Lo zuccherificio di Latina: testimonianze

Pubblichiamo una serie di ricordi e testimonianze scritte da chi ha lavorato nello zuccherificio di Latina Scalo. Seguiranno nelle prossime settimane altre testimonianze. Chi ha lavorato nello stabilimento e vuole partecipare a questo ricordo collettivo può inviare la propria testimonianza al seguente indirizzo: ondaecomuseoagropontino@gmail.com

Giuseppe Costantini ricorda:

Ho lavorato per alcuni anni con il CNB, Consorzio Nazionale Bieticoltori, che aveva sede a Bologna. Noi andavamo dai coltivatori, facevamo i contratti e controllavamo la polarizzazione (la quantità di saccarosio che viene ricavata da un quintale di bietola). Le bietole venivano pagate ai contadini secondo i gradi zuccherini, più era alto più veniva pagato. Io raccoglievo i contratti e poi controllavo al momento della raccolta. Lavoravamo solo le bietole del Lazio, che veniva inviato anche allo zuccherificio di Celano, in Abruzzo. Nel Lazio era rimasto solo lo zuccherificio di Latina. Ho fatto questo lavoro dal 1981 al 1985, quando ha chiuso. Sono del 1936, ho fatto altri lavori prima, ho iniziato a 12 anni a lavorare. Negli anni Ottanta gli operai nello zuccherificio erano un’ottantina. Era uno zuccherificio che andava bene, lavorava circa 3000 quintali di bietole al giorno. Lo zucchero era considerato il migliore sulla piazza. Era della Eridania, che aveva anche lo zuccherificio a Celano e a Policoro, in Basilicata. Andavo allo zuccherificio tutti i giorni per fare le polarizzazioni e contrattare altri aspetti. All’interno dello zuccherificio in alcune zone faceva molto caldo, in altre meno. La produzione di bietole nel Lazio era prevalentemente nelle province di Roma e Latina. Andavamo nelle aziende, facevamo il contratto, che veniva portato alla zuccherificio. Quando era il tempo della raccolta, lo zuccherificio mandava operai in giro per vedere le barbabietole da raccogliere. Il prezzo era abbastanza conveniente per i contadini. La raccolta era per 4, massimo 5 mesi. C’erano due tipi di barbabietole: un tipo invernale che si seminavano a ottobre e quelle estive, che si raccoglievano all’inizio di luglio; quelle che si seminavano ad aprile si raccoglievano a settembre. In Italia c’erano circa 60 zuccherifici e negli anni Ottanta iniziavano a non essere più redditizi. Una fabbrica per essere redditizia doveva lavorare almeno 3.500 quintali al giorno per 3-4 mesi l’anno. Lo zucchero non è come il grano che si mette nel silos e sta bene lì per un anno; lo zucchero bisogna che lo tengono a non più di 15-16 gradi, altrimenti si pietrifica, e la barbabietola veniva lavorata al massimo dopo 2 giorni da quando viene consegnata, altrimenti si facevano dei grandi mucchi. Io stavo alla CIA, Confederazione Italiana Agricoltori, e poi per cinque anni mi mandarono allo zuccherificio. In un periodo dell’anno si lavorava per i contratti, nel restante per la raccolta. Una volta alla settimana, ogni 15 giorni andavo a Bologna in direzione, perché c’erano sempre delle riunioni. L’associazione mia aveva 4 stagionali, controllavano nello zuccherificio quando si facevano le polarizzazioni. Eravamo due associazioni di produttori di bietole, quella legata alla sinistra e quella legata alla destra: ANB e CNB. L’ANB aveva iniziato prima e faceva molti più contratti, la CNB ne faceva meno, era nata da poco tempo.

Pietro Cerrone ricorda:

Ho avuto modo di lavorare per due stagioni allo zuccherificio di Latina Scalo. La prima fu nel 1981, la seconda nel 1982. Mio padre Giuliano, per tutti Giulio, era il rappresentante della ANB (Associazione Nazionale Bieticoltori) e lavorava lì tutte le stagioni da almeno 25 anni.  Io avevo il diploma di perito chimico e mi misero al laboratorio dove si facevano le analisi per determinare il grado zuccherino. Molti eravamo ragazzi e alcuni adulti. Non era facile unire le due anime, la proprietà e le organizzazioni che tutelavano gli interessi degli agricoltori. Ricordo con piacere il caro Aneghini, simpaticissimo, la signora Trieste che aveva un ristoro dove prendere un caffè o un panino. Ricordo Franco Gnessi, amico di mio padre, sempre sorridente, Mimmo Marchetti con cui ci facevamo un sacco di risate. Sono stati due brevi periodi di lavoro che mi sono serviti molto nel prosieguo della mia vita lavorativa.

