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Un barbiere e ciabattino in Agro Pontino

Mio zio Dolfin era barbiere e ciabattino. Faceva certe scarpe che erano la fine del mondo. Ti toccava i piedi, li guardava e ritoccava, ti pigliava la misura con il centimetro e ti faceva due guanti sul piede, una cosa precisa precisa. Ma quante scarpe nuove vuole che ci facessimo noi morti di fame al mio paese? E chi vuole che – fatto pure una volta un paio di scarpe nuove – si permettesse poi di consumarle per doverle risolare? La gente da noi camminava scalza, come abbiamo poi camminato scalzi per tutto l’Agro Pontino fin che nel 1960 non è arrivato il benessere. E non è neanche da dire che tu quelle scarpe nuove te le mettevi solo il giorno del matrimonio e poi quello del tuo funerale – dimodoché, portandotele via con te, tuo figlio quando si sposava era costretto a farsi fare le sue – poiché essendo nel Basso-Rovigotto praticamente tutti ferraresi, noi in quanto tali abbiamo pure il sacro rito e costumanza che il morto va via scalzo. Lei non vede in nessuna veglia funebre o camera mortuaria di Ferrara e Codigoro – ma pure a Pontinia e Borgo Hermada – un morto con le scarpe nella bara. Sempre scalzo. Sia maschio che femmina. Coi calzini puliti e nuovi di zecca. E pure con la cravatta al collo. Pettinato bene e tutto rasato e – dentro le tasche che la gente non vede – pure un po’ di soldi, le sigarette, l’accendino o i fiammiferi se fumava, e prima di chiuderlo col coperchio della cassa, la moglie e i figli gli mettono una bottiglietta di grappa e qualcosa da mangiare. Sono gli usi nostri. […]

In ogni caso dalle parti nostre i morti – pur con qualche soldo – se ne vanno però scalzi. Scalzo sei entrato e scalzo te ne rivai. Veda un po’ quindi quanti affari poteva fare dalle parti nostre un ciabattino provetto – un artista delle scarpe – come mio zio Dolfin. E pure come barbiere – povero zio Dolfin – cosa vuole che guadagnasse? Con la fame che c’era, secondo lei la gente andava a farsi fare la barba dal barbiere? Ma quelli piuttosto se la mangiavano, la loro barba. Lui lo chiamavano, appunto, solo quando c’era da fare la barba a un morto. Se no s’arrangiavano da soli. E mia zia se l’era sposato – che lei sì la sapeva lavorare la terra, lei era la seconda, ossia la prima delle femmine, venuta al mondo dal grembo di mia nonna l’anno dopo zio Temistocle e l’anno prima dello zio Pericle – se l’era sposato per amore, perché aveva una voce canterina e sapeva raccontare mille storie, anche le più strampalate, facendogliele però credere vere.

[tratto da Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010]

“I poderi erano tutti uguali”

I poderi erano tutti uguali. O meglio, in realtà la parola podere significherebbe l’intero terreno assegnato ad ogni famiglia di coloni, che variava da dieci a quindici o anche venti ettari di terra, a seconda della fertilità e della possibilità d’irrigazione. Ma noi da subito abbiamo cominciato a chiamare “podere” il casale dove abitavamo; neanche la stalla – che pure era attaccata – o i fienili o i magazzini, ma proprio la casa. Quello era il podere perché sopra – sul fronte che dà verso la strada – su di un angolo al secondo piano, scritto a lettere alte di pietra, c’era: “O.N.C. – Podere n. 517″ – Anno X E.F.“.
O.N.C. vuol dire Opera nazionale combattenti e Anno X dell’Era Fascista vuol dire 1932, dieci anni dalla marcia su Roma, inizio di un’era millenaria che non doveva finire più. Prima c’era stato il mondo di prima, con il disordine, l’ingiustizia e il disprezzo dell’Italia da parte di tutti; adesso s’era aperta un’era nuova, dove il nome di Roma avrebbe trionfato e imposto la sua pace su tutto il mondo. O almeno questo era quello che dicevamo orgogliosi. Sul casale c’era scritto “podere” a lettere di pietra bianca, ripeto – belle grandi sull’intonaco celeste – e quindi noi i casali li abbiamo chiamati allora e per sempre “poderi”.

