Dal mese di giugno 2021 è possibile visitare presso la sala delle esposizioni temporanee del Museo della Terra Pontina di Latina la mostra “Voci dalle acque”, curata da Chiara Barbato, storica dell’arte e referente scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino.
La mostra consiste in dieci pannelli didattici che offrono coordinate essenziali per la comprensione del paesaggio delle acque in Agro Pontino. Il tema viene sviluppato da angolazioni differenti – cartografia, storia, archeologia, economia, mestieri, religione, arti etc. – e illustrato da immagini che ne rendono immediatamente percepibili i contenuti. La prima parte del percorso è volta a illustrare quel peculiare rapporto che il territorio ha instaurato fin dall’antichità con l’acqua e la necessità di regolamentare la rete idrica a fronte di una naturale tendenza della pianura all’impaludamento. L’acqua è stata sempre un bene fondamentale per le civiltà del passato: lungo gli antichi sistemi di comunicazione fluviale sono nati i primitivi insediamenti stanziali e si sono sviluppate le prime forme di economia. In funzione dell’uso e del controllo della risorsa idrica le popolazioni hanno lottato contro potenziali rivali, localizzato le attività produttive, realizzato grandi opere d’ingegneria. Si riportano gli esempi concreti della città di Satricum, sorta nel IX secolo a.C. nelle vicinanze dell’Astura, e di una via d’acqua interna, parallela all’Appia, il famoso Decennovium citato nella V Satira di Orazio. Una riflessione a parte ha meritato il ruolo dell’acqua in età romana, all’epoca degli imperatori, che scelsero splendide residenze sulla costa pontina per trascorrere periodi di riposo e villeggiatura, senza dimenticare, tuttavia, l’aspetto produttivo: le ville marittime erano sempre completate da una serie di vasche per l’allevamento ittico, le famose peschiere.
Anche dopo il tramonto dell’impero e con l’estendersi delle aree paludose e malariche nel corso del Medioevo, le poche fragili sacche di civiltà attestate in Agro Pontino continuarono a sopravvivere in funzione dell’acqua, come nel caso di Ninfa e di Castrum Concae. Non poteva mancare, nel racconto affidato ai pannelli, la ricostruzione delle vicende delle varie bonifiche che furono tentate dal XVI secolo in poi, ricordando l’importante iniziativa di Pio VI e arrivando, infine, alla celebrata epopea della “redenzione della terra” compiuta sotto il regime fascista.
L’ultima parte della mostra mira a sottolineare gli aspetti più propriamente culturali, antropologici ed etnografici legati all’acqua. Ogni popolo ha attribuito significati sacri e simbolici alla pioggia, alle sorgenti, al mare, ai fiumi e ai laghi e ha costruito intorno al prezioso liquido, dall’antichità pagana all’avvento del Cristianesimo, un insieme di credenze, riti e tradizioni, in parte ancora oggi in uso anche nei paesi lepini. L’acqua è stata, infine, costante elemento d’ispirazione artistica e letteraria e il pannello conclusivo è proprio dedicato alla rievocazione di alcune opere d’arte e di pagine scritte da illustri testimoni che attraversarono il nostro territorio, rimanendone spesso affascinati.
La mostra Voci dalle acque è itinerante e sarà proposta nei prossimi mesi nei diversi centri di interpretazione/documentazione dell’Ecomuseo. L’allestimento, pensato in un’ottica dinamica, consente l’elaborazione di diverse trame narrative in funzione di differenti spazi espositivi e/o specifici eventi culturali. I dieci pannelli didattici saranno posti di volta in volta in dialogo con un secondo livello espositivo, di natura oggettuale o multimediale (fotografie, documenti sonori, filmati etc.), e con un terzo livello, composto dalla presenza viva di informatori locali e persone-risorsa. L’allestimento per il Museo della Terra Pontina è stato predisposto da Chiara Barbato e Antonio Saccoccio, coordinatore tecnico-scientifico dell’Ecomuseo, con la collaborazione della direttrice del Museo Manuela Francesconi.
La mostra didattica è parte del percorso che l’Ecomuseo porta avanti come ente accreditato nell’Organizzazione Museale della Regione Lazio.
Il 29 aprile è stato presentato, tramite la piattaforma Chairos, il progetto “C’è In-PRONTA” in risposta al bando per le “Comunità Educanti”, gestito dall’impresa sociale Con i Bambini e rivolto a tutti gli enti del terzo settore. L’invito a presentare proposte “esemplari” per sostenere o creare le “comunità educanti” intese come comunità locali di attori (famiglie, scuola, singoli individui, reti sociali, soggetti pubblici e privati) era rivolto a tutte le organizzazioni che, a diverso titolo, hanno la responsabilità nell’educazione e nella cura dei minori che vivono nel proprio territorio e che si trovano, oggi più che mai, in situazioni di povertà educativa.
Il progetto ha, come obiettivo specifico, l’Utilizzo della Comunità Ecomuseale, come aggregatore di pensiero educativo e strumento di cooperazione locale, per ridurre la povertà educativa di Sonnino, coinvolgendo minori e famiglie in interventi co-creativi di musealizzazione diffusa in rete.
L’intero iter progettuale, dal disegno del progetto all’invio della proposta è stato realizzato all’interno del percorso di Alta Specializzazione in Europrogettazione dell’Università La Sapienza di Roma, Facoltà di Economia, sede di LT, di cui è direttore la Prof.ssa. Paola Campana. Tale progettualità è stata sviluppata dagli studenti del corso nel quadro di uno dei project work esperienziali, coordinato dalla Prof.ssa. Dolores Fernandez.
Il percorso di apprendimento alla progettualità bassato su metodologie di learning on the job, ha visto protagonisti gli studenti Beatrice De Paolis, Maria Giulia Di Lizia, Marina Nanni, Andrea Borsato, Andrea Di Matteo e Massimiliano Marcuccio. Un gruppo di studenti che ha messo tutta la sua energia a supporto della rete di organizzazioni impegnate ad avviare la comunità educante di Sonnino. Tale simbiosi tra studenti e territorio ha restituito come beneficio un progetto di sistema co-progettato da tutti.