Antonella Finotti ricorda:

La mia “avventura” nello Zuccherificio di Latina comincia il 1° Agosto 1974: avevo frequentato il primo anno di Chimica Industriale e volevo vedere che effetto facesse lavorare in una “fabbrica”, oltre a guadagnare qualcosa, perché ai miei tempi non esisteva la “paghetta” e mia madre mi dava soldi solo per qualcosa di realmente utile e irrinunciabile, o che lei ritenesse tale.
La scelta era stata, per così dire, naturale, sia perché consentiva un lavoro temporaneo durante le vacanze, sia perché, pur essendo nata a Latina,  ho vissuto i primi 12 anni della mia vita allo Scalo, al Villaggio come si diceva allora, e lì lo Zuccherificio  era una presenza importante che dava lavoro a tante persone: mio nonno materno ci aveva lavorato per diversi periodi e mia madre, dopo la morte prematura di mio padre, ci aveva fatto una “campagna”, in laboratorio, alla pulizia della strumentazione;  ed anche  la famiglia di mio padre,  che aveva il podere sull’Appia, a Casal delle Palme difronte l’aeroporto,  per tanti anni   aveva coltivato  barbabietole da zucchero,  che trasferiva  allo stabilimento col trattore ed il rimorchio.
Io ero l’unica donna che lavorasse in “produzione”, nel laboratorio di analisi (le altre che c’erano, e che non ho mai incontrato, stavano negli uffici dell’amministrazione o comunque in servizi fuori dalla fabbrica) e siccome all’epoca non era consentito che le donne facessero i turni sulle 24 ore, si erano inventati un orario per me, e mi pare per un altro studente che stava sempre in laboratorio : 8.30-12,30 e 13,30-16,30 (pausa pranzo da nonna che abitava  dopo la caserma dei Carabinieri, quindi vicino)… in pratica entravo quando erano entrati tutti ed uscivo prima che uscissero…
L’impatto è stato forte, perché io lo Zuccherificio lo avevo visto sempre da fuori, e non pensavo che l’interno fosse rimasto com’era alla fondazione: stessi solai, stessi macchinari,  perfino gli uomini accaldati e sudatissimi per le condizioni in cui dovevano lavorare, sembravano di altri tempi.. per cui arrivare all’ultimo livello in alto con la piattaforma-ascensore che  saliva dentro la gabbia metallica che andava dal piano terra fino a dov’era il laboratorio, mi fece tornare alla mente le immagini del “Padrone delle ferriere”, uno sceneggiato passato in TV anni prima.
Facevo diverse cose,  soprattutto le analisi vere e proprie del contenuto zuccherino durante le varie fasi della lavorazione, dalle fettucce  in cui erano state tagliate le barbabietole prima che entrassero nei “diffusori”, nei quali col vapore bollentissimo veniva estratto il succo che a sua volta veniva  analizzato, fino alle “polpe esauste”, cioè quel che restava delle barbabietole dopo l’estrazione, e che su un nastro scorrevole  arrivavano all’esterno dello stabilimento, e dall’alto venivano scaricati sui camion in fila sul piazzale sottostante, per essere portate via e destinate ad altri usi.
C’erano dei ragazzi addetti al prelievo, ai diversi stadi di lavorazione, dei “campioni” che arrivavano al laboratorio.. Forse solo nel laboratorio c’era stato qualche cambiamento della strumentazione, c’erano spettrometri e polarimetri più moderni che consentivano dei risultati più affidabili, ma con loro convivevano strumenti veramente da museo: matracci, beute  e pesafiltri in vetro soffiato come mai ne avevo visti: perfino all’Università, nel vecchio edificio di Chimica coi laboratori  che sembravano quelli di Marie Curie, c’erano oggetti più moderni!
Poi c’era la mitica calcolatrice meccanica Moore, degli anni ’30, con 9 tasti 1, 9 tasti 2, nove tasti 3 e così via fino a nove tasti 0 , su cui dovevi impostare le operazioni come se le stessi scrivendo con la penna, una vera dannazione per me che avevo anche il compito di commutare i consumi di gas metano, che alimentava la fabbrica, in consumi di gasolio: evidentemente la contabilità aziendale non era stata adeguata a questo modernismo del passaggio da gasolio a gas!
Chi dirigeva il laboratorio era un chimico  inviato a Latina dalla casa madre di Cavarzere per  verificare che fosse ancora “conveniente” tenere  aperta la fabbrica: un tipo strano che vestiva sempre un completo nero di panno di lana (ad agosto, nel  laboratorio che stava fra le “bolle” dove  cristallizzava lo zucchero e le caldaie!).. lo stabilimento non era certo nelle condizioni ottimali per  ottenere il massimo risultato possibile: troppo vecchi i macchinari con tecnologia abbondantemente superata, e manutenzione insignificante per mancanza   investimenti adeguati, tanto che parecchio di quello che veniva estratto nei diffusori andava direttamente in fogna, senza arrivare alle fasi successive di lavorazione.. Il nostro Dottore, che non ricordo come si chiamasse,in barba alla sua missione ci faceva correggere i risultati delle analisi perché fossero accettabili, con buona pace di tutti..non so se in  seguito siano state apportate migliorie agli impianti…
Un aspetto da raccontare è stata “l’accoglienza” che ho avuto in fabbrica: sono entrata  col direttore, l’ing.Vaccaro, persona educata e riservatissima, che mi ha accompagnata su in laboratorio per spiegarmi quali sarebbero stati i miei compiti: mi sono sentita un animale allo zoo dalle facce degli operai che hanno seguito il tragitto dell’ascensore (a vista in uno stabilimento “aperto”, come ho detto all’inizio) fino  al piano più alto. I compagni di laboratorio mi hanno accolta calorosamente: un paio già li conoscevo,  eravamo tutti studenti e l’approccio era condiviso; altrettanto cordiali i rapporti coi capofabbrica, il dottor Bianchini ed il dottor Viglierchio, il terzo non ho mai saputo chi fosse, un po’ meno coi sorveglianti che erano molto presi dal ruolo… Ma dopo qualche giorno sono incominciati gli “scherzi” da parte di ignoti: profilattici in tasca al camice che  lasciavo nell’ufficio del laboratorio, riviste scollacciate  nei cassetti della scrivania che usavo solo io, le borchie della macchina nuova nuova, parcheggiata sui viali interni, riempite di sassolini.. una volta addirittura mi hanno staccato il filo dello spinterogeno: alcuni ,con aria indifferente, aspettavano la mia reazione al fatto che la macchina non andava in moto.. non sapevano, i poveracci, che l’avrei sgamato subito!  Comunque non mi hanno mai affrontata direttamente, o forse col rumore della fabbrica non capivo le parole che accompagnavano i sorrisetti di alcuni quando entravo o uscivo, ma la cosa preoccupò il Direttore, evidentemente  informato da qualcuno, tanto che dopo la prima settimana, fino alla fine della campagna il 30 settembre, mi aspettava all’entrata per accompagnarmi in laboratorio e mi veniva a prendere all’ora di uscita,  per venire con me fino alla macchina.. Non parlava molto e non mi ha mai detto esplicitamente il perché di questo “privilegio”, l’ho saputo dal dirigente del laboratorio; solo l’ultimo giorno mi ha salutato dicendo più o meno: “signorina lei è brava, ha fatto bene il suo lavoro, ma la sua presenza è stata molto “faticosa”, per cui spero che sia soddisfatta della sua esperienza e non la voglia ripetere”!

