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Che caciara! (di Patrizia Carucci)

I coresi hanno sempre vissuto lavorando la terra, una comunità radicalmente contadina, non sono mai stati pastori.

Dagli inizi del Novecento però si sono insediati in pianta stabile diverse famiglie dedite alla pastorizia come i Giansanti, i Toselli, Lenzini, Cipriani, Tagliaferri, Battisti, Raponi, Giordani, Fontana, Restante, Caprara, Marchioni. Tutti sono stati pastori transumanti, provenienti dai paesi della Ciociaria, Supino, Morolo, Carpineto, Guarcino, Gorga, Filettino, che giunti sul territorio corese sono diventati per lo più stanziali grazie al buon clima e l’abbondanza di pascoli.

La transumanza è una pratica di migrazione stagionale di greggi, mandrie e pastori in differenti zone climatiche lungo le vie seminaturali dei tratturi. In Italia viene ancora praticata nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno e anche nell’area alpina, in Val Senales e in Alto Adige, dove lo spostamento avviene in verticale col cambio quota dell’alpeggio a differenza del Centro-Sud dove invece i pastori si spostano in orizzontale Est-Ovest.

Nel 2019 l’Italia ha ottenuto un grande risultato: ha presentato la candidatura della transumanza nel patrimonio immateriale dell’ Unesco… e ha vinto!

La proposta è partita dal Molise e l’Italia è stata capofila nel progetto al quale hanno partecipato anche la Grecia e l’Austria. Dalle valli dell’Alto Adige al Tavoliere di Puglia, gli oltre 60 mila allevamenti con 7,2 milioni di capi ovini sono una ricchezza che finalmente ha trovato un riconoscimento internazionale.

Quante volte facendo confusione siete stati ripresi con:
“Ahooo… ma che è ssa CACIARA” oppure “smettàtela de fa CACIARA!”

La parola CACIARA deriva da “caciaia”, cioè il locale dove i pastori producono e lasciano stagionare il formaggio. Le caciare sono diffuse nell’Italia Centrale fra Lazio, Abruzzo e Molise. Si tratta di strutture semplicissime costruite con la nuda pietra senza l’ausilio di malte o cementi, o con assi di legno (in foto).

Ai pastori serviva un luogo pratico da poter costruire con facilità anche per riporre gli attrezzi, rifugiarsi in caso di maltempo e far stagionare il formaggio.

Ma cosa c’entra il formaggio col chiasso? Ebbene, spesso i pastori che raccoglievano il latte per la produzione casearia pare che litigassero fra loro per questioni di appropriazione indebita delle scorte, sbagli delle miscele di latte che conferivano alla caciaia, errori nei pagamenti. Da ciò nascevano discussioni accese e risse anche violente. Da qui è scaturito il modo di dire “stíte a ffa na caciara”. Non solo… nella caciara i formaggi venivano “schiaffeggiati” e rivoltati sulle assi di stagionatura e ciò produceva molto rumore. Da qui la definizione di “caciara” come luogo chiassoso.

Nell’Agro Pontino bonificato la caciara stava a Pantanaccio. Lì vicino c’era l’unica osteria di Littoria dove i pastori provenienti dalla Ciociaria, assetati, si rifocillavano e dai a far caciara… come racconta Pennacchi nel suo famoso romanzo “Canale Mussolini”.

Patrizia Carucci, amministratrice del gruppo Cori Mé Bbéglio

Pubblichiamo alcune fotografie di “capanne di muro” nel territorio di Cori, ricoveri utilizzati (anche come caciare) dai pastori transumanti provenienti dalla Ciociaria. Nella maggioranza dei casi avevano base cilindrica e tetto conico. Le fotografie sono di Pietro Guidi (anche lui amministratore del gruppo Cori Mé Bbéglio) e Nicola Cecchi, che ringraziamo per la collaborazione.

Fotografia di Pietro Guidi
Fotografia di Pietro Guidi
Fotografia di Pietro Guidi
Fotografia di Nicola Cecchi. La capanna si trova tra gli ulivi in località Perunio.
Fotografia di Nicola Cecchi
Il ricovero localizzato su Google Maps (al centro sulla destra tra gli ulivi)

Conversazioni pontine: Angelo Fàvaro

Angelo Fàvaro è da oltre venti anni docente di materie letterarie nei licei della provincia di Latina e Roma ed è anche Professore incaricato presso l’Università “Tor Vergata” di Roma. Ha vissuto a lungo a Sabaudia, città con cui mantiene profondi legami, affettivi e culturali. Ricercatore e scrittore poliedrico, animatore culturale infaticabile e attento ai temi/problemi della contemporaneità, ha organizzato decine di convegni, giornate di studio, eventi nella città pontina e all’estero, sufficiente pensare al Convegno internazionale pirandelliano presso Salonicco o il Convegno internazionale per il quarantesimo anniversario dalla morte di Pasolini a Praga. Approfittiamo della sua disponibilità per una piacevole conversazione.

(Antonio Saccoccio) Buongiorno Prof. Fàvaro, lei è impegnato da decenni a Sabaudia sul fronte artistico e culturale. Partiamo con un risultato conseguito proprio quest’anno: Sabaudia è ufficialmente diventata “Città di Moravia”.

(Angelo Fàvaro) Sabaudia è la cittadina pontina più amata e rinomata dell’Agro, per numerose ragioni, che non è questa l’occasione per eviscerare, sufficiente riflettere sulla sua posizione, sulla sua architettura, sulla ricchezza antropologica e culturale dalla Fondazione ad oggi. Sono onorato e felice di averci vissuto dai miei tre fino ai trent’anni circa, e vi ho ancora domicilio. Sì, dal 2020 Sabaudia è ormai non solo nella vulgata, ma anche formalmente “Città di Moravia”, fra gli altri appellativi o epiteti che potrebbero connotarne la plurima vocazione. Da tempo, tento questa operazione, tutta squisitamente culturale e, finalmente, si è riusciti nel varo di un logo e nella formazione di un brand, per utilizzare la terminologia più esatta, che è stato registrato, presso la Regione Lazio. Adesso, Sabaudia può essere associata alla presenza dell’intellettuale, romanziere, critico Alberto Moravia, alle sue opere, al suo pensiero, al suo impegno ecologico, europeista e latamente umanitario. A trent’anni dalla scomparsa, scopo precipuo e specifico, dopo l’intitolazione di una piazza, è stato quello di continuare a far conoscere, valorizzare e diffondere il patrimonio di pensiero, di civiltà, d’arte e di letteratura contenuto nelle opere e insito, ormai iconicamente, nella figura-persona di Alberto Moravia.

Il logo ideato da Angelo Fàvaro e realizzato da Giovanni La Rosa, donato al Comune di Sabaudia.

(A.S.) Quale nesso fra un luogo, in questo caso Sabaudia, e un autore, Moravia?

(A.F.) Ho un’idea precisa. Io ritengo che ogni opera d’arte nasca in precisi contesti: situazionale, e mi riferisco alla situazione individuale di chi agisce creativamente, alla sua storia personale, a quel momento preciso della sua esistenza nel quale l’opera viene dapprima ideata e poi realizzata; epocale, ovvero storico, politico, sociale dell’epoca nella quale l’opera vede la luce e che ha fortemente sollecitato l’autore; infine, ambientale-naturale, ed è semplice intuire come senza la Roma del fascismo Moravia non avrebbe mai potuto immaginare quel capolavoro che è La romana, o senza l’esperienza dell’otto settembre e dell’autoconfino a Fondi sulle macere, non sarebbe mai stato scritto quello straordinario romanzo sulla guerra che è La ciociara. Egualmente ritengo che dall’esperienza a Sabaudia siano nati alcuni racconti de La cosa e de La villa del venerdì, in parte anche tutta l’ultima produzione dello scrittore, anche se della cittadina pontina non c’è alcun cenno. Inoltre, nel 1980, Moravia stesso aveva dichiarato: «Il mare che amo? Quello del Circeo, quello di Sabaudia, non ancora turistica e non ancora mondana e, particolare importante per chi lavora, distante un’ora e mezzo di macchina da Roma».

(A.S.) Anche se giova rimembrare che il suo primo interesse, rispetto a progetti e convegni, era stato rivolto a Pasolini, se non erro.

(A.F.) È corretto, invero, ho organizzato tre giornate di studi dedicati a Pier Paolo Pasolini, tutte con il medesimo titolo: “Un sordo sottobosco dove tutto è natura…”, nel 2005, nel 2006, nel 2007, ma soltanto della prima sono stati stampati gli atti. Non si potrebbe nemmeno immaginare di parlare di cultura e di letteratura a Sabaudia senza ricorrere a Pasolini, Moravia, Maraini, Bertolucci, Tornabuoni, Siciliano, Schifano, Stanislao Nievo, Emilio Greco, Lorenzo Indrimi, Igor Man, Gabriella Sobrino, ancora oggi Rodolfo Carelli… la lista è ancora lunga.

(A.S.) Esattamente dieci anni fa lei ha curato a Sabaudia un importante convegno internazionale: “Alberto Moravia e gli amici”. Ci può parlare degli esiti di quella giornata di studi, di queste amicizie, anche in relazione al ruolo giocato dalla città di Sabaudia?