Capofila del progetto è l’Associazione ONDA, coordinatore dell’Ecomuseo dell’Agropontino che si avvale di in partenariato composto da 11 organizzazioni: Comune di Sonnino con i servizi sociali e il Museo Terre di Confine – Associazione Brigante Antonio Gasbarrone – Associazione Turistica Pro Loco di Sonnino – Istituto Comprensivo Statale Leonardo Da Vinci- Global & Local Srl – Il Seme della Gentilezza – Libera Università della Terra e dei Popoli – Associazione Sportiva Dilettantistica Città di Sonnino – Tunuè Srl – Concerto Bandistico V. Bellini Città di Sonnino – Associazione culturale Crescere con Gioia.
Il progetto C’è In-PRONTA sarà presentato in diretta sul canale Facebook di Global & Local il 7 maggio alle ore 16.00 con la partecipazione del Comune di Sonnino e di tutte le organizzazioni del partenariato. Interverranno il Sindaco di Sonnino, Luciano de Angelis; il Presidente dell’Associazione ONDA, Angelo Valerio; il Direttore del CAF in Europrogettazione di Sapienza Università di Roma, Prof.ssa. Paola Campana, e gli studenti che hanno partecipato al Laboratorio coordinato dalla Prof.ssa. Fernandez.
Gli studenti Europrogettisti, in project team, metteranno in evidenza il percorso di co-progettazione partecipata che hanno attuato con i portatori di interesse, articolato in desk check documentale, rilevazione di informazione tramite questionario, 13 riunioni di lavoro bilaterali e un incontro finale di presentazione della proposta progettuale, in plenaria.
Il progetto ha messo in evidenza che la chiave di volta della nascita e del radicamento della nuova Comunità Educante, nel territorio di Sonnino, sta nel coinvolgimento di molte associazioni diverse tra loro che, ognuna nel proprio ambito di esperienza, riuscirà a creare “contributo valoriale ed esperienziale” per la riduzione della povertà educativa. Tuttavia, purchè tale contributo non si disperda nel tempo, vanificando la creazione della Comunità educante, l’accordo preso tra le parti verrà suggellato tramite un patto educativo di Rete e con l’impegno, visto che non sono gli unici player presenti e attivi sul territorio, a non essere un circolo chiuso, ma una realtà accogliente, pronta ad ampliarsi in futuro qualora altri soggetti desiderassero aderire. In tal senso, all’interno del progetto, è stato avviato, anche, un processo di gemellaggio con una comunità educante della Regione Sicilia.
Si ringraziano tutti gli attori coinvolti per il prezioso contributo fornito e con l’auspicio che il progetto possa essere scelto per dar vita ai preziosi laboratori creativi e interculturali che sono previsti dal programma delle attività.
A causa delle intense piogge che si sono abbattute nelle ultime ore sull’Agro Pontino, si sono registrati numerosi allagamenti in diverse zone. Da segnalare in particolare la zona del Piccarello e Borgo San Michele e quella della Chiesuola.
Come si legge sul sito del Comune di Latina, la Polizia Locale e la Protezione Civile hanno gestito “circa 20 interventi con un impiego di personale per complessive 15 unità”.
Sotto accusa, come sempre in simili occasioni, la manutenzione dei canali.
Abbiamo documentato, alle ore 12.00, con alcune fotografie la situazione lungo via della Chiesuola, all’altezza della scuola e della chiesetta di San Carlo di Piscinara. La zona della Chiesuola non è nuova ad allagamenti; la cittadinanza ricorda ancora l’allagamento del canile nel 2014, quando numerosi volontari trassero in salvo circa 600 cani.
Dante Ceccarini è medico chirurgo e pediatra, ma anche poeta in dialetto sermonetano e autore di importanti studi sul dialetto locale. Interessati da quest’ultima attività, intraprendiamo con lui una conversazione.
(Antonio Saccoccio) Buongiorno Dott. Ceccarini, lei è un medico, ma da decenni è attivissimo in ambito culturale. È noto soprattutto per le sue poesie in dialetto sermonetano, anche se ne ha composte anche in lingua italiana. Da dove nasce la sua passione per la poesia dialettale?
(Dante Ceccarini) Buongiorno. Io sono nato a Sermoneta ed ho vissuto nel paese lepino buona parte della mia vita. Quindi, sin dalla nascita, sono stato immerso in questa “lingua del cuore” che è il dialetto, sia in ambito familiare che nell’ambito degli amici, dei vicini di casa e dei conoscenti. Sono stato sempre affascinato dalla bellezza e dalla concisione della parola dialettale e dagli innumerevoli modi di dire dialettali che servono, come “utensili glottici”, per esprimere sensazioni, stati d’animo, situazioni di vita, ecc. L’occasione ultima che mi ha spinto, poi, a scrivere libri in dialetto è stato il reperimento di un piccolo glossario di termini sermonetani, scritto da un signore che ora non c’è più (Candido Stivali): da lì sono partiti i miei dizionari e gli altri libri in dialetto.
(A.S.) Lei ha ideato anche un concorso di poesie in dialetto rivolto a bambini sermonetani. Ci racconta quest’altra esperienza?
(D.C.) Io sono convinto che, per tutelare, valorizzare e difendere il dialetto, bisogna rivolgersi alle nuove generazioni, facendo conoscere loro i termini dialettali direttamente dalle persone più anziane. Riscoprire, cioè, antichi termini dialettali in un’opera che ho chiamato di “archeologia dialettale”. Naturalmente affiancando il dialetto alla lingua italiana, senza avere la pretesa di sostituirla, anzi cercando di scoprire le influenze reciproche tra lingua nazionale e lingua locale. Per far ciò bisogna rivolgersi ai bambini e ai ragazzi. Quindi nel 2010 ebbi l’idea di fare un Concorso di poesie in dialetto sermonetano, dal titolo “Sermonet’amo”, rivolto proprio ai bambini e ai ragazzi delle scuole del territorio di Sermoneta (la IV e V elementare, e le 3 classi della scuola media). In ciò sono stato supportato dalla mia Associazione culturale, l’Archeoclub di Sermoneta (di cui ero Presidente in quel periodo), da una serie di altre Associazioni del Territorio, dal Comune di Sermoneta e, naturalmente, dal plesso scolastico “Donna Lelia Caetani” di Sermoneta. I bambini e i ragazzi preparavano per tempo le loro poesie in dialetto, naturalmente aiutati dai genitori, nonni, zii, conoscenti, ecc., e alla fine dell’anno scolastico veniva organizzata una bella cerimonia di premiazione all’interno della scuola (il primo anno all’interno del castello Caetani). I premi consistevano (e consistono) in buoni acquisto libri e materiale scolastico, sia per il singolo studente che per la classe. Dal 2010 abbiamo organizzato 8 edizioni del Sermonet’amo, e i ragazzi hanno scritto, in questi anni, più di 1000 poesie in dialetto. Nel 2020 si sarebbe dovuta tenere la nona edizione, ma, a causa della pandemia, è stata rinviata: speriamo di tenerla nel 2021. Alcuni ragazzi sono stati premiati anche in ambito regionale.
