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Inaugurazione della mostra “Voci dalle acque” (Museo della Terra Pontina di Latina)

L’ottagola (ottacola) setina: un favoloso intreccio di ciliegie. Perché si chiama così?

Antonella Costantini, referente dell’antenna ecomuseale di Sezze e responsabile dell’Associazione “Colli tutto l’anno”, ci informa sulla tradizione dell’ottagòla.

“Si cercava di raccogliere le ciliegie con il picciuolo doppio – racconta – e si iniziavano ad intrecciare ad un ramo, si faceva in modo che venisse bella compatta senza lasciare spazi vuoti. La ottagola generalmente veniva fatta dai ragazzi, per poi portarla in regalo alle proprie fidanzate. A me hanno insegnato a farla i miei genitori. La tradizione è particolarmente viva nella frazione di Suso, nel comune di Sezze”.

A Sezze chi sa ancora fare l’ottagola l’ha imparato dai genitori o dai nonni. L’ottagola veniva regalata dai ragazzi alle fidanzate, ma c’è chi ricorda che veniva donata anche alle maestre.

Resta poco chiara l’origine del termine “ottagòla” (ma alcuni dicono “ottacòla”). Si fa riferimento al numero “otto”, a “ora” o ad altro? E poi ha a che vedere con la “gola”? Chiediamo alla comunità setina (e non solo) di aiutarci a risolvere la questione, fiduciosi che qualcuna o qualcuno saprà illuminarci sull’etimologia di una tradizione ancora oggi tanto amata.

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Paesaggio storico e preistorico delle acque: Circeo e Zannone

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Inaugurazione della mostra “Marcello Zei: passione e ricerca” e visita al centro di interpretazione locale di Sabaudia

Jo concone (di Patrizia Carucci)

Fino ai primi anni del secondo dopoguerra le abitazioni, soprattutto nei paesi rurali, erano prive di fornitura idrica, dunque era indispensabile recarsi quotidianamente ad attingere acqua dalle fontane dislocate nei vari punti del paese. A svolgere questa essenziale mansione erano le donne che, con un rituale quotidiano, portavano in casa l’acqua necessaria all’uso domestico grazie ad un contenitore, una conca dalla forma particolare e caratteristica chiamata in dialetto corese “jo concóne”. Questo utensile, oramai desueto, è stato quindi un oggetto essenziale nella quotidianità casalinga delle generazioni che ci hanno preceduto. Rigorosamente fatto di rame, ha una forma che ricorda quella di una clessidra tagliata nella parte alta, cioè con una pancia molto ampia della capienza di circa 10 litri, un collo stretto, per non far fuoriuscire l’acqua durante il trasporto, da cui si allarga e si solleva una tesa a forma di scodella la quale permette di raccogliere facilmente l’acqua dal getto scomposto della fontana. Jo concone lepino, e laziale più in generale, è bellissimo perché ha una forma slanciata ed elegante e i manici posti sui lati al centro sono attorcigliati, mentre quello abruzzese è più tarchiato con maniglie semplici.

C’è da dire che in passato, oltre a jo concone, gli accessori di rame, teglie (i soi), mestolo (jo scolemaréglio), scolapasta e addirittura lo scaldaletto (jo scallalétto, cioè un contenitore con un lungo manico dove venivano messe delle braci e poi passato sul letto per scaldarlo) facevano parte del corredo della sposa insieme al mobilio e alla biancheria.

Sul concone veniva spesso fatto incidere il nome della proprietaria, ovviamente per non confonderlo con quello delle altre, dato che erano tutti simili. Questo perché quando si andava alla fontana si doveva fare a volte una lunga fila per attingere l’acqua. Spesso il posto usurpato era causa di accesi litigi, così si lasciavano i “concuni” come segnaposto mentre si andava a fare altre cose, insomma una sorta di numeretto che usiamo noi oggi per le file negli uffici pubblici. Una volta riempito jo concone, le donne attorcigliavano un pezzo di stoffa, facevano cioè la “coroglia” una specie di ammortizzatore, che si posava sulla testa e sollevando jo concone ve lo poggiavano portandolo in equilibrio sul capo fino a casa.