(A.F.) Sul lungomare di Sabaudia, c’è una villetta bifamiliare con due grandi finestre, come due occhi, ormai sovente serrati, rivolti alla duna, fra mare e cielo. Osservando dalla strada, il lato destro era stato fatto edificare per Pasolini, il sinistro per Moravia. Entrambi avevano scoperto la cittadina pontina sul finire degli anni Sessanta, e per ragioni differenti ne erano rimasti affascinati: a Moravia sembrava di assaporare qualcosa della “sua” Africa; a Pasolini, invece, pareva di riscoprire qualcosa di umano e di non conformista, nonostante il progetto fosse stato approvato in epoca fascista e la città edificata in poco più di trecento giorni, con una inaugurazione fascistissima. Pasolini fu ucciso proprio poco prima della conclusione dei lavori della bifamiliare, nel 1975; Moravia al contrario vi soggiornò lungamente d’estate, ma anche in primavera e in autunno, raramente d’inverno; quel mattino del 26 settembre 1990, nel quale fu trovato morto nella sua abitazione a Lungotevere della Vittoria 1, a Roma, avrebbe dovuto recarsi a prendere delle scarpe rimaste lì a Sabaudia, accompagnato da Dacia Maraini. Mi piace pensare che, mentre si radeva, stesse ripercorrendo mentalmente il tragitto e tutto quel che avrebbe voluto fare prima di tornare a Roma, magari accarezzando l’idea, se il tempo fosse stato ancora piacevole e caldo, di rimanere qualche giorno al mare.
Quando ho, dunque, progettato quel convegno internazionale, avevo in mente, diciamo scientificamente tre direttrici, ancora insondate in questo ambito: in primo luogo un autore come Moravia, che aveva attraversato da protagonista il XX secolo, aveva assegnato un’importanza essenziale all’amicizia, ai rapporti con sodali giovani, a volte giovanissimi, a ritroso, quando egli stesso era poco più che ventenne con uomini e donne a volte di età molto lontana dalla sua, penso a Benedetto Croce o al critico d’arte Bernard Berenson; in secondo luogo avrei voluto sfatare l’idea del “Clan Moravia”, ovvero di una rete di relazioni fondate su reciproci favori e su un diffuso opportunismo; infine, in terzo luogo, avrei voluto offrire uno strumento di riflessione squisitamente letteraria: la relazione amicale come motivo di interscambio di idee e di progetti, come confronto, penso a Calvino che incontra Moravia, alla fine degli anni Cinquanta, e ritenendo ripetitivi e ormai esaurita la vena dei Racconti romani gli dice «Ma quando la pianti?».
Sabaudia è stata un collettore di incontri, di rapporti, di amicizie per Moravia: Dacia arredò la villetta, lunghe e piacevoli le conversazioni con Bernardo Bertolucci, Dario Bellezza, sovente ospite di casa Moravia, ultimi ma non ultimi, fra i molti ospiti, Gianni Barcelloni-Corte, Enzo Siciliano e Alain Elkann, che proprio fra Roma, Sabaudia e Parigi compose con Alberto la Vita di Moravia. Il romanziere romano aveva compreso che la pace, l’atmosfera, la dolcezza climatica e il garbo di Sabaudia e dei suoi abitanti erano gli ingredienti perfetti per la conversazione, lo scambio intellettuale e umano, necessari all’amicizia e non meno alla scrittura.

René de Ceccatty, autore di una biografia di Moravia e tra i relatori al convegno di Sabaudia, fotografato davanti alla villetta dello scrittore romano.

Una nota non troppo marginale: a Sabaudia, nella porzione pasoliniana della bifamiliare, soggiornava Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini, e sua ospite era una lettrice di spagnolo alla «Sapienza», dopo esserlo stata all’università di Palermo, Carmen Llera: era il 1982, la giovane donna, appena ventinovenne, voleva intervistare Moravia per completare la sua tesi su Luis Buñuel, era alla seconda laurea. Galeotti furono quel mare, quella duna dorata, quella cittadina immersa nel verde: Moravia si innamorò perdutamente di quella seducente, colta, misteriosa spagnola. Nel 1986, il matrimonio, non prima che lo scrittore de Gli indifferenti le avesse dedicato la raccolta di racconti La cosa.
Lo scorso anno, inoltre, ho curato un importante progetto moraviano sul tema dell’indifferenza: a novant’anni dalla pubblicazione del romanzo si è svolto a Sabaudia un dibattito con alcuni noti intellettuali, fra i quali Gianni Cuperlo, Giulio Ferroni, Annamaria Andreoli, Rino Caputo.
A Sabaudia, ho altresì tentato di affrontare e considerare la categoria del “conformismo”, che Moravia aveva già esaminato nel romanzo Il conformista (1951), film nel 1970 per la regia di Bernardo Bertolucci, ma che Pasolini ha egualmente sondato in romanzi, poesie, film. Il 26 e 27 febbraio 2015 ho organizzato un convegno internazionale dal titolo Moravia, Pasolini e il conformismo, che ha avuto un interessante conclusione a Casarsa, la cittadina friulana amata da Pasolini, il 21 marzo dello stesso anno. Dagli stimolanti interventi e dalle sollecitazioni successive nel 2018 ha visto la luce un volume miscellaneo sul medesimo argomento.

(A.S.) Un rapporto privilegiato lo aveva senz’altro con Piero Paolo Pasolini, con cui condivideva anche la già menzionata villetta al mare.

(A.F.) Pasolini e Moravia furono amici, più che amici, fratelli, o… in una relazione indefinibile secondo le categorie comuni: si potrebbe pensare ad un rapporto padre-figlio, ma dove il padre sovente giocava il ruolo del figlio, e il figlio quello di un padre risoluto e censorio, quando non proprio di severo rimprovero. A Sabaudia, prima di edificare la bifamiliare, furono ospiti nella villetta Antonelli: lavorano, parlavano, discutevano. Un’estate del 1970: Alberto aveva scritto un soggetto, Abramo in Africa; Dacia e Pier Paolo lavoravano alla sceneggiatura, con zelo e con precisione, discutendone animatamente, mutando in parte il saggetto orIginale. Nel 1973, Gianni Barcelloni, dopo vari sopralluoghi e ricerche, finalmente portava nelle sale quel capolavoro, quasi dimenticato. Un film “scritto” e pensato a Sabaudia, per parlare del neocolonialismo e dello sfruttamento in Africa.

(A.S.) C’erano luoghi che Moravia preferiva a Sabaudia? Luoghi che frequentava abitualmente?

(A.F.)  Sì, Moravia trascorreva lunghe ore al Bar Italia, seduto al suo tavolino, sorseggiava bevande analcoliche, conversava con gli amici, leggeva i giornali, non amava mettere autografi sui libri, né che gli si facessero domande personali, i sabaudiani sono sempre stati rispettosi. Andava a comprare il pesce nella pescheria, che era esattamente collocata dove oggi si trova, in Piazza Santa Barbara, una cantina di ottimi vini locali. Quasi ogni giorno, si recava ad acquistare nella tabaccheria-cartoleria Scavazza pennarelli neri e blocchi ad anelli. Si fermava per la spesa quotidiana di generi alimentari da Rossetti o da Scarton. Entrava qualche volta anche dalla signora Eufemia, che gestiva una notissima bottega di ferramenta, non saprei esattamente cosa vi acquistasse. Camminava sorreggendosi ad un bastone, passeggiando verso la chiesa e arrivava fino all’edificio della Maternità e Infanzia. La presenza di Moravia a Sabaudia è stata una presenza reale, concreta, tutti lo conoscevano e lo salutavano, non rimaneva, con gli odierni “vip” o intellettuali, chiuso nella sua villa o soltanto a passeggiare sulla spiaggia, che comunque amava, ma viveva la città; tutti si potevano intrattenere con lui brevemente, perché era impaziente.

(A.S.) Tra l’altro lei incontrò anche personalmente Moravia…

(A.F.) Ho incontrato numerose volte il romanziere a Sabaudia, come tutti del resto, e diciamo che ho “parlato” con Moravia direttamente in due sole occasioni. Sono ricordi personali, dunque in alcun modo significativi rispetto agli studi o alla ricerca letteraria. Era il 1983, avevo sedici anni, ed ero in competizione con una mia compagna di classe, Titti: il mio desiderio più grande sarebbe stato poter conoscere Italo Calvino, avevo letto tutto quel che aveva scritto, il mio testo preferito era la raccolta di racconti Le cosmicomiche; al contrario la mia amica, che vive ancora a Sabaudia ed è un’ottima primaria del pronto soccorso di un ospedale, era un’appassionata lettrice di Moravia e diceva di conoscere Calvino. La sfida era semplice: tu mi porti l’autografo di Moravia e me lo presenti, ed io ti faccio conoscere Calvino. Era un giorno di fine giugno, gironzolando per il centro, vedo Moravia al Bar Italia: mi faccio coraggio, nonostante fosse accigliato e molto concentrato a scrivere su un blocco, mi avvicino. Attendo qualche istante che si accorga di me, e quando mi osserva, prontamente saluto con un quasi urlato “buon pomeriggio”. Era noto fosse un po’ sordo. Lui secco: «Chi sei? Cosa vuoi? Perché stai lì impalato?» vedo che fa fatica a mantenersi serio. Sorrido, e rispondo sempre a voce bene alta: «Mi chiamo Angelo Favaro. Sono uno studente del liceo classico. Sono qui perché c’è una mia amica…» non mi fa terminare la frase. Interviene: «Amica? Una donna?» Rispondo: «Sì, una mia amica, che vorrebbe conoscerla, non so se…». Prende in mano il bastone che aveva accanto alla sedia di platica del Bar Italia, e lo alza e comincia a sbatterlo sul tavolino: «Basta con le donne! Basta! Vai via! E lasciami in pace. Stai lontano anche tu dalle donne» urla. Mi allontano sconsolato, per non essere riuscito a compiere la missione che non mi era parsa proprio impossibile. La seconda volta, è stata qualche anno dopo, forse proprio nel 1990, d’ estate. Era quasi sera, mi trovavo a passare nei pressi dell’ancora, correvo ad una riunione in parrocchia. Lui camminava con due amici nella direzione opposta. Uno dei due amici teneva impilati alcuni libretti, di piccole dimensioni di un bel blu oltremare. «Fermati! Vieni qui!» si fa passare un libretto e me lo dona: «Tiè, te lo regalo, e leggilo. Non legge più nessuno, ma queste so’ poche pagine!» Prendo il libretto. Sorrido. E dico soltanto: «Grazie, no a me piace leggere. E tanto». «Ah, è perché allora non hai nulla da fare.» Avrei voluto rispondere e dire tutto quello che pensavo, ma ero già in ritardo alla riunione. Quindi ho soltanto salutato e sono corso via.