(A.S.) Non solo creatività, ma anche studio e ricerca. Lei ha scritto dizionari sermonetano-italiano e italiano-sermonetano.
(D.C.) Ho scritto nel 2010 il Primo Dizionario Sermonetano-Italiano e qualche anno dopo il Secondo Dizionario Sermonetano-italiano ed il Primo Dizionario Italiano-Sermonetano. In questi 3 Dizionari sono riportate migliaia di parole dialettali, ma il mio lavoro di studio e ricerca non è finito lì. Giornalmente, aggiorno i vari dizionari con altri termini dialettali (e relative traduzioni), intervistando le persone più anziane di Sermoneta, ma anche le persone di altre età. Ciò perché il dialetto, come tutte le lingue, muta nel tempo, si arricchisce di nuovi termini ed altri ne perde. Perciò il dialetto sermonetano degli anni ‘20, ‘30 è diverso da quello del dopoguerra, da quello degli anni ‘70 e ‘80 e da quello di oggi. Da ciò nasce la necessità di intervistare e di apprendere da persone di diverse fasce di età, anche dai giovani. Come dicevo, aggiorno continuamente i vari Dizionari, nei files del mio computer, e sono arrivato a contare circa 20000 termini dialettali. Inoltre ho scritto anche un libro sui Proverbi, modi di dire, filastrocche, maledizioni sermonetane, messe a confronto con analoghe espressioni dei paesi dei monti Lepini, del Lazio e con agganci anche in ambito nazionale. Anche in quest’ultimo caso, aggiorno continuamente i files del computer con nuovi proverbi, modi di dire ecc.
(A.S.) Spesso voi poeti dialettali date vita a eventi collettivi, in cui recitate i vostri componimenti. Ne nascono momenti di grande condivisione per la comunità lepina e pontina.
(D.C.) Sì, è così. C’è un grande fiorire di poesia dialettale sui monti lepini e ci sono molti studiosi di dialetto che, pur mantenendo la passione dello studio del proprio dialetto, hanno “virato”, come me, verso la poesia dialettale e in lingua italiana. Prima della pandemia c’era un susseguirsi di incontri poetici, maratone dialettali, concorsi di poesia dialettale, ecc. in tutti i paesi dei monti lepini (da Cori a Sezze, da Bassiano a Norma, da Sermoneta a Maenza, ecc.). Con la pandemia gli eventi in presenza naturalmente si sono molto affievoliti ed arrestati, ma stiamo facendo degli incontri poetici su vari blog, pagine facebook ed altro. Speriamo di riprendere a pandemia finita.
(A.S.) Ultimamente si è dedicato anche alla poesia italiana. Quali differenze nel comporre versi in dialetto e nella lingua di Dante e Petrarca?
(D.C.) Sono già 6-7 anni che scrivo anche poesie in italiano. Ma contemporaneamente anche in dialetto. Certe volte le scrivo prima in italiano e le traduco in sermonetano, altre volte le poesie nascono direttamente in sermonetano e poi le traduco. La differenza tra lo scrivere in italiano e lo scrivere in dialetto è difficile da spiegarsi. Il dialetto mi dà una connotazione ed una emozione più intima (o intimista), specialmente riguardo ad alcuni temi, come l’amore, il ricordo, la nostalgia (o dolore del ritorno, in questo caso inteso come dolore del ricordo). L’italiano mi dà una dimensione più ampia, più universale ed una possibilità di espressione (nel senso della varietà di termini e significati più ampia e più profonda). Con il dialetto posso usare circa 20000 lemmi, con l’italiano qualche centinaio di migliaia. In breve, il significato è il medesimo (o quasi), mentre quello che varia è il significante.
(A.S.) La sua professione di medico e pediatra esercita un’influenza sulla sua attività poetica?
(D.C.) Senz’altro la mia professione di medico e pediatra è importantissima, direi essenziale, per la mia attività poetica. Con il contatto quotidiano con i bambini che curo (e per contatto intendo non solo l’atto medico, ma anche il parlare, lo scherzare, l’immedesimarmi nel bambino che ho di fronte) ho una ispirazione continua dal punto di vista poetico. L’essere bambino è di per sé una forma di poetica. Inoltre l’essere medico, e quindi parlare con i genitori, i nonni, i parenti, mi aiuta molto nello scoprire parole dialettali, espressioni, modi di dire, proverbi ecc. Per cui, con alcuni di questi parenti, mi esprimo (e ci esprimiamo) solo in dialetto.
(A.S.) Lei è prima di tutto un sermonetano. Ha idee da proporre per il presente e il futuro di Sermoneta o più in generale dell’Agro Pontino e dei Monti Lepini?
(D.C.) Ho un’idea (e una speranza) fondamentalmente. A pandemia finita, organizzare un grande evento, un Concorso Internazionale di Poesia a Sermoneta, con l’aiuto del Comune di Sermoneta e della Fondazione Caetani. Un concorso formato da tante sezioni (poesia in italiano, poesia in dialetto, poesia giovani, videopoesia, sillogi e libri, ecc.). Ma il Concorso, con una Giuria qualificata, può estendersi anche a tutti i monti Lepini e non solo Sermoneta, con la collaborazione e l’unità dialettale di tutto il territorio. Speranza vana, utopia? Non so, vedremo. Lo scopriremo solo vivendo.
(A.S.) La ringraziamo per la sua disponibilità e speriamo di poter collaborare ancora per trasformare questa sua speranza in realtà.
Dante Ceccarini con Osvaldo Bevilacqua durante le riprese della trasmissione “Sereno Variabile” (Rai Due)
* I libri di Dante Ceccarini sono reperibili presso la Libreria Candileno Punto Einaudi al Sermoneta Shopping Center oppure presso La Mia Libreria in piazza della Libertà 35/37, a Latina.
