
L’altro episodio si riferisce, invece, alle modalità del decesso di uno dei Soldati di Bassiano. Nell’Albo d’Oro dei Caduti questi risulta deceduto in un ospedale da campo a seguito di ferite riportate in combattimento, ma questa informazione mi risultava incoerente con l’atto di morte registrato a Bassiano, in cui la causa di morte risulta attribuita a fratture multiple alle costole, emotorace e asfissia.
Il… mistero ha avuto risposta quando ho trovato il ruolo matricolare nel quale era riportato, seppur sinteticamente, l’episodio che ne aveva determinato la morte: il militare, Sergente del 20° reggimento Artiglieria da Campagna, viene sbalzato a terra dal cavallo sul quale si trovava, imbizzarritosi al sopraggiungere di un autocarro, venendo da questi travolto!

Diolinda Morelli, 1915

(A.S.) Le fotografie… ce ne sono di sorprendenti nel volume. Che provenienza hanno?

(M.P.) Il libro contiene numerose fotografie, in parte rinvenute in famiglia, altre rese disponibili da persone che, appreso delle ricerche che stavo svolgendo e della finalità, mi hanno generosamente consentito di riprodurle. Le foto riportano i nominativi di chi ha contribuito in tal modo. È stata una mia precisa volontà quella di affiancare al racconto, lì dov’era possibile, anche le pertinenti immagini affinché il lettore, osservando i ritratti ed i particolari dei volti, degli abiti, dei paesaggi raffigurati, potesse meglio partecipare al racconto di quelle vicende.
In particolare i ritratti degli uomini in uniforme, inviate alle famiglie, e delle donne che a propria volta le inviavano ai propri uomini al fronte, fidanzati o mariti, “parlano” del carattere e dei sentimenti di quella Comunità.
Da ogni foto si possono trarre, con un minimo di attenzione, ulteriori elementi d’informazione. Riporto ad esempio il foto-ritratto di Settimio Porcelli, uno dei fratelli di mio nonno Antonio, prigioniero di guerra degli austro-ungarici. L’immagine, emblematica, lo ritrae in una “scenografia” allestita in uno studio fotografico in cui il prigioniero di guerra Settimio, in uniforme del Regio Esercito ma priva di fregi e mostrine, è quasi sovrastato da una statua raffigurante un’aquila che, nell’araldica, simboleggia l’Austria imperiale.
Un messaggio di propaganda bellica!

Settimio Porcelli – Cartolina da prigionia

(A.S.) Scrivere un libro come il suo ha significato incrociare la storia d’Italia, ma anche la vita di numerose famiglie. Con la possibilità di stabilire relazioni nuove con altri membri della nostra comunità. La possibilità di vivificare un intero tessuto comunitario. Cosa ci può dire in merito?

(M.P.) È stato anche questo un obbiettivo che speravo di conseguire e credo di esserci riuscito.
I molteplici riscontri e attestati da parte di coloro che hanno letto il libro me ne danno conferma. Nei ringraziamenti che riporto all’inizio del libro, d’altronde, mi rivolgo con queste parole proprio al “Lettore” che, soffermandosi sulle foto e da queste incuriosito e sollecitato, procederà alla lettura facendo così ri-vivere le persone in esso raccontate.
Le vicende raccontate nel libro, tutte frutto di documentati riscontri, non erano mai state narrate, erano ignote ai Cittadini di Bassiano e, in moltissimi casi, ignote anche ai familiari discendenti da quei Personaggi in esso descritti.

La loro storia, così raccontata, diviene una parte della storia d’Italia.

(A.S.) Una domanda sull’autore. Chi è Massimo Porcelli, quali i suoi interessi? Lei, nato a Latina da genitori bassianesi, è molto interessato a tutto quello che riguarda l’Agro Pontino. Può dirci qualcosa in più di lei?