Augusto Cavallini ricorda:

Ho lavorato un’estate completa allo zuccherificio, iniziai a giugno fino alla fine di agosto… credo fosse il 1968, avevo 17 anni. Arrivavano vagoni e camion articolati a centinaia tutto il giorno… ho girato un po’ di posizioni… con i vagoni fino alle caldaie… iniziai con agganciare e sganciare i vagoni che arrivavano alla stazione ferroviaria… Poi dovevo osservare le caldaie dove venivano bollite le barbabietole… c’era un camminatoio a metà delle caldaie… dovevamo controllare i termometri… c’erano varie caldaie… Facevo coppia con il figlio di un giudice, non mi ricordo il nome… c’era una sezione dove le barbabietole venivano lavate… era come una torba… poi il prodotto cadeva in un tunnel però spesso saltavano fuori durante la caduta… lì c’era Prezioso (quelli delle stoffe)… lui si era fatto un letto nel mezzo di 2 motori elettrici delle caldaie… su uno appoggiava i piedi, sull’altro la testa… dormiva russando con la bocca aperta… io con il socio di turno eravamo su un camminatoio a mezza altezza… gli tiravamo pezzi di barbabietola… Una volta un pezzo entra nella bocca aperta… quasi si strozza… dalla rabbia ci tira una barbabietola che invece di colpire noi colpisce il termometro della pressione della caldaia… iniziò a fare fumo, dovettero spegnere la caldaia… Prezioso ci inseguiva da tutte le parti dalla rabbia… non ci prese mai, ci provava tutti i giorni… non ci dava pace nemmeno nel giro di Peppe… ancora oggi quando lo ricordo mi fa ridere… Che tempi… Anni dopo, nel 1975, ho iniziato a lavorare alla BNL, quella di fronte alle poste di Latina, quindi ho iniziato a girare il mondo, ho visto più di 70 paesi e parlo 5  lingue. Ora abito in Florida, in West Kendall, da 40 anni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...