Dopo un lungo lavoro, in questi giorni è stata stampata e allestita la mostra didattica “Voci dalle acque”, realizzata dall’Ecomuseo dell’Agro Pontino. La mostra consiste in 10 pannelli che offrono coordinate indispensabili per la comprensione del paesaggio delle acque in Agro Pontino. I pannelli sviluppano il tema da angolazioni differenti, dalla cartografia alla storia, dall’archeologia all’economia, alle arti etc.
L’autrice dei testi è Chiara Barbato, storica dell’arte e referente scientifico dell’Ecomuseo, che ha anche selezionato le numerose fotografie che arricchiscono la mostra. Il coordinamento editoriale e tecnico-scientifico è stato curato da Antonio Saccoccio, la composizione grafica da BeSunny Srls. La mostra è parte del percorso che l’Ecomuseo (responsabile legale: Angelo Valerio) porta avanti come ente accreditato nell’Organizzazione Museale della Regione Lazio.
La mostra è stata allestita in questi giorni presso la sala delle esposizioni temporanee del Museo della Terra Pontina di Latina, sede del Centro di Interpretazione dell’Ecomuseo. L’allestimento è stato pensato in una prospettiva dinamica, per consentire l’elaborazione di diverse trame di interpretazione in occasione di determinati eventi culturali. I dieci pannelli didattici saranno così posti di volta in volta in dialogo con un secondo livello espositivo, di natura oggettuale o multimediale (fotografie, documenti sonori, filmati, computer etc.), e con un terzo livello, composto dalla presenza viva di informatori locali e persone-risorsa.
A causa delle misure messe in atto per prevenire la diffusione del Covid-19, è possibile visitare la mostra solo su prenotazione.
Dal mese di dicembre 2020 l’Ecomuseo dell’Agro Pontino ha un nuovo centro di interpretazione locale: l’EtnoMuseo Monti Lepini di Roccagorga.
I primi passi e le prime ricerche per la creazione di un Museo etnografico a Roccagorga furono mossi, ormai trent’anni fa, dal sociologo Vittorio Cotesta, allora ricercatore presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con la collaborazione dell’antropologo Tullio Tentori.
Il museo demo-etno-antropologico di Roccagorga fu ideato da Vincenzo Padiglione, antropologo museale e docente presso l’Università “Sapienza” di Roma. Il suo progetto mirò a superare l’idea del museo tradizionalmente inteso come raccolta di oggetti, con la valorizzazione dei diversi aspetti immateriali della cultura.
Collaborarono alla ricerca Antonio Riccio, Donatella Occhiuzzi, Ercole Cerilli, e poi Alfredo Celaia, Rita Gigli, Emilio di Fazio, Concetta D’Agata, Delfino Iannarelli.
L’EtnoMuseo fu infine inaugurato con una festa pubblica l’11 dicembre del 1999.
Pubblichiamo un filmato girato nel mese di novembre 2020, in cui Concetta D’Agata illustra le varie sale dell’EtnoMuseo. Riprese e montaggio di Giorgio Serra, per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino.
Il 24 gennaio Rai Uno ha ospitato all’interno del programma “Linea Verde” un focus su alcune città dei Monti Lepini: Sezze, Sermoneta, Norma. La città di Sezze e il territorio circostante sono stati presentati da Roberto Vallecoccia, Presidente dell’Ass. Memoria Storica e referente setino per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino.
Vallecoccia non ha offerto al telespettatore il consueto sguardo panoramico sulla città, ma ha proposto un’interpretazione del territorio strettamente legata all’acqua. Dopo alcune sintetiche informazioni sulla posizione di Sezze e sul suo mitico fondatore Ercole, ha passato in rassegna i simboli raffigurati nello stemma setino (il leone, che rappresenta la forza, riferita a Ercole, e la cornucopia, cioè l’abbondanza). Ha poi proseguito illustrando l’importanza fondamentale dell’acqua per il territorio: “Il rapporto viscerale con l’acqua nasce oltre 2.500 anni fa. L’acqua ha prodotto ricchezza per l’economia: ad esempio mais, grano e altre coltivazioni. Inoltre, sotto Monte Trevi nasce il fiume Ufente, che ha fornito energia per numerosi mulini. Nel 1911 ci fu una forte alluvione, in cui andarono distrutti tutti i mulini tranne uno, quello sul lago Muti. Gli amministratori del tempo, molto lungimiranti, pensarono di istallare una centrale idroelettrica, che riusciva a soddisfare il fabbisogno idrico del paese e un fabbisogno energetico di 40kw”.
La storia di Emilio Andreoli è certamente legata alla Andreoli Hi-fi, storica attività commerciale che per 52 anni è stata un punto di riferimento per i cittadini di Latina e non solo. Ma c’è molto di più, perché da tempo Emilio è diventato uno dei testimoni e dei narratori della comunità latinense, della vita, più o meno nascosta, che tutti i giorni ha animato e anima il capoluogo pontino.
(Antonio Saccoccio) Buongiorno Emilio, partiamo da lontano. Cosa ricorda di quel giorno, nel 1968, in cui avete aperto Andreoli Hi-fi in Corso della Repubblica?
(Emilio Andreoli) Ricordo bene quel giorno, anche se avevo solo nove anni, era il 24 novembre del 1968 e al Supercinema davano “C’era una volta il West” di Sergio Leone. Quando mi capita di rivedere le foto dell’inaugurazione o il film, torno a quei momenti. Oggi sembra proprio un “C’era una volta…”. Il negozio lo progettarono due grandi designer di Latina, Tonino D’Erme e Gianni Brustolin, che allora erano molto giovani. Mio padre lo aveva voluto caldo e accogliente, chi entrava in quel negozio doveva sentirsi a casa. C’erano infatti un grande divano e due comode poltrone, per accomodarsi e ascoltare musica. Il pavimento era rivestito di moquette verde, sulle pareti stoffa verde, soffitto blu e i mobili di legno color noce. Sul soffitto due grandi lampadari, a scacchi di legno laccati bianchi, fatti a mano sul posto. Ricordo tanta gente all’inaugurazione, e tutti i vertici della Grundig, che allora era il marchio che andava per la maggiore. Purtroppo nella mia famiglia stavamo vivendo un dramma in quei giorni, perché mio nonno Emilio era stato ricoverato il giorno prima dell’inaugurazione per un malore, e il 26 novembre morì, aveva solo cinquantasei anni. Quindi nella mia mente i bei momenti si intrecciano con quelli tragici. Comunque quel negozio fece scalpore, vennero a vederlo pure da fuori regione.