(M.P.) Sono nato a Latina da genitori bassianesi e bassianesi sono anche gli avi, almeno fin dal 1700, epoca di cui ho potuto trovare riscontri.
Ho intrapreso la carriera militare in Marina, Corpo delle Capitaneria di Porto – Guardia Costiera, cessando dal servizio attivo nel 2015 con il grado di Contrammiraglio.
Un trascorso che, in qualche modo, mi ha agevolato nello svolgimento delle ricerche storiche poi descritte nel libro. E quanto rinvenuto in queste ricerche mi ha fatto scoprire storie e vicende di ciò che era il territorio pontino ai primi del ‘900, quand’era la palude che molti tutt’oggi considerano erroneamente fosse disabitata.
Era invece territorio – almeno nella zona che comprende Fogliano e l’allora denominato Quarto di San Donato – per gran parte dell’anno popolato, dalla Famiglia Caetani e dal personale al loro servizio e dalla Comunità di Bassiano, costituita da circa 80 famiglie. Queste conoscenze, che prima ignoravo, mi hanno indotto a considerare con maggior interesse la storia dell’intero territorio pontino e lepino, che ritengo necessario far conoscere quanto più possibile anche, e specialmente, alle giovani generazioni, convinto che così potranno apprezzarlo ed amarlo ancor di più.

Giovanni Battista Porcelli, 1918

(A.S.) Per concludere, lei ha qualche proposta per il presente e il futuro dell’Agro Pontino?

(M.P.) Domanda impegnativa a cui, in parte, ritengo di aver dato riposta pocanzi. Tutti coloro che operano sul territorio, siano essi pubblici amministratori, dirigenti di aziende o di attività economiche, dirigenti e operatori scolastici, dovrebbero curare e sviluppare iniziative per far conoscere la storia e la ricchezza di questo territorio così che ognuno, ad ogni livello e nell’ambito delle proprie possibilità, si faccia a propria volta promotore delle sua valorizzazione e protezione.
Non è opera agevole ma neanche impossibile ed ho avuto modo di entrare in relazione, in questi ultimi tempi promuovendo il mio libro, con molte realtà e sensibilità che operano in tal senso.
Anche l’occasione di questa intervista, di cui vi ringrazio, ritengo possa concorrere in qualche modo a operare in tal senso.

(A.S.) La ringraziamo per la disponibilità. Crediamo anche noi che queste sue parole potranno essere molto utili alla valorizzazione del nostro territorio.

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Il paesaggio delle acque nell’Agro Pontino: verso un processo di sviluppo locale (webinar)

Lo zuccherificio di Littoria

L’ex-zuccherificio di Latina (2020)

A partire dal 1935, il fascismo decise di creare in Agro Pontino un’area dedicata alla barbabietola e alla sua trasformazione in zucchero. Questa attività doveva andare di pari passo con la più nota “battaglia del grano”.

Per realizzare lo stabilimento dello zuccherificio venne scelta un’area di 25 ettari su quella che oggi è Via delle Industrie. Lavorarono ai cantieri diverse centinaia di operai. Lungo tutto il  corpo di fabbrica principale fu scritto: “Costruito in dieci mesi durante l’assedio economico”. Di fronte allo stabilimento e nei viali interni venne realizzato un elegante giardino. La fabbrica fu dotata di tecnologia all’avanguardia di fabbricazione tedesca. Agli operai venne insegnato come utilizzare i nuovi macchinari.

LITTORIA: Lo zuccherificio (cartolina – 10,5 cm x 15 cm)
16/09/1940 (data autografa e timbro di spedizione)
Ed. E. Verdesi – Roma – Proprietà Riserv. Fascio Littoria
Dall’Archivio Fotografico Digitale della Libera Università della Terra e dei Popoli.
Provenienza e proprietà: Archivio Libera Università della Terra e dei Popoli (Sermoneta).

