Conversazioni pontine: Angelo Fàvaro

Angelo Fàvaro è da oltre venti anni docente di materie letterarie nei licei della provincia di Latina e Roma ed è anche Professore incaricato presso l’Università “Tor Vergata” di Roma. Ha vissuto a lungo a Sabaudia, città con cui mantiene profondi legami, affettivi e culturali. Ricercatore e scrittore poliedrico, animatore culturale infaticabile e attento ai temi/problemi della contemporaneità, ha organizzato decine di convegni, giornate di studio, eventi nella città pontina e all’estero, sufficiente pensare al Convegno internazionale pirandelliano presso Salonicco o il Convegno internazionale per il quarantesimo anniversario dalla morte di Pasolini a Praga. Approfittiamo della sua disponibilità per una piacevole conversazione.

(Antonio Saccoccio) Buongiorno Prof. Fàvaro, lei è impegnato da decenni a Sabaudia sul fronte artistico e culturale. Partiamo con un risultato conseguito proprio quest’anno: Sabaudia è ufficialmente diventata “Città di Moravia”.

(Angelo Fàvaro) Sabaudia è la cittadina pontina più amata e rinomata dell’Agro, per numerose ragioni, che non è questa l’occasione per eviscerare, sufficiente riflettere sulla sua posizione, sulla sua architettura, sulla ricchezza antropologica e culturale dalla Fondazione ad oggi. Sono onorato e felice di averci vissuto dai miei tre fino ai trent’anni circa, e vi ho ancora domicilio. Sì, dal 2020 Sabaudia è ormai non solo nella vulgata, ma anche formalmente “Città di Moravia”, fra gli altri appellativi o epiteti che potrebbero connotarne la plurima vocazione. Da tempo, tento questa operazione, tutta squisitamente culturale e, finalmente, si è riusciti nel varo di un logo e nella formazione di un brand, per utilizzare la terminologia più esatta, che è stato registrato, presso la Regione Lazio. Adesso, Sabaudia può essere associata alla presenza dell’intellettuale, romanziere, critico Alberto Moravia, alle sue opere, al suo pensiero, al suo impegno ecologico, europeista e latamente umanitario. A trent’anni dalla scomparsa, scopo precipuo e specifico, dopo l’intitolazione di una piazza, è stato quello di continuare a far conoscere, valorizzare e diffondere il patrimonio di pensiero, di civiltà, d’arte e di letteratura contenuto nelle opere e insito, ormai iconicamente, nella figura-persona di Alberto Moravia.

Il logo ideato da Angelo Fàvaro e realizzato da Giovanni La Rosa, donato al Comune di Sabaudia.

(A.S.) Quale nesso fra un luogo, in questo caso Sabaudia, e un autore, Moravia?

(A.F.) Ho un’idea precisa. Io ritengo che ogni opera d’arte nasca in precisi contesti: situazionale, e mi riferisco alla situazione individuale di chi agisce creativamente, alla sua storia personale, a quel momento preciso della sua esistenza nel quale l’opera viene dapprima ideata e poi realizzata; epocale, ovvero storico, politico, sociale dell’epoca nella quale l’opera vede la luce e che ha fortemente sollecitato l’autore; infine, ambientale-naturale, ed è semplice intuire come senza la Roma del fascismo Moravia non avrebbe mai potuto immaginare quel capolavoro che è La romana, o senza l’esperienza dell’otto settembre e dell’autoconfino a Fondi sulle macere, non sarebbe mai stato scritto quello straordinario romanzo sulla guerra che è La ciociara. Egualmente ritengo che dall’esperienza a Sabaudia siano nati alcuni racconti de La cosa e de La villa del venerdì, in parte anche tutta l’ultima produzione dello scrittore, anche se della cittadina pontina non c’è alcun cenno. Inoltre, nel 1980, Moravia stesso aveva dichiarato: «Il mare che amo? Quello del Circeo, quello di Sabaudia, non ancora turistica e non ancora mondana e, particolare importante per chi lavora, distante un’ora e mezzo di macchina da Roma».

(A.S.) Anche se giova rimembrare che il suo primo interesse, rispetto a progetti e convegni, era stato rivolto a Pasolini, se non erro.