Andreoli Hi-fi il 24 novembre del 1968, giorno dell’inaugurazione. Di lato il Supercinema con “C’era una volta il West”.
(A.S.) Il vostro negozio era un punto di riferimento a Latina per l’hi-fi. Ma la vostra fama andava ben oltre i confini cittadini.
(E.A.) Sì, era diventato un punto di riferimento, tanti clienti che venivano da fuori Latina. Avevamo clienti in tutta la Ciociaria, molti venivano dal sud pontino, Formia, Gaeta, Sperlonga, Fondi, ma anche da Roma. Tantissimi dai Castelli Romani, e qualcuno addirittura da Napoli. Avevamo prodotti di grande qualità e poi mio padre aveva applicato la politica del prezzo fisso, ma molto concorrenziale. Ricordo inoltre tanti clienti dell’est, rifugiati nel campo profughi “Rossi Longhi” di Latina, loro acquistavano soprattutto radio con le onde corte, c’era un modello della Grundig che aveva queste caratteristiche che si chiamava “Satellit”. Lo compravano per ascoltare le trasmissioni radiofoniche dei loro paesi.
L’accogliente sala interna di Andreoli Hi-fi
(A.S.) Oggi è certamente un altro mondo rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Avete chiuso a marzo 2020, proprio quando è iniziato il lockdown nazionale a causa dell’epidemia da Sars-COV-2. È solo una coincidenza?
(E.A.) La decisione era nell’aria, ormai eravamo aperti solo per amore e per passione. La crisi economica, ma anche il modo nuovo di ascoltare musica non ci ha certo aiutato. Oggi si ascolta la musica dal cellulare, orribile per me, ma purtroppo è così. La cosa che mi ha fatto più piacere negli ultimi anni, è che molti ragazzi hanno tirato fuori i vecchi impianti dei loro papà, messi in cantina dalle loro mamme, e tanti erano stati acquistati nel nostro negozio. Certo che se la scelta di chiudere poteva essere reversibile, la pandemia e il relativo lockdown l’ha resa irreversibile. È stata senza dubbio una scelta dolorosa, ma non si può combattere contro i mulini a vento.
(A.S.) Da diverso tempo sta scrivendo e pubblicando articoli su Latina e dintorni. Da dove nasce questa sua passione?
(E.A.) La passione per la scrittura l’ho sempre avuta. Da ragazzo avrei voluto fare il giornalista, ma poi ho scelto l’indipendenza economica e quindi ho lasciato l’università e il mio sogno nel cassetto. Ho iniziato, quindi, a lavorare nell’azienda di famiglia. Le storie di Latina mi hanno sempre affascinato, poi è nato Facebook e ho cominciato a fare ricerche sulla storia del mio territorio. Due anni fa ho avuto l’occasione di frequentare un corso sostenuto dalla Regione Lazio di social media editor. Mi sono messo in gioco alla soglia dei sessant’anni, ho partecipato ai test di ingresso e sono riuscito a superarli. Alla fine del corso ho fatto uno stage nella rivista web “Fatto a Latina” e ho cominciato a mettere a frutto il percorso formativo, pubblicando ciò che più mi piaceva, le storie della mia città e anche del mio territorio.
(A.S.) Spesso sono storie di comunità quelle che lei racconta. Ad esempio quando ricorda “il giro di Peppe” o “i ragazzi del palazzo M”…
(E.A.) Mi sono sempre interessato ai fenomeni sociali che mi hanno circondato e che continuano a circondarmi. Non a caso il mio primo articolo è stato “Latina, dal giro di Peppe alla via dei pub”. Ho sfruttato la mia memoria e i cinquant’anni di negozio, dove ho visto passare di tutto. Ho visto formarsi lì davanti, sotto i portici, una delle più grandi comitive della città, che poi è stata anche l’ultima. Ho dedicato a quei ragazzi un articolo “I ragazzi del Manzoni, l’ultima grande comitiva di Latina”. Poi sono arrivati i centri commerciali, i social e i ragazzi del Manzoni sono spariti, lasciando un vuoto incolmabile nel centro della città. Nei miei racconti c’è tutto il mio vissuto, per me Latina è come un jeans sdrucito, un giubbotto di pelle consumato. Mi sono sposato molto tardi e quindi ho vissuto le sue strade, i suoi bar e i luoghi dove si formavano le comitive. Ora ho due figli, la più grande ha quindici anni e quindi continuo ad informarmi e tenermi aggiornato su cosa fa la gioventù di oggi, è un modo per non invecchiare.
La copertina del libro di Emilio Andreoli dedicato a Francesco Porzi “Biscotto
(A.S.) Ha anche scritto un libro di grande successo, quello su Francesco Porzi, il leggendario “Biscotto”. A cosa è dovuta secondo lei l’attenzione che i cittadini di Latina hanno dedicato a questa pubblicazione?
(E.A.) Biscotto è stato il primo mito della città, morto giovanissimo a soli ventitre anni. Era un ragazzo che piaceva a tutti, non solo per la sua bellezza, ma anche per i suoi modi e perché molto attaccato alle sue radici. Nonostante fosse diventato cittadino del mondo, lui amava Latina, amava tornarci e stare con gli amici di sempre. Era uno che sapeva mettere tutti d’accordo, sapeva fare comunità. Credo che il successo del libro sia stata proprio la sua storia che ha interessato, non solo i suoi vecchi amici, ma anche tantissimi giovani. Mi hanno scritto ragazzi di vent’anni per questo libro, magari di Francesco Porzi ne avevano sentito parlare dai nonni. Penso che questa città abbia bisogno di persone che conoscano il senso di comunità, identità e orgoglio delle proprie radici, Biscotto racchiudeva tutto questo. In una intervista alla sua fidanzata, l’attrice americana Monique Van Vooren, disse che il suo ragazzo era di Roma, poi si corresse subito e disse al giornalista di scrivere “Latina”, altrimenti Francesco si sarebbe arrabbiato molto.
Francesco Porzi seduto con alcuni amici al “giro di Peppe” di LatinaFrancesco Porzi a New York, 1969
(A.S.) Lei è anche amministratore, con Mauro Corbi e Fabrizio Nicosia, del gruppo facebook più seguito di Latina: “Sei di Latina se la ami”. Mi sembra che stiate riuscendo a creare un senso di comunità anche attraverso i social network. È questo il vostro obiettivo?