«E non ci si limita allo stabilimento e al palazzo uffici: nel vicino villaggio dello Scalo la società fa costruire quattro palazzine a schiera (ora tutte demolite), lungo via della Stazione, per alloggiarvi le famiglie degli operai, altre due palazzine proprio al centro del borgo, pure destinate ad alloggi per gli operai e dotate anche di un negozio dispensa (entrambe le costruzioni sono state ora acquisite dal Comune e destinate a centro sociale); e il “Palazzo Rosso” sempre al centro dello Scalo: appartamenti per funzionari e impiegati e una foresteria. Inoltre, voluto dal senatore Ugo Ciancarelli, amministratore delegato della Società Italiana Zuccheri, l’asilo “Valentina Ciancarelli”, un’opera sociale, in favore delle madri lavoratrici, in memoria della figlia Valentina, morta di parto. Spesa: 230 mila lire. Ciancarelli ne offre in proprio 35 mila, 112 mila sono messe a disposizione dalla società e il resto dalle imprese impegnate nella costruzione dello zuccherificio. È il concetto di “fabbrica totale”, che organizza non solo il lavoro, ma almeno in parte anche la vita quotidiana dei dipendenti fuori dallo stabilimento: abitazioni, dispensa, ritrovo, servizi sociali»[1].

Il 19 agosto del 1936, dopo appena 10 mesi di lavori, Benito Mussolini inaugura lo zuccherificio. Il Giornale Luce del 26/08/1936 (B0946) raccontava: «Giornata di vibrante entusiasmo a Littoria per la visita del Duce, che inaugura una nuova importantissima opera venuta ad arricchire il primo Comune dell’Agro ormai redento. Il grande zuccherificio, sorto in soli 10 mesi nei pressi di Littoria, cui è collegate mediante un ampio raccordo ferroviario. Enormi cumuli di bietole raccolte nei campi vengono accentrate nei vastissimi silos, donde, per mezzo di una corrente d’acqua, vengono convogliati nello stabilimento, dove funziona un complesso e perfettissimo macchinario totalmente costruito in Italia per la produzione dello zucchero»[2].

Un determinato numero di poderi fu destinato alla produzione di barbabietole. Per evitare l’abbandono dei campi, ai contadini e agli assegnatari di poderi è vietato lavorare nello zuccherificio, né da dipendenti fissi, né da stagionali. «La maggior parte delle colture a bietola, il primo anno, si concentra nella zona di Mesa e Borgo Faiti: 939 ettari, con un prodotto di 120.474 quintali, pari a 18 mila 524 di zucchero cristallizzato, cioè non raffinato. Non è molto, ma si tratta di una campagna ancora quasi sperimentale. Nel 1937, secondo anno di attività, già si raddoppia»[3].

Durante la seconda guerra lo stabilimento continua a funzionare, fino allo sbarco di Anzio del 1944, quando gli impianti si fermano per un anno. Già nel 1945 lo zuccherificio torna a produrre e a dare occupazione a un centinaio di dipendenti fissi e circa 500 stagionali. Dal 1955 la Società italiana per l’industria degli zuccheri gestisce direttamente l’impianto (viene sciolta la Saiap, Società Agricolo Industriale Agro Pontino). Nel frattempo in Agro Pontino diventa meno remunerativo destinare terreni alla barbabietola, che quindi inizia a giungere anche da altre zone del Lazio. Nel 1972 lo zuccherificio passa al gruppo Montesi di Padova. Negli anni successivi lo stabilimento viene ampiamente ristrutturato; dopo la chiusura degli stabilimenti di Rieti e di Foligno, il bacino bieticolo dello zuccherificio di Latina si estende ancora, fino a includere province al di fuori del Lazio (Grosseto, Terni e Perugia).

Nel 1984, dopo il fallimento del gruppo Montesi, lo stabilimento chiude, ma a seguito di una grande mobilitazione riapre l’anno successivo e raggiunge nell’anno del cinquantenario della nascita (1986) ancora produzioni notevoli. Nel 1989 lo zuccherificio viene ceduto alla Finanziaria Saccarifera Italo Iberica (SFIR).