(A.F.) È corretto, invero, ho organizzato tre giornate di studi dedicati a Pier Paolo Pasolini, tutte con il medesimo titolo: “Un sordo sottobosco dove tutto è natura…”, nel 2005, nel 2006, nel 2007, ma soltanto della prima sono stati stampati gli atti. Non si potrebbe nemmeno immaginare di parlare di cultura e di letteratura a Sabaudia senza ricorrere a Pasolini, Moravia, Maraini, Bertolucci, Tornabuoni, Siciliano, Schifano, Stanislao Nievo, Emilio Greco, Lorenzo Indrimi, Igor Man, Gabriella Sobrino, ancora oggi Rodolfo Carelli… la lista è ancora lunga.

(A.S.) Esattamente dieci anni fa lei ha curato a Sabaudia un importante convegno internazionale: “Alberto Moravia e gli amici”. Ci può parlare degli esiti di quella giornata di studi, di queste amicizie, anche in relazione al ruolo giocato dalla città di Sabaudia?

(A.F.) Sul lungomare di Sabaudia, c’è una villetta bifamiliare con due grandi finestre, come due occhi, ormai sovente serrati, rivolti alla duna, fra mare e cielo. Osservando dalla strada, il lato destro era stato fatto edificare per Pasolini, il sinistro per Moravia. Entrambi avevano scoperto la cittadina pontina sul finire degli anni Sessanta, e per ragioni differenti ne erano rimasti affascinati: a Moravia sembrava di assaporare qualcosa della “sua” Africa; a Pasolini, invece, pareva di riscoprire qualcosa di umano e di non conformista, nonostante il progetto fosse stato approvato in epoca fascista e la città edificata in poco più di trecento giorni, con una inaugurazione fascistissima. Pasolini fu ucciso proprio poco prima della conclusione dei lavori della bifamiliare, nel 1975; Moravia al contrario vi soggiornò lungamente d’estate, ma anche in primavera e in autunno, raramente d’inverno; quel mattino del 26 settembre 1990, nel quale fu trovato morto nella sua abitazione a Lungotevere della Vittoria 1, a Roma, avrebbe dovuto recarsi a prendere delle scarpe rimaste lì a Sabaudia, accompagnato da Dacia Maraini. Mi piace pensare che, mentre si radeva, stesse ripercorrendo mentalmente il tragitto e tutto quel che avrebbe voluto fare prima di tornare a Roma, magari accarezzando l’idea, se il tempo fosse stato ancora piacevole e caldo, di rimanere qualche giorno al mare.
Quando ho, dunque, progettato quel convegno internazionale, avevo in mente, diciamo scientificamente tre direttrici, ancora insondate in questo ambito: in primo luogo un autore come Moravia, che aveva attraversato da protagonista il XX secolo, aveva assegnato un’importanza essenziale all’amicizia, ai rapporti con sodali giovani, a volte giovanissimi, a ritroso, quando egli stesso era poco più che ventenne con uomini e donne a volte di età molto lontana dalla sua, penso a Benedetto Croce o al critico d’arte Bernard Berenson; in secondo luogo avrei voluto sfatare l’idea del “Clan Moravia”, ovvero di una rete di relazioni fondate su reciproci favori e su un diffuso opportunismo; infine, in terzo luogo, avrei voluto offrire uno strumento di riflessione squisitamente letteraria: la relazione amicale come motivo di interscambio di idee e di progetti, come confronto, penso a Calvino che incontra Moravia, alla fine degli anni Cinquanta, e ritenendo ripetitivi e ormai esaurita la vena dei Racconti romani gli dice «Ma quando la pianti?».
Sabaudia è stata un collettore di incontri, di rapporti, di amicizie per Moravia: Dacia arredò la villetta, lunghe e piacevoli le conversazioni con Bernardo Bertolucci, Dario Bellezza, sovente ospite di casa Moravia, ultimi ma non ultimi, fra i molti ospiti, Gianni Barcelloni-Corte, Enzo Siciliano e Alain Elkann, che proprio fra Roma, Sabaudia e Parigi compose con Alberto la Vita di Moravia. Il romanziere romano aveva compreso che la pace, l’atmosfera, la dolcezza climatica e il garbo di Sabaudia e dei suoi abitanti erano gli ingredienti perfetti per la conversazione, lo scambio intellettuale e umano, necessari all’amicizia e non meno alla scrittura.

René de Ceccatty, autore di una biografia di Moravia e tra i relatori al convegno di Sabaudia, fotografato davanti alla villetta dello scrittore romano.