(A.S.) La sua attenzione non è dedicata solo alla Sabaudia del Novecento. Ricordo anni fa la sua partecipazione in prima linea al progetto “Villa di Domiziano: percorsi”. E un fondamentale convegno da lei curato, “Domitianus dominus et deus”…

(A.F.) Il Progetto Villa di Domiziano fu curato dalla dott.ssa Daniela Carfagna, e fu lei a coinvolgermi in un’avventura entusiasmante, culminata in tre volumi: gli atti di un convegno dedicato all’imperatore romano, una guida-percorso archeologico, una antologia poetica d’età domizianea, a mia cura ed in uno spettacolo teatrale, scritto, diretto e messo in scena da me proprio nel sito archeologico della Villa di Domiziano. Il territorio di Sabaudia è un territorio ricco di entusiasmanti esperienze naturalistiche e geologiche, storiche e sociali, antropologiche e architettoniche, nell’agricoltura e nell’allevamento, artistiche e letterarie, che a mio avviso andrebbero costantemente rinvigorite e fatte conoscere, praticate. Il Parco Nazionale del Circeo in particolare contiene una fauna, una flora ed una varietà di ambienti naturali, contenuti in relativamente pochi km2, che pochi altri luoghi al mondo possono vantare. La cultura è un bene prezioso e al contempo una risorsa economica, se amministrata con intelligenza e con rispetto, secondo modalità ecosostenibili.

(A.S.) Lei ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza a Sabaudia. Le sembra cambiata oggi la città?

(A.F.) Sabaudia mantiene alcuni ambienti-elementi ben conservati e curati, in altri casi si nota un certo abbandono, non voglio dire degrado. Quel che ho notato nel corso degli anni è stato un lento e progressivo depauperamento di presenze giovanili e di attività produttive, ovviamente compatibili con il territorio. Mancano, a mio avviso, idee trainanti per la città e politiche che guardino un po’ più lontano, varchino le esigenze/emergenze del presente. Negli anni della mia adolescenza ho visto edificare numerosi nuclei abitativi, fino alla saturazione degli spazi, seconde case vacanze, ma non hotel; ho visto fallire aziende importanti e cessare attività; ho constatato la riduzione delle presenze nelle varie caserme (Marina, Esercito, Finanza). In questi ultimi anni, queste seconde case sono sempre chiuse, pressoché disabitate nel corso dell’anno. Nessuna nuova azienda è stata aperta. Nessuna nuova attività produttiva. Il discorso è complesso. Dico soltanto, al momento, che bisognerebbe organizzare gruppi di lavoro con intellettuali, architetti, storici, economisti, persone competenti e a conoscenza della “situazione-realtà Sabaudia”, fra Parco Nazionale e vincoli ambientali etc., coinvolgendo anche i cittadini volenterosi, in grado di offrire un contributo di idee allo sviluppo della città e del suo territorio, negli ambiti di intervento più urgenti: economia, lavoro, convivenza con nuove etnie sul territorio, accoglienza e inclusione, scuola e università, ricerca e sport, cultura e turismo, natura-agricoltura e progetti per un territorio completamente green dal punto di vista energetico e produttivo; in particolare bisognerebbe cominciare a ragionare sulle possibilità di progetti europei finanziabili per la sopravvivenza della cittadina e dei suoi abitanti.

(A.S.) È d’obbligo concludere con una domanda sui giorni che viviamo e che ci attendono. Dopo aver raggiunto l’obiettivo di “Sabaudia città di Moravia”, ha altre idee da proporre per il presente e il futuro di Sabaudia o più in generale dell’Agro Pontino?

(A.F.) Idee molte… molte sorprese… ma è essenziale cominciare a eliminare fazioni e divisioni, e, invece, mettere a fuoco la sinergia delle competenze, della buona volontà, delle visioni, dove quel che conta non è né il narcisismo personalistico, né il protagonismo affaristico. Sabaudia è al centro della provincia di Latina. Semplicemente osservando la mappa di questo vario e non troppo vasto territorio se ne colgono la ricchezza, la varietà, la bellezza. Ecco, si potrebbe cominciare da qui. Basta saper conoscere e riconoscere le opportunità che questa natura, la nostra storia plurimillenaria, l’incontro di popoli, con usi, costumi, tradizioni differenti, le architetture e le colture/culture, le arti offrono, per progettare il nostro futuro. In primis, sarebbe necessario “connettersi”, mettere in comune il patrimonio di ogni realtà locale, dalle cittadine ai più piccoli borghi, conoscersi, evidenziare le peculiarità che rendono unici luoghi-prodotti, e farli poi conoscere. Considerare i vincoli biofisici come un’opportunità e una sfida, non come un limite: ecco, io ritengo che la contraddizione sia contenuta nel concetto stesso di sviluppo industriale ed economico “infinito”, nella mercificazione di ogni bene che viene ormai considerato “bene di consumo”; la chiave di volta è nel riconoscere le potenzialità dello sviluppo sostenibile a base ecologica, culturale, di ricerca, non negare ma valorizzare la natura, con un intento di ricerca estetica, sociale, psicologica. Il benessere non si fonda sul rapporto bruto produzione-consumo, ormai lo abbiamo compreso: il nostro territorio offre possibilità di una sana e buona vita. La parola “magica” è cultura, grazie alla quale si può affrontare la novità e governare la complessità. Potrei proporre numerosi esempi pratici… ma non occorre. Ci si prenda una giornata di relax e si faccia anche soltanto una bella passeggiata in bicicletta da Sabaudia a Fondi, o da Sabaudia a Priverno… e si capirà facilmente.

(A.S.) Grazie davvero per queste parole intense e generose, cariche di significato e di speranza. Speriamo che il suo impegno in ambito culturale sia da esempio per coloro che, oggi adolescenti, avranno il compito nei prossimi decenni di contribuire allo sviluppo sostenibile di questo territorio.

Proposte e auguri per l’Ecomuseo (webinar)

Intervengono, propongono, dialogano, salutano:

Enrico FORTE (Promotore della Legge sugli Ecomusei)
Chiara BARBATO, Felice CALVANI, Nico CASCIANELLI, Simona DE PICCOLI, Rita DE STEFANO, Ornella DONZELLI, Fabio Massimo FILIPPI, Manuela FRANCESCONI, Mauro IBERITE, Giuseppe LATTANZI, Ernesto MIGLIORI, Riccardo NOVAGA, Nestore PIETROSANTI, Mario ROMANZI, Stefano SALBITANI, Giorgio SERRA, Giulia SIRGIOVANNI, Francesco TETRO, Roberto VALLECOCCIA, Elisabetta ZARALLI

Coordinano: Angelo VALERIO e Antonio SACCOCCIO

Per partecipare:
https://www.gotomeet.me/lunitepo/oltre-la-pandemia-proposte-progetti-e-auguri

Conversazioni pontine: Emilio Andreoli

La storia di Emilio Andreoli è certamente legata alla Andreoli Hi-fi, storica attività commerciale che per 52 anni è stata un punto di riferimento per i cittadini di Latina e non solo. Ma c’è molto di più, perché da tempo Emilio è diventato uno dei testimoni e dei narratori della comunità latinense, della vita, più o meno nascosta, che tutti i giorni ha animato e anima il capoluogo pontino.

 (Antonio Saccoccio) Buongiorno Emilio, partiamo da lontano. Cosa ricorda di quel giorno, nel 1968, in cui avete aperto Andreoli Hi-fi in Corso della Repubblica?

(Emilio Andreoli) Ricordo bene quel giorno, anche se avevo solo nove anni, era il 24 novembre del 1968 e al Supercinema davano “C’era una volta il West” di Sergio Leone. Quando mi capita di rivedere le foto dell’inaugurazione o il film, torno a quei momenti. Oggi sembra proprio un “C’era una volta…”. Il negozio lo progettarono due grandi designer di Latina, Tonino D’Erme e Gianni Brustolin, che allora erano molto giovani. Mio padre lo aveva voluto caldo e accogliente, chi entrava in quel negozio doveva sentirsi a casa. C’erano infatti un grande divano e due comode poltrone, per accomodarsi e ascoltare musica. Il pavimento era rivestito di moquette verde, sulle pareti stoffa verde, soffitto blu e i mobili di legno color noce. Sul soffitto due grandi lampadari, a scacchi di legno laccati bianchi, fatti a mano sul posto. Ricordo tanta gente all’inaugurazione, e tutti i vertici della Grundig, che allora era il marchio che andava per la maggiore. Purtroppo nella mia famiglia stavamo vivendo un dramma in quei giorni, perché mio nonno Emilio era stato ricoverato il giorno prima dell’inaugurazione per un malore, e il 26 novembre morì, aveva solo cinquantasei anni. Quindi nella mia mente  i bei momenti si intrecciano con quelli tragici. Comunque quel negozio fece scalpore, vennero a vederlo pure da fuori regione.   