Nel 1936 il governo fascista istituí la campagna “ORO ALLA PATRIA” per finanziare le guerre coloniali, cioè chiese al popolo la donazione volontaria di monili d’oro, fedi nuziali e del rame. Si racconta che gli utensili di rame vennero raccolti sul sagrato di Sant’Oliva che alla fine fu letteralmente ricoperto di concuni, sói, scallalétti, scolapaste donati dalle donne coresi e quant’altro si poteva trovare di quel metallo. La scena mi venne descritta più volte da mio padre che, giovinetto in quegli anni, ne rimase colpito e meravigliato.

Ora jo concóne ha perso ovviamente la sua principale destinazione d’uso e ne ha acquisita un’altra. Chi, come me, lo possiede ancora perché ereditato da nonne e mamme, lo usa come oggetto decorativo. Il mio fa da porta vaso e l’ho avuto da mia madre che a sua volta lo ha ereditato dalla sua, c’è infatti inciso il nome di mia nonna… LEONISIA (nella foto) ed è il ricordo di un passato sparito, ma non troppo lontano. A volte guardandolo rifletto su quanta acqua avrà trasportato dalla fontana a nasone di via San Nicola, dove mia nonna abitava, e alla grande fatica che anche mia madre, fanciulla negli anni del dopoguerra, ha dovuto fare per assicurare l’acqua per le necessità domestiche di tutta la famiglia. Perciò mi consolo quando vado a pagare la bolletta di AcquaLatina pensando che siano… soldi ben spesi!!

Patrizia Carucci

Concone di Patrizia Carucci, ereditato dalla nonna paterna, riadattato a portaombrelli con una base circolare di ferro
Concone di Maria Paola Moroni, ricevuto in dono da sua suocera, che lo aveva a sua volta ereditato dalla madre

Si ringrazia Patrizia Carucci e il gruppo Cori mè beglio, da cui provengono queste informazioni.

Firmato il protocollo d’intesa tra Fondazione Marcello Zei e l’Ecomuseo dell’Agro Pontino

Il 10 maggio 2021 è stato siglato il protocollo d’intesa tra Fondazione Marcello Zei e l’Ecomuseo dell’Agro Pontino, firmato da Roberto Zei (presidente della Fondazione Marcello Zei), Angelo Valerio (presidente dell’associazione O.N.D.A.) e Antonio Saccoccio (coordinatore tecnico-scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino).
Il protocollo d’intesa è per l’Ecomuseo un impegno ancora più significativo alla luce dal recentissimo ritrovamento di nove uomini di Neanderthal presso la Grotta Guattari del Circeo.

Gli scopi della Fondazione Zei sono la salvaguardia e il proseguimento dell’impegno culturale, civile e didattico di Marcello Zei, con la creazione di un museo a lui intitolato con il materiale presente nella mostra “Homo Sapiens e Habitat”, ubicata a San Felice Circeo nella Torre dei Templari, lo sviluppo d’iniziative volte alla conoscenza della preistoria dell’uomo e del suo ambiente.

Nel pomeriggio Roberto Zei ci ha guidato alla scoperta della mostra “Homo Sapiens e Habitat”, intervallando notizie sui reperti preistorici esposti ed emozionanti ricordi personali legati alla figura del padre Marcello.

La mostra fu istituita nel 1978 per volontà del prof. Marcello Zei e di altri studiosi del “Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario”, con il patrocinio dell’Ente provinciale per il Turismo di Latina e del Comune di San Felice Circeo, usufruendo della collaborazione del Parco Nazionale del Circeo e di specialisti delle Università di Firenze e Roma.

La scalinata di accesso alla Torre dei Templari
La porta d’ingresso della Torre dei Templari, sede della mostra “Homo sapiens e Habitat” e ora anche Centro di Interpretazione locale dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino
La prima sala del Museo, con l’affresco di 6 metri che compendia 70 milioni di anni, dai piccoli mammiferi all’Homo Sapiens
Roberto Zei ricorda le origini della mostra e la nascita della Fondazione Zei
Resti e ricostruzione di elephas antiquus
Da sinistra: Roberto Zei, Vittoria Lattuille, Angelo Valerio, Antonio Saccoccio.

Progetto ecomuseale “C’è In-Pronta” (presentazione pubblica)

Ottimi l’interesse e lo spirito comunitario durante la presentazione pubblica del progetto ecomuseale “C’è In-Pronta”, in risposta al bando per le “Comunità Educanti”, gestito dall’impresa sociale “Con i Bambini” e rivolto a tutti gli enti del terzo settore.