Una nota non troppo marginale: a Sabaudia, nella porzione pasoliniana della bifamiliare, soggiornava Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini, e sua ospite era una lettrice di spagnolo alla «Sapienza», dopo esserlo stata all’università di Palermo, Carmen Llera: era il 1982, la giovane donna, appena ventinovenne, voleva intervistare Moravia per completare la sua tesi su Luis Buñuel, era alla seconda laurea. Galeotti furono quel mare, quella duna dorata, quella cittadina immersa nel verde: Moravia si innamorò perdutamente di quella seducente, colta, misteriosa spagnola. Nel 1986, il matrimonio, non prima che lo scrittore de Gli indifferenti le avesse dedicato la raccolta di racconti La cosa.
Lo scorso anno, inoltre, ho curato un importante progetto moraviano sul tema dell’indifferenza: a novant’anni dalla pubblicazione del romanzo si è svolto a Sabaudia un dibattito con alcuni noti intellettuali, fra i quali Gianni Cuperlo, Giulio Ferroni, Annamaria Andreoli, Rino Caputo.
A Sabaudia, ho altresì tentato di affrontare e considerare la categoria del “conformismo”, che Moravia aveva già esaminato nel romanzo Il conformista (1951), film nel 1970 per la regia di Bernardo Bertolucci, ma che Pasolini ha egualmente sondato in romanzi, poesie, film. Il 26 e 27 febbraio 2015 ho organizzato un convegno internazionale dal titolo Moravia, Pasolini e il conformismo, che ha avuto un interessante conclusione a Casarsa, la cittadina friulana amata da Pasolini, il 21 marzo dello stesso anno. Dagli stimolanti interventi e dalle sollecitazioni successive nel 2018 ha visto la luce un volume miscellaneo sul medesimo argomento.

(A.S.) Un rapporto privilegiato lo aveva senz’altro con Piero Paolo Pasolini, con cui condivideva anche la già menzionata villetta al mare.

(A.F.) Pasolini e Moravia furono amici, più che amici, fratelli, o… in una relazione indefinibile secondo le categorie comuni: si potrebbe pensare ad un rapporto padre-figlio, ma dove il padre sovente giocava il ruolo del figlio, e il figlio quello di un padre risoluto e censorio, quando non proprio di severo rimprovero. A Sabaudia, prima di edificare la bifamiliare, furono ospiti nella villetta Antonelli: lavorano, parlavano, discutevano. Un’estate del 1970: Alberto aveva scritto un soggetto, Abramo in Africa; Dacia e Pier Paolo lavoravano alla sceneggiatura, con zelo e con precisione, discutendone animatamente, mutando in parte il saggetto orIginale. Nel 1973, Gianni Barcelloni, dopo vari sopralluoghi e ricerche, finalmente portava nelle sale quel capolavoro, quasi dimenticato. Un film “scritto” e pensato a Sabaudia, per parlare del neocolonialismo e dello sfruttamento in Africa.

(A.S.) C’erano luoghi che Moravia preferiva a Sabaudia? Luoghi che frequentava abitualmente?

(A.F.)  Sì, Moravia trascorreva lunghe ore al Bar Italia, seduto al suo tavolino, sorseggiava bevande analcoliche, conversava con gli amici, leggeva i giornali, non amava mettere autografi sui libri, né che gli si facessero domande personali, i sabaudiani sono sempre stati rispettosi. Andava a comprare il pesce nella pescheria, che era esattamente collocata dove oggi si trova, in Piazza Santa Barbara, una cantina di ottimi vini locali. Quasi ogni giorno, si recava ad acquistare nella tabaccheria-cartoleria Scavazza pennarelli neri e blocchi ad anelli. Si fermava per la spesa quotidiana di generi alimentari da Rossetti o da Scarton. Entrava qualche volta anche dalla signora Eufemia, che gestiva una notissima bottega di ferramenta, non saprei esattamente cosa vi acquistasse. Camminava sorreggendosi ad un bastone, passeggiando verso la chiesa e arrivava fino all’edificio della Maternità e Infanzia. La presenza di Moravia a Sabaudia è stata una presenza reale, concreta, tutti lo conoscevano e lo salutavano, non rimaneva, con gli odierni “vip” o intellettuali, chiuso nella sua villa o soltanto a passeggiare sulla spiaggia, che comunque amava, ma viveva la città; tutti si potevano intrattenere con lui brevemente, perché era impaziente.