Andreoli Hi-fi il 24 novembre del 1968, giorno dell’inaugurazione. Di lato il Supercinema con “C’era una volta il West”.

(A.S.) Il vostro negozio era un punto di riferimento a Latina per l’hi-fi. Ma la vostra fama andava ben oltre i confini cittadini.

(E.A.) Sì, era diventato un punto di riferimento, tanti clienti che venivano da fuori Latina. Avevamo clienti in tutta la Ciociaria, molti venivano dal sud pontino, Formia, Gaeta, Sperlonga, Fondi, ma anche da Roma. Tantissimi dai Castelli Romani, e qualcuno addirittura da Napoli. Avevamo prodotti di grande qualità e poi mio padre aveva applicato la politica del prezzo fisso, ma molto concorrenziale. Ricordo inoltre tanti clienti dell’est, rifugiati nel campo profughi “Rossi Longhi” di Latina, loro acquistavano soprattutto radio con le onde corte, c’era un modello della Grundig che aveva queste caratteristiche che si chiamava “Satellit”. Lo compravano per ascoltare le trasmissioni radiofoniche dei loro paesi.

L’accogliente sala interna di Andreoli Hi-fi

(A.S.) Oggi è certamente un altro mondo rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Avete chiuso a marzo 2020, proprio quando è iniziato il lockdown nazionale a causa dell’epidemia da Sars-COV-2. È solo una coincidenza?

(E.A.) La decisione era nell’aria, ormai eravamo aperti solo per amore e per passione. La crisi economica, ma anche il modo nuovo di ascoltare musica non ci ha certo aiutato. Oggi si ascolta la musica dal cellulare, orribile per me, ma purtroppo è così. La cosa che mi ha fatto più piacere negli ultimi anni, è che molti ragazzi hanno tirato fuori i vecchi impianti dei loro papà, messi in cantina dalle loro mamme, e tanti erano stati acquistati nel nostro negozio. Certo che se la scelta di chiudere poteva essere reversibile, la pandemia e il relativo lockdown l’ha resa irreversibile. È stata senza dubbio una scelta dolorosa, ma non si può combattere contro i mulini a vento.

(A.S.) Da diverso tempo sta scrivendo e pubblicando articoli su Latina e dintorni. Da dove nasce questa sua passione?

(E.A.) La passione per la scrittura l’ho sempre avuta. Da ragazzo avrei voluto fare il giornalista, ma poi ho scelto l’indipendenza economica e quindi ho lasciato l’università e il mio sogno nel cassetto. Ho iniziato, quindi, a lavorare nell’azienda di famiglia. Le storie di Latina mi hanno sempre affascinato, poi è nato Facebook e ho cominciato a fare ricerche sulla storia del mio territorio. Due anni fa ho avuto l’occasione di frequentare un corso sostenuto dalla Regione Lazio di social media editor. Mi sono messo in gioco alla soglia dei sessant’anni, ho partecipato ai test di ingresso e sono riuscito a superarli. Alla fine del corso ho fatto uno stage nella rivista web “Fatto a Latina” e ho cominciato a mettere a frutto il percorso formativo, pubblicando ciò che più mi piaceva, le storie della mia città e anche del mio territorio.

(A.S.) Spesso sono storie di comunità quelle che lei racconta. Ad esempio quando ricorda “il giro di Peppe” o “i ragazzi del palazzo M”…

(E.A.) Mi sono sempre interessato ai fenomeni sociali che mi hanno circondato e che continuano a circondarmi. Non a caso il mio primo articolo è stato “Latina, dal giro di Peppe alla via dei pub”. Ho sfruttato la mia memoria e i cinquant’anni di negozio, dove ho visto passare di tutto. Ho visto formarsi lì davanti, sotto i portici, una delle più grandi comitive della città, che poi è stata anche l’ultima. Ho dedicato a quei ragazzi un articolo “I ragazzi del Manzoni, l’ultima grande comitiva di Latina”. Poi sono arrivati i centri commerciali, i social e i ragazzi del Manzoni sono spariti, lasciando un vuoto incolmabile nel centro della città. Nei miei racconti c’è tutto il mio vissuto, per me Latina è come un jeans sdrucito, un giubbotto di pelle consumato. Mi sono sposato molto tardi e quindi ho vissuto le sue strade, i suoi bar e i luoghi dove si formavano le comitive. Ora ho due figli, la più grande ha quindici anni e quindi continuo ad informarmi e tenermi aggiornato su cosa fa la gioventù di oggi, è un modo per non invecchiare.

La copertina del libro di Emilio Andreoli dedicato a Francesco Porzi “Biscotto

(A.S.) Ha anche scritto un libro di grande successo, quello su Francesco Porzi, il leggendario “Biscotto”. A cosa è dovuta secondo lei l’attenzione che i cittadini di Latina hanno dedicato a questa pubblicazione?

(E.A.) Biscotto è stato il primo mito della città, morto giovanissimo a soli ventitre anni. Era un ragazzo che piaceva a tutti, non solo per la sua bellezza, ma anche per i suoi modi e perché molto attaccato alle sue radici. Nonostante fosse diventato cittadino del mondo, lui amava Latina, amava tornarci e stare con gli amici di sempre. Era uno che sapeva mettere tutti d’accordo, sapeva fare comunità. Credo che il successo del libro sia stata proprio la sua storia che ha interessato, non solo i suoi vecchi amici, ma anche tantissimi giovani. Mi hanno scritto ragazzi di vent’anni per questo libro, magari di Francesco Porzi ne avevano sentito parlare dai nonni. Penso che questa città abbia bisogno di persone che conoscano il senso di comunità, identità e orgoglio delle proprie radici, Biscotto racchiudeva tutto questo. In una intervista alla sua fidanzata, l’attrice americana Monique Van Vooren, disse che il suo ragazzo era di Roma, poi si corresse subito e disse al giornalista di scrivere “Latina”, altrimenti Francesco si sarebbe arrabbiato molto.

Francesco Porzi seduto con alcuni amici al “giro di Peppe” di Latina
Francesco Porzi a New York, 1969

(A.S.) Lei è anche amministratore, con Mauro Corbi e Fabrizio Nicosia, del gruppo facebook più seguito di Latina: “Sei di Latina se la ami”. Mi sembra che stiate riuscendo a creare un senso di comunità anche attraverso i social network. È questo il vostro obiettivo?

(E.A.) All’inizio il gruppo è nato quasi per gioco. Tre amici appassionati di storia della città e dei suoi dintorni. Nei primi due giorni si sono iscritte quattrocento persone, che hanno iniziato a postare foto private, ovviamente lo sfondo doveva necessariamente contenere l’immagine di Latina. Abbiamo iniziato così a ricostruire la storia della nostra città, dalla palude a Littoria per arrivare a Latina. Una storia breve, ma così intensa e affascinante. Credo che con il nostro gruppo, che oggi conta più di tredicimila iscritti, ricostruendo un po’ della nostra storia, siamo riusciti a dare un piccolo contributo a quel senso di comunità, di cui questa città ha tanto bisogno. Certo non è stato facile gestirlo, abbiamo sacrificato molto del nostro tempo, però lo abbiamo fatto con passione infinita, anche se certe volte siamo stati accusati di essere fascisti, poi comunisti, ma noi siamo andati dritti per la nostra strada. Sono state scritte delle regole che abbiamo sempre fatto rispettare e continueremo a farlo. Sì, comunque il nostro obbiettivo, oltre a quello di fare comunità, è quello di far sentire il senso di appartenenza, per questo abbiamo deciso di chiamare il gruppo “Sei di Latina se la ami”.

Mauro Corbi, Emilio Andreoli, Fabrizio Nicosia, fondatori del gruppo Facebook “Sei di Latina se la ami” nel 2014

(A.S.) Concludo tornando al punto di partenza: Andreoli hi-fi. L’insegna del negozio è parte  della storia della città e ora possiamo ammirarla al MUG, il Museo di Carlo e Luigi Ferdinando Giannini, nei locali dell’ex tipografia Ferrazza in via Oberdan.

(E.A.) Quando Luigi Giannini mi ha chiamato per chiedermi se avessi piacere di mettere l’insegna nel museo, per un attimo ho pensato a uno scherzo o che non avessi capito bene. Poi il giorno dopo si è presentato in negozio e allora ho capito che faceva sul serio. Una cosa così prestigiosa come avrei potuto rifiutarla!? Ho pensato a mio padre, ai suoi sacrifici, alla sua attività nata nel 1957 con un piccolo negozio e laboratorio di riparazioni, di fronte le case popolari. Quando c’è stata l’accensione dell’insegna nel museo MUG di Giannini, per me e la mia famiglia è stato un momento di grande commozione che ricorderò per sempre, come se ci fosse stata una nuova inaugurazione.