Sono intervenuti: la Prof.ssa Dolores Fernandez per l’Università Sapienza di Roma, che ha coordinato l’intero progetto; il Sindaco di Sonnino, Luciano de Angelis; il Direttore del CAF in Europrogettazione dell’Università “Sapienza” di Roma, Prof.ssa. Paola Campana; Beatrice De Paolis, Maria Giulia Di Lizia, Marina Nanni, Andrea Borsato, Andrea Di Matteo e Massimiliano Marcuccio, studenti protagonisti del percorso di apprendimento; il Presidente dell’Associazione ONDA, Angelo Valerio; il Museo Terre di Confine; Associazione Brigante Antonio Gasbarrone; Associazione Turistica Pro Loco di Sonnino; Istituto Comprensivo Statale Leonardo Da Vinci; Global & Local Srl; Il Seme della Gentilezza; Libera Università della Terra e dei Popoli APS; Associazione Sportiva Dilettantistica Città di Sonnino; Tunuè Srl; Concerto Bandistico V. Bellini Città di Sonnino; Associazione culturale Crescere con Gioia.

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La comunità ecomuseale come aggregatore di pensiero educativo e strumento di cooperazione locale (presentazione pubblica)

Il 29 aprile è stato presentato, tramite la piattaforma Chairos, il progetto “C’è In-PRONTA” in risposta al bando per le “Comunità Educanti”, gestito dall’impresa sociale Con i Bambini e rivolto a tutti gli enti del terzo settore. L’invito a presentare proposte “esemplari” per sostenere o creare le “comunità educanti” intese come comunità locali di attori (famiglie, scuola, singoli individui, reti sociali, soggetti pubblici e privati) era rivolto a tutte le organizzazioni che, a diverso titolo, hanno la responsabilità nell’educazione e nella cura dei minori che vivono nel proprio territorio e che si trovano, oggi più che mai, in situazioni di povertà educativa.

Il progetto ha, come obiettivo specifico, l’Utilizzo della Comunità Ecomuseale, come aggregatore di pensiero educativo e strumento di cooperazione locale, per ridurre la povertà educativa di Sonnino, coinvolgendo minori e famiglie in interventi co-creativi di musealizzazione diffusa in rete.

L’intero iter progettuale, dal disegno del progetto all’invio della proposta è stato realizzato all’interno del percorso di Alta Specializzazione in Europrogettazione dell’Università La Sapienza di Roma, Facoltà di Economia, sede di LT, di cui è direttore la Prof.ssa. Paola Campana. Tale progettualità è stata sviluppata dagli studenti del corso nel quadro di uno dei project work esperienziali, coordinato dalla Prof.ssa. Dolores Fernandez.

Il percorso di apprendimento alla progettualità bassato su metodologie di learning on the job, ha visto protagonisti gli studenti Beatrice De Paolis, Maria Giulia Di Lizia, Marina Nanni, Andrea Borsato, Andrea Di Matteo e Massimiliano Marcuccio. Un gruppo di studenti che ha messo tutta la sua energia a supporto della rete di organizzazioni impegnate ad avviare la comunità educante di Sonnino. Tale simbiosi tra studenti e territorio ha restituito come beneficio un progetto di sistema co-progettato da tutti.

Capofila del progetto è l’Associazione ONDA, coordinatore dell’Ecomuseo dell’Agropontino che si avvale di in partenariato composto da 11 organizzazioni: Comune di Sonnino con i servizi sociali e il Museo Terre di Confine – Associazione Brigante Antonio Gasbarrone – Associazione Turistica Pro Loco di Sonnino – Istituto Comprensivo Statale Leonardo Da Vinci- Global & Local Srl – Il Seme della Gentilezza – Libera Università della Terra e dei Popoli – Associazione Sportiva Dilettantistica Città di Sonnino – Tunuè Srl – Concerto Bandistico V. Bellini Città di Sonnino – Associazione culturale Crescere con Gioia.