All’inizio degli anni Novanta lo stabilimento chiuse. Poco dopo scoppiò la questione ecologica: a pochi passi dal centro abitato di Latina Scalo, l’area dello stabilimento conteneva centinaia di tonnellate di amianto e oli esausti. La stampa denunciò il rischio che stava correndo la popolazione. Nel 1996 il Comune di Latina (sindaco: Ajmone Finestra) ha acquistato dalla SFIR S.p.A. lo stabilimento di Latina Scalo e tutto il sito adiacente con una spese intorno ai 5 miliardi di lire, con l’obiettivo di bonificare e riqualificare la zona e la struttura e poi riconvertirla in Polo logistico integrato. Il progetto è stato realizzato con un finanziamento erogato dall’Unione europea. Furono rimossi e smaltiti oltre 200 tonnellate tra amianto, materiali ferrosi dei vecchi impianti dello zuccherificio e oli esausti. «Nel 2000 – ricorda Finestra – la seconda fase si concluse con la realizzazione della Piattaforma logistica (i lavori erano iniziati nel 1996-97) e venne costituita la SLM S.p.A. con soci il Comune di Latina al 95% e Camera di Commercio, Assindustria, Federlazio e un consorzio di operatori privati con il restante 5%»[4].

Negli anni Duemila la Società Logistica Merci S.p.A. ha accumulato debiti per diversi milioni di euro. Dal 2010 è in liquidazione.


[1] Emilio Drudi, “E le bietole addolcirono le fatiche: lo zuccherificio di Latina Scalo” in AA.VV., Memoria e Industria, Federlazio, Latina 1991, pagg.143-155.

[2] Giornale Luce, Mussolini inaugura a Littoria un grande zuccherificio, B094607, 26/08/1936.

[3] Emilio Drudi, “E le bietole addolcirono le fatiche: lo zuccherificio di Latina Scalo” in AA.VV., Memoria e Industria, Federlazio, Latina 1991, pagg.143-155.

[4] Ajmone Finestra, La mia verità sull’intermodale, 20/06/2010, https://www.latina24ore.it/latina/5866/finestra-la-mia-verita-sullintermodale/

Conversazioni pontine: Claudio Galeazzi

(Antonio Saccoccio) Buongiorno Dott. Galeazzi, tra le sue pubblicazioni figurano studi su Pontinia, ma anche su Latina, Sabaudia, Borgo San Michele. Quando e per quale motivo ha iniziato a occuparsi della storia del territorio?

(Claudio Galeazzi) Verso la seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, gli studenti delle Scuole di Pontinia furono coinvolti nella ricerca di notizie su Pontinia in occasione dell’Anniversario della fondazione  ed inaugurazione della Cittadina. Non essendoci sul campo materiali o libri in merito, si rivolsero al sottoscritto, allora impiegato in Comune.
Al fine di dare notizie certe, non solo basate sulla memoria orale di chi aveva vissuto quei giorni, iniziai le ricerche nell’Archivio comunale e nelle varie Emeroteche: il risultato, oltre che erudire i ragazzi su quanto trovato, fu condensato nel mio primo libro, Pontinia. Appunti, annotazioni e documenti di interesse e di storia locale, del 1978.
E da allora è iniziato il mio interesse per la ricerca storica, basata soprattutto su documentazione.

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C. Galeazzi, Pontinia. Appunti, annotazioni e documenti di interesse e di storia locale, 1978

(A.S.) C’è una ricerca, uno studio in particolare che ricorda con emozione?

(C.G.) Ho coordinato il riordinamento dei documenti e l’inventario dell’Archivio Storico (dal 1934 al 1945) del Comune di Pontinia, effettuati dal dott. Oscar Gaspari e dal dott. Claudio Olivieri  conclusi nell’anno 1984.
Leggere le carte e i documenti conservati nell’Archivio storico del Comune è stata un’esperienza che mi ha portato a scoprire la vita vissuta della comunità in cui vivo e molte specificità ai più sconosciute.
Inoltre, uno dei passaggi fondamentali per chi fa ricerca è la disseminazione dei risultati raggiunti: rendere pubblico il proprio studio per presentarlo agli altri studiosi e fare in modo che sia accessibile per tutta la comunità.
Il mio Archivio personale raccoglie documenti originali o in copia  che sono serviti per le mie  pubblicazioni: Giornali d’epoca, Manifesti e Avvisi relativi all’occupazione germanica, planimetrie e progetti, fotografie d’epoca e contemporanee di Pontinia e delle Città di Fondazione, testimonianze varie.
Avevo una raccolta degli articoli della cronaca di Pontinia dal 1975 al 2005, divisi per anno, mese e giorno, che ho donato, per problemi di spazio, alcuni anni fa al Comune di Pontinia e sinceramente non so che fine abbiano fatto.
Poiché i miei 20 libri, oltre a saggi, articoli ed interventi su riviste specializzate,. riguardano la storia locale, il mio Archivio insieme alla mia biblioteca riguarda la Storia locale.
Personalmente ho messo sempre a disposizione di studenti, anche per tesi universitarie, le notizie e i documenti in mio possesso, chiedendo, anche se non sempre è avvenuto, la citazione.