Il giorno dell’accensione dell’insegna nel museo MUG

 (A.S.) Per concludere, lei ha qualche proposta per il presente e il futuro di Latina?

(E.A.) Ci sarebbero così tante cose da proporre, ma iniziamo dal presente. Alcune eccellenze che abbiamo sono poco conosciute e secondo me andrebbero valorizzate, come per esempio il conservatorio Ottorino Respighi, ci vengono a studiare pure da fuori. Ma non sarebbe bello far diventare Latina, la città della musica? D’altronde la nostra città ha tirato fuori diversi cantanti e musicisti di grande valore, penso a Tiziano Ferro e a Calcutta. Potrebbe essere un’idea creare nel centro storico delle postazioni, per far suonare i giovani studenti del conservatorio o le band locali. Un’altra eccellenza è l’istituto agrario San Benedetto, ai suoi studenti darei la possibilità di fare un orto botanico ai giardinetti. Poi illuminerei le statue e tutti i palazzi di fondazione, e con apposite targhe per raccontarne la storia. Insomma cercherei di uscire dalla tristezza del presente. Per il futuro immagino il Palazzo M di nuovo scuola/università/conservatorio, canali navigabili, il lago di Fogliano con il suo borgo restaurato per accogliere il turismo. Immagino un lido con una spiaggia immensa con tutti i vantaggi che ne conseguirebbero. Nell’immaginazione non tralascio i borghi, che rappresentano la storia più importante della nostra città, li vedo collegati con piste ciclabili e dotati di tutti i servizi. Insomma ce n’è da immaginare, in una città che ha mare, laghi, colline e un clima eccezionale.

(A.S.) La ringraziamo per la disponibilità e la passione con cui si sta impegnando per la comunità di Latina.

Esonda l’Amaseno: alcune fotografie da Roccasecca dei Volsci

Ieri l’Amaseno è esondato tra i comuni di Prossedi e Amaseno. Il sindaco di Roccasecca dei Volsci Barbara Petroni ha invitato la cittadinanza a “prestare la massima attenzione lungo la strada provinciale altezza Casini per l’esondazione del fiume Amaseno” e a “non percorrere la strada per evitare disagi”.
Pubblichiamo alcune fotografie scattate tra ieri e oggi da Manuel Bove, che ringraziamo, e le mettiamo a confronto con una fotografia del 2016.

Valle dell’Amaseno vista da Roccasecca dei Volsci, 8 dicembre 2020 (Fotografia di Manuel Bove)
Valle dell’Amaseno vista da Roccasecca dei Volsci, 9 dicembre 2020 (Fotografia di Manuel Bove)
Valle dell’Amaseno vista da Roccasecca dei Volsci, 2016 (Fotografia di Manuel Bove)

Lo zuccherificio di Latina: testimonianze

Pubblichiamo una serie di ricordi e testimonianze scritte da chi ha lavorato nello zuccherificio di Latina Scalo. Seguiranno nelle prossime settimane altre testimonianze. Chi ha lavorato nello stabilimento e vuole partecipare a questo ricordo collettivo può inviare la propria testimonianza al seguente indirizzo: ondaecomuseoagropontino@gmail.com

Giuseppe Costantini ricorda:

Ho lavorato per alcuni anni con il CNB, Consorzio Nazionale Bieticoltori, che aveva sede a Bologna. Noi andavamo dai coltivatori, facevamo i contratti e controllavamo la polarizzazione (la quantità di saccarosio che viene ricavata da un quintale di bietola). Le bietole venivano pagate ai contadini secondo i gradi zuccherini, più era alto più veniva pagato. Io raccoglievo i contratti e poi controllavo al momento della raccolta. Lavoravamo solo le bietole del Lazio, che veniva inviato anche allo zuccherificio di Celano, in Abruzzo. Nel Lazio era rimasto solo lo zuccherificio di Latina. Ho fatto questo lavoro dal 1981 al 1985, quando ha chiuso. Sono del 1936, ho fatto altri lavori prima, ho iniziato a 12 anni a lavorare. Negli anni Ottanta gli operai nello zuccherificio erano un’ottantina. Era uno zuccherificio che andava bene, lavorava circa 3000 quintali di bietole al giorno. Lo zucchero era considerato il migliore sulla piazza. Era della Eridania, che aveva anche lo zuccherificio a Celano e a Policoro, in Basilicata. Andavo allo zuccherificio tutti i giorni per fare le polarizzazioni e contrattare altri aspetti. All’interno dello zuccherificio in alcune zone faceva molto caldo, in altre meno. La produzione di bietole nel Lazio era prevalentemente nelle province di Roma e Latina. Andavamo nelle aziende, facevamo il contratto, che veniva portato alla zuccherificio. Quando era il tempo della raccolta, lo zuccherificio mandava operai in giro per vedere le barbabietole da raccogliere. Il prezzo era abbastanza conveniente per i contadini. La raccolta era per 4, massimo 5 mesi. C’erano due tipi di barbabietole: un tipo invernale che si seminavano a ottobre e quelle estive, che si raccoglievano all’inizio di luglio; quelle che si seminavano ad aprile si raccoglievano a settembre. In Italia c’erano circa 60 zuccherifici e negli anni Ottanta iniziavano a non essere più redditizi. Una fabbrica per essere redditizia doveva lavorare almeno 3.500 quintali al giorno per 3-4 mesi l’anno. Lo zucchero non è come il grano che si mette nel silos e sta bene lì per un anno; lo zucchero bisogna che lo tengono a non più di 15-16 gradi, altrimenti si pietrifica, e la barbabietola veniva lavorata al massimo dopo 2 giorni da quando viene consegnata, altrimenti si facevano dei grandi mucchi. Io stavo alla CIA, Confederazione Italiana Agricoltori, e poi per cinque anni mi mandarono allo zuccherificio. In un periodo dell’anno si lavorava per i contratti, nel restante per la raccolta. Una volta alla settimana, ogni 15 giorni andavo a Bologna in direzione, perché c’erano sempre delle riunioni. L’associazione mia aveva 4 stagionali, controllavano nello zuccherificio quando si facevano le polarizzazioni. Eravamo due associazioni di produttori di bietole, quella legata alla sinistra e quella legata alla destra: ANB e CNB. L’ANB aveva iniziato prima e faceva molti più contratti, la CNB ne faceva meno, era nata da poco tempo.

Pietro Cerrone ricorda:

Ho avuto modo di lavorare per due stagioni allo zuccherificio di Latina Scalo. La prima fu nel 1981, la seconda nel 1982. Mio padre Giuliano, per tutti Giulio, era il rappresentante della ANB (Associazione Nazionale Bieticoltori) e lavorava lì tutte le stagioni da almeno 25 anni.  Io avevo il diploma di perito chimico e mi misero al laboratorio dove si facevano le analisi per determinare il grado zuccherino. Molti eravamo ragazzi e alcuni adulti. Non era facile unire le due anime, la proprietà e le organizzazioni che tutelavano gli interessi degli agricoltori. Ricordo con piacere il caro Aneghini, simpaticissimo, la signora Trieste che aveva un ristoro dove prendere un caffè o un panino. Ricordo Franco Gnessi, amico di mio padre, sempre sorridente, Mimmo Marchetti con cui ci facevamo un sacco di risate. Sono stati due brevi periodi di lavoro che mi sono serviti molto nel prosieguo della mia vita lavorativa.

Antonella Finotti ricorda:

La mia “avventura” nello Zuccherificio di Latina comincia il 1° Agosto 1974: avevo frequentato il primo anno di Chimica Industriale e volevo vedere che effetto facesse lavorare in una “fabbrica”, oltre a guadagnare qualcosa, perché ai miei tempi non esisteva la “paghetta” e mia madre mi dava soldi solo per qualcosa di realmente utile e irrinunciabile, o che lei ritenesse tale.
La scelta era stata, per così dire, naturale, sia perché consentiva un lavoro temporaneo durante le vacanze, sia perché, pur essendo nata a Latina,  ho vissuto i primi 12 anni della mia vita allo Scalo, al Villaggio come si diceva allora, e lì lo Zuccherificio  era una presenza importante che dava lavoro a tante persone: mio nonno materno ci aveva lavorato per diversi periodi e mia madre, dopo la morte prematura di mio padre, ci aveva fatto una “campagna”, in laboratorio, alla pulizia della strumentazione;  ed anche  la famiglia di mio padre,  che aveva il podere sull’Appia, a Casal delle Palme difronte l’aeroporto,  per tanti anni   aveva coltivato  barbabietole da zucchero,  che trasferiva  allo stabilimento col trattore ed il rimorchio.
Io ero l’unica donna che lavorasse in “produzione”, nel laboratorio di analisi (le altre che c’erano, e che non ho mai incontrato, stavano negli uffici dell’amministrazione o comunque in servizi fuori dalla fabbrica) e siccome all’epoca non era consentito che le donne facessero i turni sulle 24 ore, si erano inventati un orario per me, e mi pare per un altro studente che stava sempre in laboratorio : 8.30-12,30 e 13,30-16,30 (pausa pranzo da nonna che abitava  dopo la caserma dei Carabinieri, quindi vicino)… in pratica entravo quando erano entrati tutti ed uscivo prima che uscissero…
L’impatto è stato forte, perché io lo Zuccherificio lo avevo visto sempre da fuori, e non pensavo che l’interno fosse rimasto com’era alla fondazione: stessi solai, stessi macchinari,  perfino gli uomini accaldati e sudatissimi per le condizioni in cui dovevano lavorare, sembravano di altri tempi.. per cui arrivare all’ultimo livello in alto con la piattaforma-ascensore che  saliva dentro la gabbia metallica che andava dal piano terra fino a dov’era il laboratorio, mi fece tornare alla mente le immagini del “Padrone delle ferriere”, uno sceneggiato passato in TV anni prima.
Facevo diverse cose,  soprattutto le analisi vere e proprie del contenuto zuccherino durante le varie fasi della lavorazione, dalle fettucce  in cui erano state tagliate le barbabietole prima che entrassero nei “diffusori”, nei quali col vapore bollentissimo veniva estratto il succo che a sua volta veniva  analizzato, fino alle “polpe esauste”, cioè quel che restava delle barbabietole dopo l’estrazione, e che su un nastro scorrevole  arrivavano all’esterno dello stabilimento, e dall’alto venivano scaricati sui camion in fila sul piazzale sottostante, per essere portate via e destinate ad altri usi.
C’erano dei ragazzi addetti al prelievo, ai diversi stadi di lavorazione, dei “campioni” che arrivavano al laboratorio.. Forse solo nel laboratorio c’era stato qualche cambiamento della strumentazione, c’erano spettrometri e polarimetri più moderni che consentivano dei risultati più affidabili, ma con loro convivevano strumenti veramente da museo: matracci, beute  e pesafiltri in vetro soffiato come mai ne avevo visti: perfino all’Università, nel vecchio edificio di Chimica coi laboratori  che sembravano quelli di Marie Curie, c’erano oggetti più moderni!
Poi c’era la mitica calcolatrice meccanica Moore, degli anni ’30, con 9 tasti 1, 9 tasti 2, nove tasti 3 e così via fino a nove tasti 0 , su cui dovevi impostare le operazioni come se le stessi scrivendo con la penna, una vera dannazione per me che avevo anche il compito di commutare i consumi di gas metano, che alimentava la fabbrica, in consumi di gasolio: evidentemente la contabilità aziendale non era stata adeguata a questo modernismo del passaggio da gasolio a gas!
Chi dirigeva il laboratorio era un chimico  inviato a Latina dalla casa madre di Cavarzere per  verificare che fosse ancora “conveniente” tenere  aperta la fabbrica: un tipo strano che vestiva sempre un completo nero di panno di lana (ad agosto, nel  laboratorio che stava fra le “bolle” dove  cristallizzava lo zucchero e le caldaie!).. lo stabilimento non era certo nelle condizioni ottimali per  ottenere il massimo risultato possibile: troppo vecchi i macchinari con tecnologia abbondantemente superata, e manutenzione insignificante per mancanza   investimenti adeguati, tanto che parecchio di quello che veniva estratto nei diffusori andava direttamente in fogna, senza arrivare alle fasi successive di lavorazione.. Il nostro Dottore, che non ricordo come si chiamasse,in barba alla sua missione ci faceva correggere i risultati delle analisi perché fossero accettabili, con buona pace di tutti..non so se in  seguito siano state apportate migliorie agli impianti…
Un aspetto da raccontare è stata “l’accoglienza” che ho avuto in fabbrica: sono entrata  col direttore, l’ing.Vaccaro, persona educata e riservatissima, che mi ha accompagnata su in laboratorio per spiegarmi quali sarebbero stati i miei compiti: mi sono sentita un animale allo zoo dalle facce degli operai che hanno seguito il tragitto dell’ascensore (a vista in uno stabilimento “aperto”, come ho detto all’inizio) fino  al piano più alto. I compagni di laboratorio mi hanno accolta calorosamente: un paio già li conoscevo,  eravamo tutti studenti e l’approccio era condiviso; altrettanto cordiali i rapporti coi capofabbrica, il dottor Bianchini ed il dottor Viglierchio, il terzo non ho mai saputo chi fosse, un po’ meno coi sorveglianti che erano molto presi dal ruolo… Ma dopo qualche giorno sono incominciati gli “scherzi” da parte di ignoti: profilattici in tasca al camice che  lasciavo nell’ufficio del laboratorio, riviste scollacciate  nei cassetti della scrivania che usavo solo io, le borchie della macchina nuova nuova, parcheggiata sui viali interni, riempite di sassolini.. una volta addirittura mi hanno staccato il filo dello spinterogeno: alcuni ,con aria indifferente, aspettavano la mia reazione al fatto che la macchina non andava in moto.. non sapevano, i poveracci, che l’avrei sgamato subito!  Comunque non mi hanno mai affrontata direttamente, o forse col rumore della fabbrica non capivo le parole che accompagnavano i sorrisetti di alcuni quando entravo o uscivo, ma la cosa preoccupò il Direttore, evidentemente  informato da qualcuno, tanto che dopo la prima settimana, fino alla fine della campagna il 30 settembre, mi aspettava all’entrata per accompagnarmi in laboratorio e mi veniva a prendere all’ora di uscita,  per venire con me fino alla macchina.. Non parlava molto e non mi ha mai detto esplicitamente il perché di questo “privilegio”, l’ho saputo dal dirigente del laboratorio; solo l’ultimo giorno mi ha salutato dicendo più o meno: “signorina lei è brava, ha fatto bene il suo lavoro, ma la sua presenza è stata molto “faticosa”, per cui spero che sia soddisfatta della sua esperienza e non la voglia ripetere”!

Augusto Cavallini ricorda:

Ho lavorato un’estate completa allo zuccherificio, iniziai a giugno fino alla fine di agosto… credo fosse il 1968, avevo 17 anni. Arrivavano vagoni e camion articolati a centinaia tutto il giorno… ho girato un po’ di posizioni… con i vagoni fino alle caldaie… iniziai con agganciare e sganciare i vagoni che arrivavano alla stazione ferroviaria… Poi dovevo osservare le caldaie dove venivano bollite le barbabietole… c’era un camminatoio a metà delle caldaie… dovevamo controllare i termometri… c’erano varie caldaie… Facevo coppia con il figlio di un giudice, non mi ricordo il nome… c’era una sezione dove le barbabietole venivano lavate… era come una torba… poi il prodotto cadeva in un tunnel però spesso saltavano fuori durante la caduta… lì c’era Prezioso (quelli delle stoffe)… lui si era fatto un letto nel mezzo di 2 motori elettrici delle caldaie… su uno appoggiava i piedi, sull’altro la testa… dormiva russando con la bocca aperta… io con il socio di turno eravamo su un camminatoio a mezza altezza… gli tiravamo pezzi di barbabietola… Una volta un pezzo entra nella bocca aperta… quasi si strozza… dalla rabbia ci tira una barbabietola che invece di colpire noi colpisce il termometro della pressione della caldaia… iniziò a fare fumo, dovettero spegnere la caldaia… Prezioso ci inseguiva da tutte le parti dalla rabbia… non ci prese mai, ci provava tutti i giorni… non ci dava pace nemmeno nel giro di Peppe… ancora oggi quando lo ricordo mi fa ridere… Che tempi… Anni dopo, nel 1975, ho iniziato a lavorare alla BNL, quella di fronte alle poste di Latina, quindi ho iniziato a girare il mondo, ho visto più di 70 paesi e parlo 5  lingue. Ora abito in Florida, in West Kendall, da 40 anni.

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Comprendere l’Ecomuseo: teoria e pratiche del processo ecomuseale (webinar)

Conversazioni pontine: Massimo Porcelli

Massimo Porcelli è l’autore del libro Mia indimenticabile Consorte… Dall’epistolario di un soldato di Bassiano – La Grande Guerra dei Bassianesi, che nell’ultimo anno è stato presentato in decine di occasioni in numerosi Comuni dell’Agro Pontino. Approfittiamo della sua disponibilità per una conversazione sul tema.

(Antonio Saccoccio) Buongiorno, a cosa è dovuto, a suo avviso, questo grande interesse per il suo libro?

(Massimo Porcelli) Credo che sia la combinazione di una molteplicità di elementi che provo a descrivere, partendo da una preliminare considerazione. Il potenziale lettore, cioè colui che si avvicina al libro non conoscendone ancora il contenuto, ritengo sia attratto dal titolo. “Mia indimenticabile Consorte…”. Se ci si sofferma a riflettere un attimo, è un saluto particolare, se vogliamo inusuale ma pregno di sentimenti. Ed è l’esordio con il quale Antonio, mio Nonno e – come ho scritto in copertina – co-autore del libro, inizia una delle lettere che scrive dalla “zona di guerra” alla moglie Erminia.
Da questa frase scaturiscono gli altri elementi che il lettore poi scopre nel libro: i sentimenti che emergono vividi, le vicende di una Comunità – uomini, donne e bambini – e di un territorio, quello che si estende tra i monti Lepini e la pianura pontina, nel quale oggi noi viviamo ma di cui, in molti casi, non conosciamo ciò che era poco più di cento anni orsono. E come le vicende di questa Comunità e di questo territorio s’intreccino e si relazionino con quelle nazionali, connesse con la Grande Guerra, alla quale parteciparono migliaia di uomini dei paesi che si affacciavano sulla palude pontina: Bassiano, ma in egual misura Sezze, Norma, Sermoneta e via elencando.
Svariate centinaia di loro non fecero ritorno, lasciando vuoti incolmabili nelle famiglie.
È una Storia che ci appartiene, di cui ritengo si debba mantenere vivo il ricordo o diffonderne la conoscenza.
L’interesse verso il libro ritengo sia dato proprio da chi coglie questi aspetti e ne condivide lo spirito.