Il progetto C’è In-PRONTA sarà presentato in diretta sul canale Facebook di Global & Local il 7 maggio alle ore 16.00 con la partecipazione del Comune di Sonnino e di tutte le organizzazioni del partenariato. Interverranno il Sindaco di Sonnino, Luciano de Angelis; il Presidente dell’Associazione ONDA, Angelo Valerio; il Direttore del CAF in Europrogettazione di Sapienza Università di Roma, Prof.ssa. Paola Campana, e gli studenti che hanno partecipato al Laboratorio coordinato dalla Prof.ssa. Fernandez.

Gli studenti Europrogettisti, in project team, metteranno in evidenza il percorso di co-progettazione partecipata che hanno attuato con i portatori di interesse, articolato in desk check documentale, rilevazione di informazione tramite questionario, 13 riunioni di lavoro bilaterali e un incontro finale di presentazione della proposta progettuale, in plenaria.

Il progetto ha messo in evidenza che la chiave di volta della nascita e del radicamento della nuova Comunità Educante, nel territorio di Sonnino, sta nel coinvolgimento di molte associazioni diverse tra loro che, ognuna nel proprio ambito di esperienza, riuscirà a creare “contributo valoriale ed esperienziale” per la riduzione della povertà educativa. Tuttavia, purchè tale contributo non si disperda nel tempo, vanificando la creazione della Comunità educante, l’accordo preso tra le parti verrà suggellato tramite un patto educativo di Rete e con l’impegno, visto che non sono gli unici player presenti e attivi sul territorio, a non essere un circolo chiuso, ma una realtà accogliente, pronta ad ampliarsi in futuro qualora altri soggetti desiderassero aderire. In tal senso, all’interno del progetto, è stato avviato, anche, un processo di gemellaggio con una comunità educante della Regione Sicilia.

Si ringraziano tutti gli attori coinvolti per il prezioso contributo fornito e con l’auspicio che il progetto possa essere scelto per dar vita ai preziosi laboratori creativi e interculturali che sono previsti dal programma delle attività.

Per partecipare alla diretta, segue la pagina facebook di Global & Local: https://www.facebook.com/fondoeuropeo

Un sopralluogo in località Longara (Sezze)

Questa mattina sono andato con Antonella Costantini in località Longara, toponimo che sta a indicare una striscia di terra lunga e stretta. Da Sezze si prende via Montagna, la strada che conduce, appunto, alla montagna, l’antica via che permetteva il transito e il commercio tra Sezze e Carpineto. Dopo circa tre chilometri si raggiunge la Longara, un pianoro ai piedi di Monte Forcino. Il paesaggio, ormai primaverile, appare incontaminato, tra prati in fiore, farnie e cerri imponenti, secolari, tutto intorno colline verdeggianti. Un manipolo di pastori conduce qui al pascolo pecore e capre. E’ interessante notare come le capre selezionino ciò che mangiano, preferendo i germogli, i fiori, gli apici delle foglie. Incontriamo Elvezio, uno di questi pastori, che tiene pecore e capre a Tre Pozza, che si trova a centocinquanta metri di altitudine sopra la Longara. Lì ha tre capanne coniche rivestite di stramma: una di queste funge da ricovero per il bestiame; la seconda ha la funzione di laboratorio per produrre il formaggio; nella terza mangia e dorme (in alcuni periodi dell’anno). Abbiamo incontrato anche Santuccio, il titolare dell’omonimo ristorante setino, intento a raccogliere sui prati della Longara la mentuccia in compagnia del figlio: ora capiamo il “segreto” dei carciofi serviti nel suo locale. Oltre alla mentuccia, questa zona ha molto altro da offrire: asparagi selvatici, ciliegi, alberi di visciole e sorbole.

Roberto Vallecoccia


[Roberto Vallecoccia e Antonella Costantini sono referenti dell’antenna di Sezze dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino]

Come sempre, l’Ecomuseo invita chiunque desideri contribuire al tema a inviare informazioni, integrazioni, commenti.