(E.A.) All’inizio il gruppo è nato quasi per gioco. Tre amici appassionati di storia della città e dei suoi dintorni. Nei primi due giorni si sono iscritte quattrocento persone, che hanno iniziato a postare foto private, ovviamente lo sfondo doveva necessariamente contenere l’immagine di Latina. Abbiamo iniziato così a ricostruire la storia della nostra città, dalla palude a Littoria per arrivare a Latina. Una storia breve, ma così intensa e affascinante. Credo che con il nostro gruppo, che oggi conta più di tredicimila iscritti, ricostruendo un po’ della nostra storia, siamo riusciti a dare un piccolo contributo a quel senso di comunità, di cui questa città ha tanto bisogno. Certo non è stato facile gestirlo, abbiamo sacrificato molto del nostro tempo, però lo abbiamo fatto con passione infinita, anche se certe volte siamo stati accusati di essere fascisti, poi comunisti, ma noi siamo andati dritti per la nostra strada. Sono state scritte delle regole che abbiamo sempre fatto rispettare e continueremo a farlo. Sì, comunque il nostro obbiettivo, oltre a quello di fare comunità, è quello di far sentire il senso di appartenenza, per questo abbiamo deciso di chiamare il gruppo “Sei di Latina se la ami”.
Mauro Corbi, Emilio Andreoli, Fabrizio Nicosia, fondatori del gruppo Facebook “Sei di Latina se la ami” nel 2014
(A.S.) Concludo tornando al punto di partenza: Andreoli hi-fi. L’insegna del negozio è parte della storia della città e ora possiamo ammirarla al MUG, il Museo di Carlo e Luigi Ferdinando Giannini, nei locali dell’ex tipografia Ferrazza in via Oberdan.
(E.A.) Quando Luigi Giannini mi ha chiamato per chiedermi se avessi piacere di mettere l’insegna nel museo, per un attimo ho pensato a uno scherzo o che non avessi capito bene. Poi il giorno dopo si è presentato in negozio e allora ho capito che faceva sul serio. Una cosa così prestigiosa come avrei potuto rifiutarla!? Ho pensato a mio padre, ai suoi sacrifici, alla sua attività nata nel 1957 con un piccolo negozio e laboratorio di riparazioni, di fronte le case popolari. Quando c’è stata l’accensione dell’insegna nel museo MUG di Giannini, per me e la mia famiglia è stato un momento di grande commozione che ricorderò per sempre, come se ci fosse stata una nuova inaugurazione.
Il giorno dell’accensione dell’insegna nel museo MUG
(A.S.) Per concludere, lei ha qualche proposta per il presente e il futuro di Latina?
(E.A.) Ci sarebbero così tante cose da proporre, ma iniziamo dal presente. Alcune eccellenze che abbiamo sono poco conosciute e secondo me andrebbero valorizzate, come per esempio il conservatorio Ottorino Respighi, ci vengono a studiare pure da fuori. Ma non sarebbe bello far diventare Latina, la città della musica? D’altronde la nostra città ha tirato fuori diversi cantanti e musicisti di grande valore, penso a Tiziano Ferro e a Calcutta. Potrebbe essere un’idea creare nel centro storico delle postazioni, per far suonare i giovani studenti del conservatorio o le band locali. Un’altra eccellenza è l’istituto agrario San Benedetto, ai suoi studenti darei la possibilità di fare un orto botanico ai giardinetti. Poi illuminerei le statue e tutti i palazzi di fondazione, e con apposite targhe per raccontarne la storia. Insomma cercherei di uscire dalla tristezza del presente. Per il futuro immagino il Palazzo M di nuovo scuola/università/conservatorio, canali navigabili, il lago di Fogliano con il suo borgo restaurato per accogliere il turismo. Immagino un lido con una spiaggia immensa con tutti i vantaggi che ne conseguirebbero. Nell’immaginazione non tralascio i borghi, che rappresentano la storia più importante della nostra città, li vedo collegati con piste ciclabili e dotati di tutti i servizi. Insomma ce n’è da immaginare, in una città che ha mare, laghi, colline e un clima eccezionale.
(A.S.) La ringraziamo per la disponibilità e la passione con cui si sta impegnando per la comunità di Latina.
Ieri l’Amaseno è esondato tra i comuni di Prossedi e Amaseno. Il sindaco di Roccasecca dei Volsci Barbara Petroni ha invitato la cittadinanza a “prestare la massima attenzione lungo la strada provinciale altezza Casini per l’esondazione del fiume Amaseno” e a “non percorrere la strada per evitare disagi”. Pubblichiamo alcune fotografie scattate tra ieri e oggi da Manuel Bove, che ringraziamo, e le mettiamo a confronto con una fotografia del 2016.