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Pontinia, Chiesa Sant’Anna, Cresimati con Mons. Navarra Vescovo di Terracina, Anni Cinquanta

(A.S.) Lei ha accumulato esperienze in molteplici campi, è stato operaio, commerciante, docente, responsabile del Settore Servizi alla Persona del Comune di Pontinia, sindacalista, Consigliere dell’Amministrazione Provinciale di Latina, Assessore alla Cultura e alle Pari Opportunità della Provincia di Latina. Quanto queste singole esperienze sono state importanti nel suo percorso di vita? E quanto la hanno aiutata a comprendere la storia del territorio pontino?

(C.G.) Ogni singola esperienza è stata importante nel percorso della mia vita perché mi ha portato a conoscere e a vivere le varie situazioni, i vari stati di attività istituzionali e non.
È implicito che tutto ciò mi ha aiutato a comprendere, a capire e a vivere la storia passata e presente del nostro territorio, mescolata alla quotidianità di adulti e ragazzi che cercano di vivere la propria vita nonostante tutto.

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50° Fondazione di Pontinia, 17 dicembre 1984

(A.S.) Lei è stato Fondatore e Direttore del Museo comunale di Pontinia “La Malaria e la sua Storia”. Ci racconta come è nata e si è sviluppata questa iniziativa culturale?

(C.G.) L’idea di costituire a Pontinia un museo sulla malaria nell’Agro Pontino nasce nel 1986, all’indomani del riordinamento dell’Archivio storico e dell’Archivio dell’Ufficio Sanitario del Comune.
In quella occasione furono rinvenuti una serie di interessantissimi documenti sull’attività del Comitato Antimalarico di Littoria, prima e dopo la Seconda guerra mondiale, tra i quali alcune mappe, tavole colorate a mano, che illustrano con dei grafici la lotta antimalarica nella pianura pontina prima e dopo la Bonifica degli Anni Trenta.
Oltre a questo materiale, sono state trovate numerose confezioni di medicinali utilizzati nella prevenzione e nella cura della malattia, diffusa nella zona fino al 1949 e opuscoli del Comitato Provinciale Antimalarico.
Questo materiale fu utilizzato, ma solo in parte e per problemi di spazio, in due occasioni: per realizzare una Mostra sulla malaria in Agro Pontino, tenutasi la prima volta a Pontinia dal 14 dicembre 1986 al 25 gennaio 1987 e la seconda a Latina dal 27 febbraio al 20 marzo 1987.
Quindi il materiale costituì l’apposito Museo, che fu inaugurato il 19 dicembre 1993, in occasione del LIX Natale della Città.

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C. Galeazzi e C. Barbato, La malaria e la sua storia, 2004

(A.S.) Lei è stato molto impegnato anche in ambito ecclesiale.

(C.G.) Sono Diacono permanente, ordinato il 19 aprile 1998 e incardinato nella Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno.
Sono Collaboratore pastorale presso la Parrocchia S. Anna di Pontinia.
Attualmente presto servizio volontario presso la Curia vescovile, dove, tra l’altro, il Vescovo mi ha nominato Notaio del Tribunale Ecclesiastico diocesano.
Dal 1991 sono Membro e Segretario della Commissione diocesana per l’Arte Sacra e i Beni Culturali.