Santuccio e il figlio raccolgono mentuccia selvatica per il loro ristorante (fotografia di R. Vallecoccia)
Pecore e capre al pascolo in località Longara (fotografia di R. Vallecoccia)
Particolare della Longara e dintorni (in basso destra) tratto dalla Carta escursionistica dei Monti Lepini ‐ scala 1:25.000 (ed. Il Lupo) – Un ringraziamento a Mauro Quatrana per la fotografia.
Formaggio misto di latte ovino e caprino prodotto in località Longara

“Bacino delle Paludi Pontine o meridionale” (dalla Guida della provincia di Roma di E. Abbate, 1890)

Enrico Alessandro Abbate (Milano, 1858 – Roma, 1929) scrisse, tra le altre sue opere, una fondamentale “Guida della Provincia di Roma”, pubblicata nel 1890 dalla sezione romana del Club Alpino Italiano. Abbate era entrato giovanissimo nella sezione romana del CAI, in cui poi ricoprì per venti anni la carica di Segretario. La Guida è divisa in due volumi: nel primo si illustrano topografia, orografia, idrografia, clima, geologia, flora, fauna, storia, arte, costumi, lingua, prodotti del suolo, industrie, commerci, viabilità; il secondo è dedicato agli itinerari, divisi in itinerari sulla riva destra e sulla riva sinistra del Tevere.

Pubblichiamo qui sotto il paragrafo intitolato “Bacino delle Paludi Pontine o meridionale”, tratto dal capitolo “Topografia e orografia”. Il passo è degno di interesse perché restituisce una visione sintetica ma completa del nostro territorio alla fine del XIX secolo.

Bacino delle Paludi Pontine o meridionale

Ed eccoci al terzo ed ultimo bacino, racchiuso tra i monti Albani a N, i Lepini che formano una curva per circondarlo da E a S, ed il mare a O. È costituito da una superficie bassissima che si stende con dolce declivio da Cisterna a Terracina. Solo una leggiera prominenza longitudinale forma come barriera in faccia ai Lepini e impedisce che le acque si versino per questa zona direttamente al mare, obbligandole invece a percorrere la pianura nel senso della massima lunghezza fino alla costa di Badino che lega Terracina al Circeo. La lunghezza del bacino è di 66 km, e la larghezza di 35. Mentre gli altri due bacini sono a colline e a monti, e sono percorsi da numerosi corsi d’acqua scavati in letti profondi, questo bacino è quasi dovunque allo stesso livello e le acque, una volta stagnanti, vanno ora in gran parte raccolte da un ampio canale. Le paludi formano una vasta pianura, coperta di pascoli e di foreste, e terminante al mare. Il capo di Anzio, quello d’Astura ed il Circeo sorgono alla estremità.

Dalle belle città di Genzano, di Civitalavinia, di Velletri, situate sulle verdeggianti e ben coltivate falde dei Laziali, si scende in una campagna arida, denudata, monotona, senza limiti apparenti. A mezzodì di Cisterna, borgo triste ed ultima agglomerazioni di abitazioni, fino al mare, il terreno è argilloso e spesso coperto d’acqua. A O si stendono immensi pascoli fino ad una foresta, mentre dall’altro lato una seconda foresta occupa lo spazio fra il piede delle montagne e la via. Innumerevoli mandre di buoi, bufali e maiali popolano questa pianura, al di là della quale cominciano gli stagni della Tepia, avanguardia delle paludi. Sebbene monotono e triste a percorrersi, questo paesaggio ha una grandezza che impone e che riesce ammirevole.

La parte occidentale del bacino contiene una pianura boscosa e le ultime ondulazioni dell’Artemisio. La vegetazione va languendo ed una stretta zona di terreni coltivati si interpone fra una foresta ed il mare, nel quale si avanza il promontorio su cui è assiso Anzio e poco oltre Nettuno. Al di là di questo ultimo villaggio la foresta continua a stendersi lungo il mare, interrotta soltanto, a 15 km di distanza, dal promontorio d’Astura. Oltre Astura continua ancora, tagliata da laghi che strette lingue di terra separano dal mare. Il primo e più esteso è il lago di Fogliano in cui sbocca il ruscello di Conca o Astura; gli altri, minori per estensione, sono i laghi di Monaci, di Caprolace e di Paola. Sulle rive di essi la natura ha sparso brillante vegetazione e le quercie, i sugheri, i frassini, gli olmi vi crescono confusamente con arbusti e piante rampicanti. I lupi e i cignali disputano ai buoi, ai cavalli, ai maiali, che vivono qui in perfetta libertà, questa foresta, spesso quasi impenetrabile, la quale riposa in parte sopra terreno alluvionale piano ed umido, in parte sopra dune che hanno 15 a 18 m. di elevazione. Al di là del lago di Fogliano, esse sono tagliate da una immensa escavazione, attribuita al papa Martino V di cui porta il nome, così profonda che la cima dei grandi alberi, i quali crescono nel fondo, non giunge al livello della sua ripa.