Valle dell’Amaseno vista da Roccasecca dei Volsci, 8 dicembre 2020 (Fotografia di Manuel Bove)Valle dell’Amaseno vista da Roccasecca dei Volsci, 9 dicembre 2020 (Fotografia di Manuel Bove)Valle dell’Amaseno vista da Roccasecca dei Volsci, 2016 (Fotografia di Manuel Bove)
Pubblichiamo una serie di ricordi e testimonianze scritte da chi ha lavorato nello zuccherificio di Latina Scalo. Seguiranno nelle prossime settimane altre testimonianze. Chi ha lavorato nello stabilimento e vuole partecipare a questo ricordo collettivo può inviare la propria testimonianza al seguente indirizzo: ondaecomuseoagropontino@gmail.com
Giuseppe Costantini ricorda:
Ho lavorato per alcuni anni con il CNB, Consorzio Nazionale Bieticoltori, che aveva sede a Bologna. Noi andavamo dai coltivatori, facevamo i contratti e controllavamo la polarizzazione (la quantità di saccarosio che viene ricavata da un quintale di bietola). Le bietole venivano pagate ai contadini secondo i gradi zuccherini, più era alto più veniva pagato. Io raccoglievo i contratti e poi controllavo al momento della raccolta. Lavoravamo solo le bietole del Lazio, che veniva inviato anche allo zuccherificio di Celano, in Abruzzo. Nel Lazio era rimasto solo lo zuccherificio di Latina. Ho fatto questo lavoro dal 1981 al 1985, quando ha chiuso. Sono del 1936, ho fatto altri lavori prima, ho iniziato a 12 anni a lavorare. Negli anni Ottanta gli operai nello zuccherificio erano un’ottantina. Era uno zuccherificio che andava bene, lavorava circa 3000 quintali di bietole al giorno. Lo zucchero era considerato il migliore sulla piazza. Era della Eridania, che aveva anche lo zuccherificio a Celano e a Policoro, in Basilicata. Andavo allo zuccherificio tutti i giorni per fare le polarizzazioni e contrattare altri aspetti. All’interno dello zuccherificio in alcune zone faceva molto caldo, in altre meno. La produzione di bietole nel Lazio era prevalentemente nelle province di Roma e Latina. Andavamo nelle aziende, facevamo il contratto, che veniva portato alla zuccherificio. Quando era il tempo della raccolta, lo zuccherificio mandava operai in giro per vedere le barbabietole da raccogliere. Il prezzo era abbastanza conveniente per i contadini. La raccolta era per 4, massimo 5 mesi. C’erano due tipi di barbabietole: un tipo invernale che si seminavano a ottobre e quelle estive, che si raccoglievano all’inizio di luglio; quelle che si seminavano ad aprile si raccoglievano a settembre. In Italia c’erano circa 60 zuccherifici e negli anni Ottanta iniziavano a non essere più redditizi. Una fabbrica per essere redditizia doveva lavorare almeno 3.500 quintali al giorno per 3-4 mesi l’anno. Lo zucchero non è come il grano che si mette nel silos e sta bene lì per un anno; lo zucchero bisogna che lo tengono a non più di 15-16 gradi, altrimenti si pietrifica, e la barbabietola veniva lavorata al massimo dopo 2 giorni da quando viene consegnata, altrimenti si facevano dei grandi mucchi. Io stavo alla CIA, Confederazione Italiana Agricoltori, e poi per cinque anni mi mandarono allo zuccherificio. In un periodo dell’anno si lavorava per i contratti, nel restante per la raccolta. Una volta alla settimana, ogni 15 giorni andavo a Bologna in direzione, perché c’erano sempre delle riunioni. L’associazione mia aveva 4 stagionali, controllavano nello zuccherificio quando si facevano le polarizzazioni. Eravamo due associazioni di produttori di bietole, quella legata alla sinistra e quella legata alla destra: ANB e CNB. L’ANB aveva iniziato prima e faceva molti più contratti, la CNB ne faceva meno, era nata da poco tempo.
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Pietro Cerrone ricorda:
Ho avuto modo di lavorare per due stagioni allo zuccherificio di Latina Scalo. La prima fu nel 1981, la seconda nel 1982. Mio padre Giuliano, per tutti Giulio, era il rappresentante della ANB (Associazione Nazionale Bieticoltori) e lavorava lì tutte le stagioni da almeno 25 anni. Io avevo il diploma di perito chimico e mi misero al laboratorio dove si facevano le analisi per determinare il grado zuccherino. Molti eravamo ragazzi e alcuni adulti. Non era facile unire le due anime, la proprietà e le organizzazioni che tutelavano gli interessi degli agricoltori. Ricordo con piacere il caro Aneghini, simpaticissimo, la signora Trieste che aveva un ristoro dove prendere un caffè o un panino. Ricordo Franco Gnessi, amico di mio padre, sempre sorridente, Mimmo Marchetti con cui ci facevamo un sacco di risate. Sono stati due brevi periodi di lavoro che mi sono serviti molto nel prosieguo della mia vita lavorativa.
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Antonella Finotti ricorda:
La mia “avventura” nello Zuccherificio di Latina comincia il 1° Agosto 1974: avevo frequentato il primo anno di Chimica Industriale e volevo vedere che effetto facesse lavorare in una “fabbrica”, oltre a guadagnare qualcosa, perché ai miei tempi non esisteva la “paghetta” e mia madre mi dava soldi solo per qualcosa di realmente utile e irrinunciabile, o che lei ritenesse tale. La scelta era stata, per così dire, naturale, sia perché consentiva un lavoro temporaneo durante le vacanze, sia perché, pur essendo nata a Latina, ho vissuto i primi 12 anni della mia vita allo Scalo, al Villaggio come si diceva allora, e lì lo Zuccherificio era una presenza importante che dava lavoro a tante persone: mio nonno materno ci aveva lavorato per diversi periodi e mia madre, dopo la morte prematura di mio padre, ci aveva fatto una “campagna”, in laboratorio, alla pulizia della strumentazione; ed anche la famiglia di mio padre, che aveva il podere sull’Appia, a Casal delle Palme difronte l’aeroporto, per tanti anni aveva coltivato barbabietole da zucchero, che trasferiva allo stabilimento col trattore ed il rimorchio. Io ero l’unica donna che lavorasse in “produzione”, nel laboratorio di analisi (le altre che c’erano, e che non ho mai incontrato, stavano negli uffici dell’amministrazione o comunque in servizi fuori dalla fabbrica) e siccome all’epoca non era consentito che le donne facessero i turni sulle 24 ore, si erano inventati un orario per me, e mi pare per un altro studente che stava sempre in laboratorio : 8.30-12,30 e 13,30-16,30 (pausa pranzo da nonna che abitava dopo la caserma dei Carabinieri, quindi vicino)… in pratica entravo quando erano entrati tutti ed uscivo prima che uscissero… L’impatto è stato forte, perché io lo Zuccherificio lo avevo visto sempre da fuori, e non pensavo che l’interno fosse rimasto com’era alla fondazione: stessi solai, stessi macchinari, perfino gli uomini accaldati e sudatissimi per le condizioni in cui dovevano lavorare, sembravano di altri tempi.. per cui arrivare all’ultimo livello in alto con la piattaforma-ascensore