(A.S.) Tra l’altro lei incontrò anche personalmente Moravia…

(A.F.) Ho incontrato numerose volte il romanziere a Sabaudia, come tutti del resto, e diciamo che ho “parlato” con Moravia direttamente in due sole occasioni. Sono ricordi personali, dunque in alcun modo significativi rispetto agli studi o alla ricerca letteraria. Era il 1983, avevo sedici anni, ed ero in competizione con una mia compagna di classe, Titti: il mio desiderio più grande sarebbe stato poter conoscere Italo Calvino, avevo letto tutto quel che aveva scritto, il mio testo preferito era la raccolta di racconti Le cosmicomiche; al contrario la mia amica, che vive ancora a Sabaudia ed è un’ottima primaria del pronto soccorso di un ospedale, era un’appassionata lettrice di Moravia e diceva di conoscere Calvino. La sfida era semplice: tu mi porti l’autografo di Moravia e me lo presenti, ed io ti faccio conoscere Calvino. Era un giorno di fine giugno, gironzolando per il centro, vedo Moravia al Bar Italia: mi faccio coraggio, nonostante fosse accigliato e molto concentrato a scrivere su un blocco, mi avvicino. Attendo qualche istante che si accorga di me, e quando mi osserva, prontamente saluto con un quasi urlato “buon pomeriggio”. Era noto fosse un po’ sordo. Lui secco: «Chi sei? Cosa vuoi? Perché stai lì impalato?» vedo che fa fatica a mantenersi serio. Sorrido, e rispondo sempre a voce bene alta: «Mi chiamo Angelo Favaro. Sono uno studente del liceo classico. Sono qui perché c’è una mia amica…» non mi fa terminare la frase. Interviene: «Amica? Una donna?» Rispondo: «Sì, una mia amica, che vorrebbe conoscerla, non so se…». Prende in mano il bastone che aveva accanto alla sedia di platica del Bar Italia, e lo alza e comincia a sbatterlo sul tavolino: «Basta con le donne! Basta! Vai via! E lasciami in pace. Stai lontano anche tu dalle donne» urla. Mi allontano sconsolato, per non essere riuscito a compiere la missione che non mi era parsa proprio impossibile. La seconda volta, è stata qualche anno dopo, forse proprio nel 1990, d’ estate. Era quasi sera, mi trovavo a passare nei pressi dell’ancora, correvo ad una riunione in parrocchia. Lui camminava con due amici nella direzione opposta. Uno dei due amici teneva impilati alcuni libretti, di piccole dimensioni di un bel blu oltremare. «Fermati! Vieni qui!» si fa passare un libretto e me lo dona: «Tiè, te lo regalo, e leggilo. Non legge più nessuno, ma queste so’ poche pagine!» Prendo il libretto. Sorrido. E dico soltanto: «Grazie, no a me piace leggere. E tanto». «Ah, è perché allora non hai nulla da fare.» Avrei voluto rispondere e dire tutto quello che pensavo, ma ero già in ritardo alla riunione. Quindi ho soltanto salutato e sono corso via.

(A.S.) La sua attenzione non è dedicata solo alla Sabaudia del Novecento. Ricordo anni fa la sua partecipazione in prima linea al progetto “Villa di Domiziano: percorsi”. E un fondamentale convegno da lei curato, “Domitianus dominus et deus”…

(A.F.) Il Progetto Villa di Domiziano fu curato dalla dott.ssa Daniela Carfagna, e fu lei a coinvolgermi in un’avventura entusiasmante, culminata in tre volumi: gli atti di un convegno dedicato all’imperatore romano, una guida-percorso archeologico, una antologia poetica d’età domizianea, a mia cura ed in uno spettacolo teatrale, scritto, diretto e messo in scena da me proprio nel sito archeologico della Villa di Domiziano. Il territorio di Sabaudia è un territorio ricco di entusiasmanti esperienze naturalistiche e geologiche, storiche e sociali, antropologiche e architettoniche, nell’agricoltura e nell’allevamento, artistiche e letterarie, che a mio avviso andrebbero costantemente rinvigorite e fatte conoscere, praticate. Il Parco Nazionale del Circeo in particolare contiene una fauna, una flora ed una varietà di ambienti naturali, contenuti in relativamente pochi km2, che pochi altri luoghi al mondo possono vantare. La cultura è un bene prezioso e al contempo una risorsa economica, se amministrata con intelligenza e con rispetto, secondo modalità ecosostenibili.

(A.S.) Lei ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza a Sabaudia. Le sembra cambiata oggi la città?