Si trova quindi il Circello o Circeo, enorme masso calcareo di 13 a 14 km di circuito, che si eleva a picco fra un’immensa pianura ed il mare, mentre il suolo che lo circonda è tutto alluvionale. La pianura fra il Circeo e Terracina è coperta d’acque stagnanti e di boschi e forma una catena di dune per una larghezza di 16 km, interrotta da un corso d’acqua largo da 20 a 25 m., detto Portatore di Badino. Terracina si eleva in anfiteatro sopra i fianchi ripidi di un monte calcareo.

Da Terracina, volgendo verso N e seguendo la via Appia che attraversa nella sua lunghezza l’intiero bacino, si vedono tutti i lavori di disseccamento. Al primo piano un tappeto di brillante verde copre il suolo, attraversato dall’Amaseno che discende dalle gole dei Lepini; più lungi il canale dell’Uffente, anch’esso nascente nei Lepini presso Sezze.

Fra questi due corsi d’acqua e al di là dell’ultimo, fino a che può giungere l’occhio, in piano perfettamente orizzontale, si stendono pascoli, coperti da numerosissime mandre di buoi. La via Appia fra quattro file d’alberi traccia una immensa linea dritta: a lato di essa, corre il grande canale di scolo, detto Linea Pia. Tutte le acque si riuniscono a Ponte Maggiore e rapidamente sboccano nel mare per mezzo del canale detto Portatore di Badino, mentre un altro canale pone in comunicazione la Linea Pia col porto di Terracina.

Le antiche stazioni di posta sono le uniche abitazioni che interrompano la solitudine di questo immenso deserto; soltanto ad oriente l’orizzonte è chiuso dal pittoresco e variato gruppo dei Lepini sulle cui rocce grigiastre si adagiano interessanti paesi.

La pianura che si estende fra l’Amaseno e i Lepini è coltivata con molta cura e intelligenza, ma è continuamente minacciata dal fiume, malgrado le alte dighe che racchiudono le acque sempre cariche di massi rocciosi tolti ai monti. Un ponte di pietra sull’Amaseno dà ingresso ad una stretta gola resa anche più tetra da una folta foresta di sugheri e di verdi querce.

Nel mezzo di questo severo paesaggio sorge l’antico convento dei Trappisti, l’abbazia di Fossanova; a destra nella valle di Sassa, Sonnino; ed a sinistra Piperno sopra una collina ricca di olivi. Qua la scena cambia: non sono più le pianure senza confine, l’orizzonte immenso delle paludi; una stretta cerchia di montagne circonda, con i suoi scaglioni coperti d’olivi o di boschi, una pianura, ben coltivata, irrigata dall’Amaseno; le vette dei Lepini, fra cui spicca il Cacume, s’ergono sui verdi pendii che ne formano la base; siamo rientrati nel dominio della piccola coltura, lungi dalla malaria, e perciò numerosi villaggi, Maenza, Roccagorga, Roccasecca, popolano le falde dei monti.

La pianura a oriente di Piperno, formata di sabbia ghiaiosa e ordinariamente lavorata dai bufali, è coltivata a cereali e a vigenti. Al di là della gola, dalla quale esce l’Amaseno e la quale termina in una larga vallata, nella direzione di S, si trova Prossedi, situato sullo spartiacque delle Paludi e del Sacco.

All’estremità occidentale della piana di Piperno, fra due rigonfiamenti della montagna, sorge Sezze; più oltre, sempre sulle falde dei monti, in posizioni forti, Sermoneta, Bassiano, Norma.

I Lepini, che da questo lato han corso fin qui da S a N, or girano ad angolo retto verso oriente, e alla sommità di quest’angolo sta Cori. Al di là perdono l’aridità e l’asprezza che caratterizza il loro versante occidentale; al di sopra dei piani boscosi delle loro falde, in elevata posizione, si trovano Rocca Massima e Artena, mentre al fondo della vallata, che va fino a Velletri, è situato Giuliano, presso il cratere d’un vulcano ora ripieno di acque stagnanti. A questo punto entriamo nel bacino o valle del Sacco.