Il nostro stava – come sta tuttora – sulla Parallela Sinistra, la strada che costeggia parallelamente il Canale Mussolini nel tratto che da ponte Marchi attraversa l’Appia prima e la Provinciale poi. […]

I poderi – ossia i casali – erano tutti celesti. A due piani. Col tetto a due falde e capriate di legno. Tegole rosse alla marsigliese. Grondaie per la raccolta dell’acqua e discendenti. Sopra il tetto il comignolo grosso – tondo – in cemento prefabbricato, uguale per tutti. Le finestre nuove di zecca erano verniciate di verde e non avevano persiane ma, all’esterno, zanzariere – reti metalliche a maglia finissima che impedivano l’accesso agli insetti – poi i vetri e dietro, all’interno, gli “scuri” di legno verniciati chiari, pannelli che richiusi non lasciavano filtrare la luce.

[tratto da Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010, pp. 205-206]

El prìvy

Comunque quella volta a un certo punto questi americani si misero a fare: “Tel prìvy, tel prìvy” e noi non capivamo. Rossoni allora – che come lei sa l’America era casa sua – disse: “El prìvy xè il cesso”, e anche noi da quel momento cominciammo a chiamarlo “prìvy” e ancora ce lo chiamiamo adesso; anche se naturalmente non c’è più e abbiamo tutti il bagno in casa. Fu zia Bìssola la prima che – una volta che c’era un ospite, non so chi fosse, forse il medico o il prete – dovendo improvvisamente andarci ma volendo motivare un po’ signorilmente la sua assenza, disse: “A vàgo int’el prìvy”. […]

E da allora in poi – prima per gioco e poi per davvero – per tutti i Peruzzi il cesso è sempre stato il prìvy e stava dietro, staccato dalla casa, come si faceva allora in tutte le zone di campagna. Mica solo in Agro Pontino. In tutto il mondo e le ragioni erano igieniche. Non essendoci disponibilità d’acqua corrente nelle case – disponibilità legata evidentemente all’energia elettrica – non c’era neanche la possibilità di smaltire in condotte o fognature i rifiuti che ne derivavano. Lo smaltimento doveva farsi quindi solo con i pozzi neri – scavati direttamente sotto la latrina – in cui i liquami ristagnassero per essere poi svuotati una o due volte l’anno. Non era perciò opportuno che le persone risiedessero stabilmente – ossia vivessero, mangiassero e dormissero – proprio sopra il pozzo nero. Per questo lo si metteva fuori, anche se nelle zone più povere e arretrate – come in Altitalia nei casoni – non c’era proprio nessun prìvy, o latrina che fosse, e nemmeno il pozzo nero, e la gente andava di volta in volta in mezzo ai campi.

[tratto da Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010]

Il DDT e la lotta alla malaria

Questa è stata in Agro Pontino la lotta antimalarica fino a tutti gli anni Quaranta e i primi Cinquanta – quando continuavamo ancora ogni tanto a prendere la malaria – finché non è arrivata la Seconda guerra mondiale con gli americani. Allora sì che è davvero finita la malaria, perché se al resto d’Italia hanno portato come si suol dire libertà e democrazia, a noi – che di libertà non ne avevamo mai vista e masticata tanta neanche prima del fascismo, anzi pure peggio – a noi gli americani hanno portato soprattutto il Ddt. Loro lo avevano appena inventato e non lo avevano ancora sperimentato su larga scala. Così quando sono arrivati qui hanno detto: “Provémolo qua!”. Hanno riempito un paio di Dakota – certi apparecchioni loro – con tutti questi bidoni di Ddt e avanti e indietro per l’Agro Pontino finché non lo hanno allagato tutto quando di Ddt. L’esperimento è riuscito – “Orca, se l’è riuscito!” deve aver detto a Truman il generale suo – e non s’è più vista una zanzara anofele in tutto il Lazio e neanche s’è più visto un ammalato di malaria, nemmeno a pagarlo oro. A Velletri hanno dovuto chiudere il reparto. […]
Adesso il Ddt è vietato in tutto il mondo. Perché non è biodegradabile. Resta nel ciclo alimentare e non si dissolve più. Lo hanno trovato perfino nel tessuto adiposo delle foche al Polo Nord. Allora hanno detto: “Basta col Ddt, non si può più fare”. Ma a noi ci ha salvati dalla malaria e se non era per il Ddt, noi non ci vivevamo in cinquecentomila su questo territorio. Sarebbe ancora un deserto paludoso-malarico e noi saremmo dovuti tornare – prima o poi – nei nostri paesi d’origine, da cui ci avevano scacciato a calci. Ora a me dispiace per la foca del Polo Nord – perché ci vuole il giusto rispetto per tutti, pure per le foche – però, se lei permette, è meglio che muoia una foca al Polo Nord o è meglio che moriamo io e i miei figli qui?