Antonio Porcelli, Lettera dal fronte alla moglie Erminia

(A.S.) Com’è nata realmente l’idea del libro? Ci sono di mezzo delle lettere inviate dal fronte, ma cosa è scattato dentro di lei per portarla a una ricerca tanto lunga?

(M.P.) Ha utilizzato il termine appropriato: scattare! È proprio avvenuto come lo scatto di una molla quando ho “scoperto”, sul finire del 2014, una dozzina di lettere che mio padre custodiva, scritte da suo padre Antonio – mio nonno quindi – dalla “zona di guerra” nel periodo che va dal 7 aprile 1916 al 16 ottobre 1917.
Lettere contenenti non solo gli usuali saluti o le notizie sulle proprie condizioni di salute ma una diretta cronaca delle condizioni di allora, delle speranze riposte alle notizie su conferenze di pace e dello sconforto per le drammatiche vicende della guerra, degli ideali socialisti che emergono nonostante siano in qualche modo necessariamente camuffati per non incorrere nelle sanzioni della censura militare.
Di queste lettere, purtroppo poche se si considera che erano l’unico mezzo mediante il quale venivano mantenuti i contatti con i familiari lontani e che un’altra parte – che era custodita dalla sorella di mio padre – è stata distrutta, stupiscono la ricchezza dei contenuti, le capacità espressive e la bellezza della calligrafia.
Caratteristiche che possono meravigliare se si considera che appartengono ad un “pastore”, questa la professione dichiarata da Antonio, la cui cultura scolastica era limitata dalle condizioni dell’epoca ma anelante, per sé e per la propria Comunità, alla conquista di uno status migliore. Aver rinvenuto documenti attestanti che mio nonno Antonio era stato il promotore della costruzione nel 1913 della capanna-scuola nel Quarto di San Donato è stata un’ulteriore scoperta che mi ha emozionato ancor di più, stimolandomi ad ampliare il campo di studio.
Mi sono quindi convinto che questo “patrimonio” non poteva rimanere circoscritto alla famiglia ma andava bensì ampliato e condiviso… ed è nato il libro!

(A.S.) Quali sono state le fonti che ha utilizzato per il suo libro?

(M.P.) Ho proceduto raccogliendo vari documenti, provenienti da più archivi, esaminandoli come se dovessi comporre un puzzle, cercando di collocarli nella loro giusta posizione.
Naturalmente, gli elementi di partenza sono state le lettere e alcuni documenti che già mio padre aveva acquisito in passato, anche grazie all’interesse di un mio cugino che ho scoperto essere appassionato ricercatore delle passate vicende familiari.
A questi ed a molte foto, altrettanto originali così come le lettere, presenti nell’album di famiglia, si sono andati man mano ad aggiungere i documenti matricolari degli uomini di Bassiano coinvolti nella Grande Guerra, rintracciati nell’archivio di Stato di Latina. Si tratta di 721 nominativi appartenenti alle classi di leva che vanno da quella dei nati nel 1875 a quelli della classe 1900, l’ultima chiamata alle armi per la guerra.
A questi ho associato le liste di leva, anch’esse presenti presso l’archivio di Stato, dalle quali si ricava l’esito della visita di arruolamento. Non tutti i giovani che vennero chiamati alle armi furono infatti arruolati: molti furono i non idonei: per difetto di statura o perché affetti da gravi carenze costituzionali (oligoemia, malaria). Molti altri risultarono nel frattempo emigrati all’estero venendo dichiarati renitenti e poi, con la guerra in corso, disertori.
Altra fonte importante d’informazioni sono stati i registri dello stato civile custoditi dal Comune di Bassiano così come è stato utile far più volte visita nel cimitero di Bassiano, soffermandomi avanti a quelle lapidi di coloro che avevano vissuto in quel periodo.
Infine, ma assolutamente rilevanti, si sono rivelati i molteplici siti presenti in rete, molti dei quali con importanti banche dati. In questa vasta attività di ricerca mi sono anche imbattuto in alcuni siti contenenti dati imprecisi che ho potuto far correggere.

(A.S.) Ci racconta il momento più emozionante della sua ricerca? Una lettera in particolare? Un documento con una notizia insperata?

(M.P.) Non è facile rispondere. O meglio… tanti sarebbero i momenti in cui la scoperta di un particolare, di una notizia o l’acquisizione di una foto, mi hanno consentito di inquadrare con più precisione la storia che man mano ricostruivo. Tuttavia, voglio riportare due casi particolari. Il primo è la notizia contenuta nella lettera che mio nonno Antonio scrive alla moglie il 16 ottobre 1917. Può considerarsi l’ultima scritta da Antonio prima della sua scomparsa, avvenuta in combattimento 11 giorni dopo su Dosso Faiti, il 27 ottobre. In questa lettera Antonio apprende che la moglie Erminia è incinta. Sarebbe il loro terzo figlio, ma dalle mie ricerche non è emersa nessuna nascita conseguente e devo presumere che la gravidanza non sia giunta a compimento.
L’altro episodio si riferisce, invece, alle modalità del decesso di uno dei Soldati di Bassiano. Nell’Albo d’Oro dei Caduti questi risulta deceduto in un ospedale da campo a seguito di ferite riportate in combattimento, ma questa informazione mi risultava incoerente con l’atto di morte registrato a Bassiano, in cui la causa di morte risulta attribuita a fratture multiple alle costole, emotorace e asfissia.
Il… mistero ha avuto risposta quando ho trovato il ruolo matricolare nel quale era riportato, seppur sinteticamente, l’episodio che ne aveva determinato la morte: il militare, Sergente del 20° reggimento Artiglieria da Campagna, viene sbalzato a terra dal cavallo sul quale si trovava, imbizzarritosi al sopraggiungere di un autocarro, venendo da questi travolto!

Diolinda Morelli, 1915

(A.S.) Le fotografie… ce ne sono di sorprendenti nel volume. Che provenienza hanno?

(M.P.) Il libro contiene numerose fotografie, in parte rinvenute in famiglia, altre rese disponibili da persone che, appreso delle ricerche che stavo svolgendo e della finalità, mi hanno generosamente consentito di riprodurle. Le foto riportano i nominativi di chi ha contribuito in tal modo. È stata una mia precisa volontà quella di affiancare al racconto, lì dov’era possibile, anche le pertinenti immagini affinché il lettore, osservando i ritratti ed i particolari dei volti, degli abiti, dei paesaggi raffigurati, potesse meglio partecipare al racconto di quelle vicende.
In particolare i ritratti degli uomini in uniforme, inviate alle famiglie, e delle donne che a propria volta le inviavano ai propri uomini al fronte, fidanzati o mariti, “parlano” del carattere e dei sentimenti di quella Comunità.
Da ogni foto si possono trarre, con un minimo di attenzione, ulteriori elementi d’informazione. Riporto ad esempio il foto-ritratto di Settimio Porcelli, uno dei fratelli di mio nonno Antonio, prigioniero di guerra degli austro-ungarici. L’immagine, emblematica, lo ritrae in una “scenografia” allestita in uno studio fotografico in cui il prigioniero di guerra Settimio, in uniforme del Regio Esercito ma priva di fregi e mostrine, è quasi sovrastato da una statua raffigurante un’aquila che, nell’araldica, simboleggia l’Austria imperiale.
Un messaggio di propaganda bellica!

Settimio Porcelli – Cartolina da prigionia

(A.S.) Scrivere un libro come il suo ha significato incrociare la storia d’Italia, ma anche la vita di numerose famiglie. Con la possibilità di stabilire relazioni nuove con altri membri della nostra comunità. La possibilità di vivificare un intero tessuto comunitario. Cosa ci può dire in merito?

(M.P.) È stato anche questo un obbiettivo che speravo di conseguire e credo di esserci riuscito.
I molteplici riscontri e attestati da parte di coloro che hanno letto il libro me ne danno conferma. Nei ringraziamenti che riporto all’inizio del libro, d’altronde, mi rivolgo con queste parole proprio al “Lettore” che, soffermandosi sulle foto e da queste incuriosito e sollecitato, procederà alla lettura facendo così ri-vivere le persone in esso raccontate.
Le vicende raccontate nel libro, tutte frutto di documentati riscontri, non erano mai state narrate, erano ignote ai Cittadini di Bassiano e, in moltissimi casi, ignote anche ai familiari discendenti da quei Personaggi in esso descritti.

La loro storia, così raccontata, diviene una parte della storia d’Italia.

(A.S.) Una domanda sull’autore. Chi è Massimo Porcelli, quali i suoi interessi? Lei, nato a Latina da genitori bassianesi, è molto interessato a tutto quello che riguarda l’Agro Pontino. Può dirci qualcosa in più di lei?