(A.F.) Sabaudia mantiene alcuni ambienti-elementi ben conservati e curati, in altri casi si nota un certo abbandono, non voglio dire degrado. Quel che ho notato nel corso degli anni è stato un lento e progressivo depauperamento di presenze giovanili e di attività produttive, ovviamente compatibili con il territorio. Mancano, a mio avviso, idee trainanti per la città e politiche che guardino un po’ più lontano, varchino le esigenze/emergenze del presente. Negli anni della mia adolescenza ho visto edificare numerosi nuclei abitativi, fino alla saturazione degli spazi, seconde case vacanze, ma non hotel; ho visto fallire aziende importanti e cessare attività; ho constatato la riduzione delle presenze nelle varie caserme (Marina, Esercito, Finanza). In questi ultimi anni, queste seconde case sono sempre chiuse, pressoché disabitate nel corso dell’anno. Nessuna nuova azienda è stata aperta. Nessuna nuova attività produttiva. Il discorso è complesso. Dico soltanto, al momento, che bisognerebbe organizzare gruppi di lavoro con intellettuali, architetti, storici, economisti, persone competenti e a conoscenza della “situazione-realtà Sabaudia”, fra Parco Nazionale e vincoli ambientali etc., coinvolgendo anche i cittadini volenterosi, in grado di offrire un contributo di idee allo sviluppo della città e del suo territorio, negli ambiti di intervento più urgenti: economia, lavoro, convivenza con nuove etnie sul territorio, accoglienza e inclusione, scuola e università, ricerca e sport, cultura e turismo, natura-agricoltura e progetti per un territorio completamente green dal punto di vista energetico e produttivo; in particolare bisognerebbe cominciare a ragionare sulle possibilità di progetti europei finanziabili per la sopravvivenza della cittadina e dei suoi abitanti.

(A.S.) È d’obbligo concludere con una domanda sui giorni che viviamo e che ci attendono. Dopo aver raggiunto l’obiettivo di “Sabaudia città di Moravia”, ha altre idee da proporre per il presente e il futuro di Sabaudia o più in generale dell’Agro Pontino?

(A.F.) Idee molte… molte sorprese… ma è essenziale cominciare a eliminare fazioni e divisioni, e, invece, mettere a fuoco la sinergia delle competenze, della buona volontà, delle visioni, dove quel che conta non è né il narcisismo personalistico, né il protagonismo affaristico. Sabaudia è al centro della provincia di Latina. Semplicemente osservando la mappa di questo vario e non troppo vasto territorio se ne colgono la ricchezza, la varietà, la bellezza. Ecco, si potrebbe cominciare da qui. Basta saper conoscere e riconoscere le opportunità che questa natura, la nostra storia plurimillenaria, l’incontro di popoli, con usi, costumi, tradizioni differenti, le architetture e le colture/culture, le arti offrono, per progettare il nostro futuro. In primis, sarebbe necessario “connettersi”, mettere in comune il patrimonio di ogni realtà locale, dalle cittadine ai più piccoli borghi, conoscersi, evidenziare le peculiarità che rendono unici luoghi-prodotti, e farli poi conoscere. Considerare i vincoli biofisici come un’opportunità e una sfida, non come un limite: ecco, io ritengo che la contraddizione sia contenuta nel concetto stesso di sviluppo industriale ed economico “infinito”, nella mercificazione di ogni bene che viene ormai considerato “bene di consumo”; la chiave di volta è nel riconoscere le potenzialità dello sviluppo sostenibile a base ecologica, culturale, di ricerca, non negare ma valorizzare la natura, con un intento di ricerca estetica, sociale, psicologica. Il benessere non si fonda sul rapporto bruto produzione-consumo, ormai lo abbiamo compreso: il nostro territorio offre possibilità di una sana e buona vita. La parola “magica” è cultura, grazie alla quale si può affrontare la novità e governare la complessità. Potrei proporre numerosi esempi pratici… ma non occorre. Ci si prenda una giornata di relax e si faccia anche soltanto una bella passeggiata in bicicletta da Sabaudia a Fondi, o da Sabaudia a Priverno… e si capirà facilmente.

(A.S.) Grazie davvero per queste parole intense e generose, cariche di significato e di speranza. Speriamo che il suo impegno in ambito culturale sia da esempio per coloro che, oggi adolescenti, avranno il compito nei prossimi decenni di contribuire allo sviluppo sostenibile di questo territorio.

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