che saliva dentro la gabbia metallica che andava dal piano terra fino a dov’era il laboratorio, mi fece tornare alla mente le immagini del “Padrone delle ferriere”, uno sceneggiato passato in TV anni prima. Facevo diverse cose, soprattutto le analisi vere e proprie del contenuto zuccherino durante le varie fasi della lavorazione, dalle fettucce in cui erano state tagliate le barbabietole prima che entrassero nei “diffusori”, nei quali col vapore bollentissimo veniva estratto il succo che a sua volta veniva analizzato, fino alle “polpe esauste”, cioè quel che restava delle barbabietole dopo l’estrazione, e che su un nastro scorrevole arrivavano all’esterno dello stabilimento, e dall’alto venivano scaricati sui camion in fila sul piazzale sottostante, per essere portate via e destinate ad altri usi. C’erano dei ragazzi addetti al prelievo, ai diversi stadi di lavorazione, dei “campioni” che arrivavano al laboratorio.. Forse solo nel laboratorio c’era stato qualche cambiamento della strumentazione, c’erano spettrometri e polarimetri più moderni che consentivano dei risultati più affidabili, ma con loro convivevano strumenti veramente da museo: matracci, beute e pesafiltri in vetro soffiato come mai ne avevo visti: perfino all’Università, nel vecchio edificio di Chimica coi laboratori che sembravano quelli di Marie Curie, c’erano oggetti più moderni! Poi c’era la mitica calcolatrice meccanica Moore, degli anni ’30, con 9 tasti 1, 9 tasti 2, nove tasti 3 e così via fino a nove tasti 0 , su cui dovevi impostare le operazioni come se le stessi scrivendo con la penna, una vera dannazione per me che avevo anche il compito di commutare i consumi di gas metano, che alimentava la fabbrica, in consumi di gasolio: evidentemente la contabilità aziendale non era stata adeguata a questo modernismo del passaggio da gasolio a gas! Chi dirigeva il laboratorio era un chimico inviato a Latina dalla casa madre di Cavarzere per verificare che fosse ancora “conveniente” tenere aperta la fabbrica: un tipo strano che vestiva sempre un completo nero di panno di lana (ad agosto, nel laboratorio che stava fra le “bolle” dove cristallizzava lo zucchero e le caldaie!).. lo stabilimento non era certo nelle condizioni ottimali per ottenere il massimo risultato possibile: troppo vecchi i macchinari con tecnologia abbondantemente superata, e manutenzione insignificante per mancanza investimenti adeguati, tanto che parecchio di quello che veniva estratto nei diffusori andava direttamente in fogna, senza arrivare alle fasi successive di lavorazione.. Il nostro Dottore, che non ricordo come si chiamasse,in barba alla sua missione ci faceva correggere i risultati delle analisi perché fossero accettabili, con buona pace di tutti..non so se in seguito siano state apportate migliorie agli impianti… Un aspetto da raccontare è stata “l’accoglienza” che ho avuto in fabbrica: sono entrata col direttore, l’ing.Vaccaro, persona educata e riservatissima, che mi ha accompagnata su in laboratorio per spiegarmi quali sarebbero stati i miei compiti: mi sono sentita un animale allo zoo dalle facce degli operai che hanno seguito il tragitto dell’ascensore (a vista in uno stabilimento “aperto”, come ho detto all’inizio) fino al piano più alto. I compagni di laboratorio mi hanno accolta calorosamente: un paio già li conoscevo, eravamo tutti studenti e l’approccio era condiviso; altrettanto cordiali i rapporti coi capofabbrica, il dottor Bianchini ed il dottor Viglierchio, il terzo non ho mai saputo chi fosse, un po’ meno coi sorveglianti che erano molto presi dal ruolo… Ma dopo qualche giorno sono incominciati gli “scherzi” da parte di ignoti: profilattici in tasca al camice che lasciavo nell’ufficio del laboratorio, riviste scollacciate nei cassetti della scrivania che usavo solo io, le borchie della macchina nuova nuova, parcheggiata sui viali interni, riempite di sassolini.. una volta addirittura mi hanno staccato il filo dello spinterogeno: alcuni ,con aria indifferente, aspettavano la mia reazione al fatto che la macchina non andava in moto.. non sapevano, i poveracci, che l’avrei sgamato subito! Comunque non mi hanno mai affrontata direttamente, o forse col rumore della fabbrica non capivo le parole che accompagnavano i sorrisetti di alcuni quando entravo o uscivo, ma la cosa preoccupò il Direttore, evidentemente informato da qualcuno, tanto che dopo la prima settimana, fino alla fine della campagna il 30 settembre, mi aspettava all’entrata per accompagnarmi in laboratorio e mi veniva a prendere all’ora di uscita, per venire con me fino alla macchina.. Non parlava molto e non mi ha mai detto esplicitamente il perché di questo “privilegio”, l’ho saputo dal dirigente del laboratorio; solo l’ultimo giorno mi ha salutato dicendo più o meno: “signorina lei è brava, ha fatto bene il suo lavoro, ma la sua presenza è stata molto “faticosa”, per cui spero che sia soddisfatta della sua esperienza e non la voglia ripetere”!
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Augusto Cavallini ricorda:
Ho lavorato un’estate completa allo zuccherificio, iniziai a giugno fino alla fine di agosto… credo fosse il 1968, avevo 17 anni. Arrivavano vagoni e camion articolati a centinaia tutto il giorno… ho girato un po’ di posizioni… con i vagoni fino alle caldaie… iniziai con agganciare e sganciare i vagoni che arrivavano alla stazione ferroviaria… Poi dovevo osservare le caldaie dove venivano bollite le barbabietole… c’era un camminatoio a metà delle caldaie… dovevamo controllare i termometri… c’erano varie caldaie… Facevo coppia con il figlio di un giudice, non mi ricordo il nome… c’era una sezione dove le barbabietole venivano lavate… era come una torba… poi il prodotto cadeva in un tunnel però spesso saltavano fuori durante la caduta… lì c’era Prezioso (quelli delle stoffe)… lui si era fatto un letto nel mezzo di 2 motori elettrici delle caldaie… su uno appoggiava i piedi, sull’altro la testa… dormiva russando con la bocca aperta… io con il socio di turno eravamo su un camminatoio a mezza altezza… gli tiravamo pezzi di barbabietola… Una volta un pezzo entra nella bocca aperta… quasi si strozza… dalla rabbia ci tira una barbabietola che invece di colpire noi colpisce il termometro della pressione della caldaia… iniziò a fare fumo, dovettero spegnere la caldaia… Prezioso ci inseguiva da tutte le parti dalla rabbia… non ci prese mai, ci provava tutti i giorni… non ci dava pace nemmeno nel giro di Peppe… ancora oggi quando lo ricordo mi fa ridere… Che tempi… Anni dopo, nel 1975, ho iniziato a lavorare alla BNL, quella di fronte alle poste di Latina, quindi ho iniziato a girare il mondo, ho visto più di 70 paesi e parlo 5 lingue. Ora abito in Florida, in West Kendall, da 40 anni.