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Claudio Galeazzi diacono

(A.S.) Ha una o più idee da proporre per il presente e il futuro di Pontinia e dell’Agro Pontino?

(C.G.) È una domanda che mi lascia un poco interdetto.
Nel corso dei miei anni vissuti in Pontinia (la prima volta vi giunsi il 12 ottobre 1968, proveniente da Sabaudia per dare origine ad un gruppo scout), ho cercato sempre di proporre e dare il mio impegno per la realizzazione di attività che potessero migliorare in tutti i sensi la vita e la conoscenza di questa cittadina.
Insieme ai Pontiniani abbiamo messo in atto realtà oggettive.
Ora mi si chiede di proporre idee per il presente e il futuro.
Orbene quello che propongo a chi di competenza, con tutto il cuore e lucidità mentale,  è di amare questa cittadina e tutto l’Agro: si sono chiuse, distrutte e abbandonate molte opere messe in atto con l’impegno e con il lavoro costante di uomini e donne.
È il nostro vissuto che, soprattutto adesso, – come ebbi già occasione di dire – ci insegna come la strada verso la complessità del futuro passa sempre attraverso il recupero del passato e non il suo oblìo o la sua distruzione.

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Claudio Galeazzi

Riparo Roberto e Chiesa della Madonna dell’Appoggio (video con drone Mavic air 2)

Riprese del Riparo Roberto e della Chiesa della Madonna dell’Appoggio (Sezze – LT), realizzate con drone Mavic air 2. Riprese e montaggio di Roberto Vallecoccia per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino e l’Associazione Memoria Storica di Sezze.
Riparo Roberto fu scoperto dall’antropologo Marcello Zei e prende il nome dal figlio dello studioso. All’interno disegni a carboncino raffiguranti cervide e figure antropomorfe.
I ruderi della Chiesa della Madonna dell’Appoggio sono in stato di totale abbandono. All’interno tracce di un affresco raffigurante una Madonna con Bambino.

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Notte europea dei ricercatori: “L’utilizzo delle erbe tra alimentazione e cura”

Conversazioni pontine: Felice Cipriani

(Antonio Saccoccio) Buongiorno Dott. Cipriani, lei è l’autore de “Lo strano delitto di don Cesare”, con la prefazione di don Luigi Ciotti. Da dove è nato il suo interesse per don Cesare Boschin e la torbida vicenda della sua uccisione?

(Felice Cipriani) Era l’estate del 2015 e mi trovavo in vacanza a Sappada. Ogni mattina mi recavo dal giornalaio per acquistare un quotidiano. Una mattina, appena entrato notai sul bancone del negozio un libro che parlava di bonifica pontina. Interessato e studioso della bonifica, acquistai il libro. La sera nel leggerlo noto che c’è un capitolo riguardante l’uccisione, avvenuta nel 1995, di un sacerdote parroco di Borgo Montello: Don Cesare Boschin. La cosa oltre che a rattristarmi m’incuriosisce, anche per i temi ambientali che sono connessi a quest’omicidio. Una volta tornato a Roma mi riprometto di saperne di più e inizio le ricerche, i viaggi e le visite a Borgo Montello.

(A.S.) Don Cesare veniva dal Veneto e si era integrato alla perfezione in Agro Pontino. Qual era il suo rapporto con la comunità locale?

(F.C.) La Comunità originariamente e storicamente è veneta. Nel corso degli anni si sono aggiunti gruppi provenienti dalla Tunisia, quando questo Paese ha recuperato l’indipendenza e per gli italiani lo spazio si era ristretto. Poi sono arrivati profughi dall’Istria e… camorristi, ma la caratterizzazione veneta è rimasta. Don Cesare era un parroco che viveva intensamente con i parrocchiani. Girava per le campagne con la sua Fiat 127, portava il settimanale “Famiglia Cristiana”, si fermava a parlare, prendere un caffè e l’inverno alle famiglie più bisognose portava calzettoni, maglioni. Ha aiutato molti giovani all’avviamento al lavoro nelle fabbriche durante gli anni Sessanta e Settanta che non mancavano in provincia.