(M.P.) Sono nato a Latina da genitori bassianesi e bassianesi sono anche gli avi, almeno fin dal 1700, epoca di cui ho potuto trovare riscontri.
Ho intrapreso la carriera militare in Marina, Corpo delle Capitaneria di Porto – Guardia Costiera, cessando dal servizio attivo nel 2015 con il grado di Contrammiraglio.
Un trascorso che, in qualche modo, mi ha agevolato nello svolgimento delle ricerche storiche poi descritte nel libro. E quanto rinvenuto in queste ricerche mi ha fatto scoprire storie e vicende di ciò che era il territorio pontino ai primi del ‘900, quand’era la palude che molti tutt’oggi considerano erroneamente fosse disabitata.
Era invece territorio – almeno nella zona che comprende Fogliano e l’allora denominato Quarto di San Donato – per gran parte dell’anno popolato, dalla Famiglia Caetani e dal personale al loro servizio e dalla Comunità di Bassiano, costituita da circa 80 famiglie. Queste conoscenze, che prima ignoravo, mi hanno indotto a considerare con maggior interesse la storia dell’intero territorio pontino e lepino, che ritengo necessario far conoscere quanto più possibile anche, e specialmente, alle giovani generazioni, convinto che così potranno apprezzarlo ed amarlo ancor di più.

Giovanni Battista Porcelli, 1918

(A.S.) Per concludere, lei ha qualche proposta per il presente e il futuro dell’Agro Pontino?

(M.P.) Domanda impegnativa a cui, in parte, ritengo di aver dato riposta pocanzi. Tutti coloro che operano sul territorio, siano essi pubblici amministratori, dirigenti di aziende o di attività economiche, dirigenti e operatori scolastici, dovrebbero curare e sviluppare iniziative per far conoscere la storia e la ricchezza di questo territorio così che ognuno, ad ogni livello e nell’ambito delle proprie possibilità, si faccia a propria volta promotore delle sua valorizzazione e protezione.
Non è opera agevole ma neanche impossibile ed ho avuto modo di entrare in relazione, in questi ultimi tempi promuovendo il mio libro, con molte realtà e sensibilità che operano in tal senso.
Anche l’occasione di questa intervista, di cui vi ringrazio, ritengo possa concorrere in qualche modo a operare in tal senso.

(A.S.) La ringraziamo per la disponibilità. Crediamo anche noi che queste sue parole potranno essere molto utili alla valorizzazione del nostro territorio.

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Il paesaggio delle acque nell’Agro Pontino: verso un processo di sviluppo locale (webinar)

Lo zuccherificio di Littoria

L’ex-zuccherificio di Latina (2020)

A partire dal 1935, il fascismo decise di creare in Agro Pontino un’area dedicata alla barbabietola e alla sua trasformazione in zucchero. Questa attività doveva andare di pari passo con la più nota “battaglia del grano”.

Per realizzare lo stabilimento dello zuccherificio venne scelta un’area di 25 ettari su quella che oggi è Via delle Industrie. Lavorarono ai cantieri diverse centinaia di operai. Lungo tutto il  corpo di fabbrica principale fu scritto: “Costruito in dieci mesi durante l’assedio economico”. Di fronte allo stabilimento e nei viali interni venne realizzato un elegante giardino. La fabbrica fu dotata di tecnologia all’avanguardia di fabbricazione tedesca. Agli operai venne insegnato come utilizzare i nuovi macchinari.

LITTORIA: Lo zuccherificio (cartolina – 10,5 cm x 15 cm)
16/09/1940 (data autografa e timbro di spedizione)
Ed. E. Verdesi – Roma – Proprietà Riserv. Fascio Littoria
Dall’Archivio Fotografico Digitale della Libera Università della Terra e dei Popoli.
Provenienza e proprietà: Archivio Libera Università della Terra e dei Popoli (Sermoneta).

«E non ci si limita allo stabilimento e al palazzo uffici: nel vicino villaggio dello Scalo la società fa costruire quattro palazzine a schiera (ora tutte demolite), lungo via della Stazione, per alloggiarvi le famiglie degli operai, altre due palazzine proprio al centro del borgo, pure destinate ad alloggi per gli operai e dotate anche di un negozio dispensa (entrambe le costruzioni sono state ora acquisite dal Comune e destinate a centro sociale); e il “Palazzo Rosso” sempre al centro dello Scalo: appartamenti per funzionari e impiegati e una foresteria. Inoltre, voluto dal senatore Ugo Ciancarelli, amministratore delegato della Società Italiana Zuccheri, l’asilo “Valentina Ciancarelli”, un’opera sociale, in favore delle madri lavoratrici, in memoria della figlia Valentina, morta di parto. Spesa: 230 mila lire. Ciancarelli ne offre in proprio 35 mila, 112 mila sono messe a disposizione dalla società e il resto dalle imprese impegnate nella costruzione dello zuccherificio. È il concetto di “fabbrica totale”, che organizza non solo il lavoro, ma almeno in parte anche la vita quotidiana dei dipendenti fuori dallo stabilimento: abitazioni, dispensa, ritrovo, servizi sociali»[1].

Il 19 agosto del 1936, dopo appena 10 mesi di lavori, Benito Mussolini inaugura lo zuccherificio. Il Giornale Luce del 26/08/1936 (B0946) raccontava: «Giornata di vibrante entusiasmo a Littoria per la visita del Duce, che inaugura una nuova importantissima opera venuta ad arricchire il primo Comune dell’Agro ormai redento. Il grande zuccherificio, sorto in soli 10 mesi nei pressi di Littoria, cui è collegate mediante un ampio raccordo ferroviario. Enormi cumuli di bietole raccolte nei campi vengono accentrate nei vastissimi silos, donde, per mezzo di una corrente d’acqua, vengono convogliati nello stabilimento, dove funziona un complesso e perfettissimo macchinario totalmente costruito in Italia per la produzione dello zucchero»[2].

Un determinato numero di poderi fu destinato alla produzione di barbabietole. Per evitare l’abbandono dei campi, ai contadini e agli assegnatari di poderi è vietato lavorare nello zuccherificio, né da dipendenti fissi, né da stagionali. «La maggior parte delle colture a bietola, il primo anno, si concentra nella zona di Mesa e Borgo Faiti: 939 ettari, con un prodotto di 120.474 quintali, pari a 18 mila 524 di zucchero cristallizzato, cioè non raffinato. Non è molto, ma si tratta di una campagna ancora quasi sperimentale. Nel 1937, secondo anno di attività, già si raddoppia»[3].

Durante la seconda guerra lo stabilimento continua a funzionare, fino allo sbarco di Anzio del 1944, quando gli impianti si fermano per un anno. Già nel 1945 lo zuccherificio torna a produrre e a dare occupazione a un centinaio di dipendenti fissi e circa 500 stagionali. Dal 1955 la Società italiana per l’industria degli zuccheri gestisce direttamente l’impianto (viene sciolta la Saiap, Società Agricolo Industriale Agro Pontino). Nel frattempo in Agro Pontino diventa meno remunerativo destinare terreni alla barbabietola, che quindi inizia a giungere anche da altre zone del Lazio. Nel 1972 lo zuccherificio passa al gruppo Montesi di Padova. Negli anni successivi lo stabilimento viene ampiamente ristrutturato; dopo la chiusura degli stabilimenti di Rieti e di Foligno, il bacino bieticolo dello zuccherificio di Latina si estende ancora, fino a includere province al di fuori del Lazio (Grosseto, Terni e Perugia).

Nel 1984, dopo il fallimento del gruppo Montesi, lo stabilimento chiude, ma a seguito di una grande mobilitazione riapre l’anno successivo e raggiunge nell’anno del cinquantenario della nascita (1986) ancora produzioni notevoli. Nel 1989 lo zuccherificio viene ceduto alla Finanziaria Saccarifera Italo Iberica (SFIR).

All’inizio degli anni Novanta lo stabilimento chiuse. Poco dopo scoppiò la questione ecologica: a pochi passi dal centro abitato di Latina Scalo, l’area dello stabilimento conteneva centinaia di tonnellate di amianto e oli esausti. La stampa denunciò il rischio che stava correndo la popolazione. Nel 1996 il Comune di Latina (sindaco: Ajmone Finestra) ha acquistato dalla SFIR S.p.A. lo stabilimento di Latina Scalo e tutto il sito adiacente con una spese intorno ai 5 miliardi di lire, con l’obiettivo di bonificare e riqualificare la zona e la struttura e poi riconvertirla in Polo logistico integrato. Il progetto è stato realizzato con un finanziamento erogato dall’Unione europea. Furono rimossi e smaltiti oltre 200 tonnellate tra amianto, materiali ferrosi dei vecchi impianti dello zuccherificio e oli esausti. «Nel 2000 – ricorda Finestra – la seconda fase si concluse con la realizzazione della Piattaforma logistica (i lavori erano iniziati nel 1996-97) e venne costituita la SLM S.p.A. con soci il Comune di Latina al 95% e Camera di Commercio, Assindustria, Federlazio e un consorzio di operatori privati con il restante 5%»[4].

Negli anni Duemila la Società Logistica Merci S.p.A. ha accumulato debiti per diversi milioni di euro. Dal 2010 è in liquidazione.


[1] Emilio Drudi, “E le bietole addolcirono le fatiche: lo zuccherificio di Latina Scalo” in AA.VV., Memoria e Industria, Federlazio, Latina 1991, pagg.143-155.

[2] Giornale Luce, Mussolini inaugura a Littoria un grande zuccherificio, B094607, 26/08/1936.

[3] Emilio Drudi, “E le bietole addolcirono le fatiche: lo zuccherificio di Latina Scalo” in AA.VV., Memoria e Industria, Federlazio, Latina 1991, pagg.143-155.

[4] Ajmone Finestra, La mia verità sull’intermodale, 20/06/2010, https://www.latina24ore.it/latina/5866/finestra-la-mia-verita-sullintermodale/