[tratto da Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010, pp. 211-212]

La lunga vita piena di guai di un uomo qualunque (di Flavio Pietrantoni): il lavoro del padre, barozzaro, poi bracciante per la bonifica

Io sono nato a Cisterna di Roma il 29 ottobre 1924. Appena nato, il tempo necessario che mamma si rimettesse in sesto dopo il parto alle Castella (una frazione) a nord di Cisterna, lontana circa tre chilometri, dove lavorava mio padre in qualità di barozzaro per conto di un imprenditore agricolo il quale provvide a farlo alloggiare con la famiglia in un manufatto a forma cilindrica che sembrava castello (da qui il nome alla località). Era abitabile solo il primo piano, mentre al piano terra c’erano gli attrezzi da lavoro. Il compito di mio padre era trasportare cose, di conseguenza non stava quasi mai a casa, a volte tornava a casa la sera tardi, non aveva orario, si lavorava dall’alba al tramonto. […]

Lentamente passarno tre anni finchè trovò un altro lavoro e si trasferirono a Cisterna, presero in affitto una casetta di due stanze a Torrecchia di proprietà di Renato Salvatori; era una casetta isolata vicino la strada in mezzo ad un vasto terreno recintato. C’erano tante piante da frutto. Il lavoro che aveva trovato mio padre era sempre lo stesso, solo che prima faceva il trasportatore con le vacche, poi faceva il trasportatore con i bufali. Lavorava per conto del Duca Caetani al procoio di Foceverde dove erano ricoverate le bufale per la produzione del latte. Oltre che i prodotti del latte trasportava ogni sorta di merce, specialmente grano, che porvata al granaio di Cisterna.

La bonifica dell’agro pontino era ancora agli inizi pertanto si viaggiava su stradoni di terra battuta. L’unica strada era quella di Passo genovese che partiva da Foceverde fino a Barabini (oggi Borgo Piave), proseguiva per Cisterna passando per Sessano (oggi Borgo Pogdora) e arrivava a Cisterna. Il canale Mussolini ancora non era incominciato, perciò non si passava sul ponte. In estate si camminava relativamente bene ma d’inverno era un’impresa – direi – più che eroica. Figuriamoci guidare i bufali in mezzo a quella fanghiglia! Mio padre tutti i giorni faceva avanti e indietro trasportando sul baroccio carichi fino a dieci quintali. […]

Allora gli orologi non esistevano (almeno per i poveracci) il tempo non contava, quello che contava era il giorno e la notte, dove ti trovavi dovevi arrangiarti. Tutto questo durò un paio d’anni, poi incominciò a svilupparsi la bonifica integrale. Serviva tanta manodopera, c’era lavoro per tutti, il territorio si riempì di gente proveniente da tutte le parti d’Italia, e partirono gli scavi. Il primo fu il canale Mussolini che partiva da sotto la montagna di Norma e arrivava a Foceverde (mio padre fece carriera: da barozzaro diventò bracciante). Non avendo più a che fare con le vacche né coi bufali respirò: il nuovo lavoro era ugualmente faticoso però sapeva quando incominciava e quando finiva.

Il lavoro era a cottimo, appena attaccava gli davano un tot di metri cubi da scavare, quando aveva finito era libero.

[tratto dal volume autobiografico La lunga vita piena di guai di un uomo qualunque, di Flavio Pietrantoni]