(A.S.) Quali sono state le fonti che ha utilizzato per il suo libro? Ha trovato persone disponibili ad aiutarla in questa sua ricerca?

(F.C.) Ovviamente quanto scrisse la stampa locale nel periodo dell’omicidio, documenti delle pubbliche amministrazioni e testimoni. Sì, ho trovato amici di Don Cesare e parrocchiani di Borgo Montello, che mi hanno detto tante cose che sono state utili per il libro che ho scritto.

(A.S.) Don Cesare, la discarica, il comitato di Borgo Montello. Cos’ha scoperto e cosa resta da scoprire?

(F.C.) Il delitto è connesso con la discarica, una delle più grandi d’Italia, una vergogna nazionale. Su questa discarica è emerso il ruolo della malavita organizzata, come la camorra. Non è chiaro il ruolo delle nostre Istituzioni, perché nonostante le denunce dei cittadini e le informative di Carmine Schiavone del clan Casalesi, lo Stato inteso in Regione, Agenzia Regionale per l’Ambiente e Forze dell’Ordine non ha mai effettuato gli scavi giusti per ritrovare i fusti con sostanze chimiche i cui luoghi furono segnalati dallo steso Schiavone. Perché? La scoperta più sconcertante è stata quella che nel corso delle indagini non furono ascoltate le persone più vicine al parroco e che abitavano vicino la canonica. Perché? Don Cesare negli ultimi giorni prima di morire era molto preoccupato e aveva paura. Così confessò a persone a lui vicine. Si è cercato di capire perché aveva paura?  Sono stati controllati gli atti relativi alle compravendite dei terreni per l’individuazione dei reali proprietari delle attività imprenditoriali ubicate a ridosso della discarica stessa e se fosse corrisposta al vero la notizia secondo cui si sarebbe voluto realizzare nella stessa zona di Borgo Montello un mega-inceneritore per rifiuti urbani e speciali? Il mio libro è servito a far riaprire le indagini che però sono state frustrate dal fatto che la Procura aveva distrutto i reperti. Perché?

Don Cesare Boschin (1975)

(A.S.) Infine, è importante anche sapere chi è l’autore del libro su don Boschin. Chi è Felice Cipriani, quali i suoi interessi? Lei, maentino di nascita, è molto interessato a tutto quello che riguarda la memoria e l’Agro Pontino. Può dirci qualcosa in più?

(F.C.) I miei interessi sono legati all’ambiente e alla Memoria. Credo, di essere stato il primo a organizzare, nella capitale, come segretario del Comitato di uno dei più disastrati quartieri di Roma, urbanisticamente parlando, quello di Cinecittà, una manifestazione per il “Verde” nel lontano 1970. Sono stato tra i fondatori degli “Amici del Tevere”, dell’Associazione “Amici dei Monti Lepini”, Comitato Ambiente Sperlonga, L’Altritalia Ambiente. Per tanti anni la mia attività giornalistica e non solo mi ha portato a occuparmi di questioni internazionali e di Paesi come Russia, Cambogia, Cile e quelli del Medio Oriente. Abbandonato il lavoro dipendente, ho iniziato a scrivere libri sulla Memoria e sul recupero di storie di persone che avevano meritato ed erano state dimenticate dalla storiografia. Non sto a elencare le storie e i titoli dei libri, posso dire che il mio impegno ha contribuito alla concessione di medaglia d’oro al Merito Civile alla Memoria, alla riabilitazione di contadini condannati nel 1881 ingiustamente e alla riapertura di indagini come nel caso di Don Cesare Boschin. Poi mi sono concesso qualche licenza spericolata, scrivendo su San Tommaso D’Aquino e le sue presenze a Maenza. In merito all’Agro pontino posso dire di averlo considerato sino a trent’anni fa uno degli angoli più belli d’Italia e mi sono speso per salvaguardarlo sotto vari vesti. Ho contribuito a recuperare e salvare dalla distruzione i progetti di Sabaudia e con amici architetti organizzarne una mostra a Londra presso la Facoltà di Architettura. Di questa città ho parlato in convegni nazionali quando era difficile parlare dell’architettura fascista. Ho denunciato sui giornali la pericolosità della Pontina, la tentata navigazione del lago di Paola, il porto turistico a Lago Lungo, la porcilaia a Sonnino. Per ultimo a un convegno del 1980/81 promosso dal comune di Latina sulla “città stellare” con l’architetto Paolo Portoghesi denunciai le infiltrazioni della malavita nelle attività turistico-commerciali nella provincia.

Felice Cipriani (2019)

(A.S.) Lei ha qualche proposta per il presente e il futuro dell’Agro Pontino?

(F.C.) Ricucire la città di Latina con i borghi, non con il cemento ma attraverso attività connesse con la cultura, mostre, concerti, teatro, agroalimentare, mercati km zero e non centri commerciali e poi corridoi verdi che raccontino la storia e preservino qualcuno dei “poderi”. Realizzare il treno metropolitano da Roma a Latina città, migliorare la condizione e la sicurezza della Pontina e farne una superstrada con tre corsie da Spinaceto a Pomezia. Tutelare le architetture delle città di fondazione e dei borghi. Adoperarsi per creare una Facoltà di Architettura a Sabaudia e fare di Latina una città dei congressi. Promuovere uno studio serio sull’utilizzo dell’acqua per fini agricoli e scongiurare che ci sia negli anni a venire una salinizzazione delle acque dell’Agro Pontino. Lavorare per una maggiore sussidiarietà e complementarietà tra i centri Lepini e l’Agro pontino… che mi sembra un po’ difficile vista l’aria che tira in termini di capacità progettuale della classe politica e delle pubbliche amministrazioni. Bisogna saper sognare, sperare e credere fermamente che i sogni si possano realizzare.

(A.S.) La ringrazio davvero per la sua disponibilità. Le sue parole agiranno certamente da pungolo per le nuove generazioni.

A Sabaudia l’Ecomuseo entra nelle aule scolastiche

Oggi si è svolto il primo di sei incontri on line rivolti agli studenti delle scuole di Sabaudia per conoscere la vegetazione che caratterizza il paesaggio dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino. Due operatori sul campo si sono collegati con la scuola e hanno interagito con i bambini grazie alla LIM (lavagna interattiva multimediale). Prima del collegamento ogni alunno ha ricevuto un pacchetto con le foglie di alcune delle piante che hanno poi scoperto tramite la visita guidata virtuale. In questo modo bambini e ragazzi hanno potuto vedere da vicino, toccare, odorare le foglie e, contemporaneamente,  rispondere alle sollecitazioni degli operatori e fare domande e richieste a loro volta. Oggi hanno fatto la loro visita virtuale i bambini delle classi seconde delle scuole primarie, nei prossimi giorni saranno coinvolti anche i ragazzi delle scuole secondarie di primo grado. Le scuole coinvolte nelle attività sono l’Istituto Comprensivo Orsolino Cencelli e l’Istituto Omnicomprensivo Giulio Cesare.

Sopralluogo con drone al Riparo Roberto

Questa mattina Roberto Vallecoccia ha effettuato fotografie e riprese video del Riparo Roberto e della Grotta Jolanda con un drone professionale Mavic air 2 decollato dal versante opposto a circa 400 metri dal riparo. Il Mavic air 2 fa riprese a fotografie e riprese a 4 e 8 k. Per Vallecoccia, non nuovo a questo tipo di riprese sul territorio lepino e pontino, l’utilizzo dei droni permette di effettuare sopralluoghi in zone impervie e rocciose riducendo al minimo l’impatto sul territorio.
Riparo Roberto e Grotta Jolanda furono scoperte dall’antropologo Marcello Zei e prendono il nome rispettivamente dal figlio e dalla moglie dello studioso.
Il video è in fase di montaggio, sarà disponibile nei prossimi giorni.
Roberto Vallecoccia è referente dell’antenna di Sezze dell’Ecomuseo e presidente dell’associazione Memoria Storica di Sezze.