Norbensis Festival 2019

Il Norbensis Festival festeggia questo mese il suo venticinquesimo anno di vita. Dal 1995 il festival del folklore porta a Norma danze e musiche tradizionali da tutto il mondo.  Organizzato dall’associazione Norbensis e curato da Fabio Massimo Filippi, membro dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino. Con il patrocinio della Regione Lazio e del Comune di Norma. Dal 21 al 25 agosto, nelle vie e piazze del centro storico di Norma.

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Proverbi e meteorologia (dialetto normiciano)

Inutile sottolineare ancora quanta importanza avesse il tempo meteorologico ed il regolare andamento delle stagioni, ardentemente desiderato dalla società contadina che dipendeva quasi “in toto” da esso. I motti, le invocazioni per esso, qui si scatenano anche in forme “poetiche” a riprova che le maggiori energie e potenzialità umane si mettono in moto per le questioni di grande importanza.

Tramuntana comme trova lascia

La tramontana non determina cambiamenti nel tempo e nella campagna.

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Quando monte Lupone se n’cappa,
se vòj nun piove ‘ddumà nnu scappa.

Previsione meteorologica. Quando la cima del monte Lupone si copre di nubi, pioverà di certo, se non oggi, sicuramente domani.

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Se piove de i “quattro brillanti” piove pe quaranta giorni ‘nocontanti

I “quattro brillanti” è il 4 Aprile (aprilanti). Se piove quel giorno pioverà sicuramente altri 40 giorni. Previsione meteorologica come “A Santa Bibbiana, fa la quarantana”

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A la Cannelora
o fiocca, o piova,
o sole, o suréjo,
quarant’atri giorni d’immerno.
Rispose na vecchiaccia:
“N’è primavera se nun è Pasqua;
Pasqua nnu vè
se Primavera nun è!”

Meteorologia di fine inverno-inizio primavera. E’ comunque sempre la vecchiaia (anche se “accia”, peggiorativo) la sede della saggezza. Si capiscono i significati dei primi tre stati del tempo (fiocca, piova e sole), misterioso è il quarto: “suréjo” (che è il ramaiolo, una specie di mestolo, per bere dal “cuncone”) che forse vuole indicare l’acqua corrente dei torrenti e fossi per il disgelo.

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Quando tròna a Norma a Carpeneta è già piuvuto.

Significato letterale intuitivo. Il proverbio ha però un significato più generale. Si usa per dire che una cosa era già risaputa o facilmente prevedibile, molto prima che se ne avvertissero concreti segni premonitori. Assomiglia a “quando ju quajao zico canta, ju grosso è già cantato”.

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Se Febbraro nun febbrareccia, Marzo la male penza

Da Febbraio bisogna aspettarsi maltempo altrimenti, se esso verrà a Marzo, si romperà l’equilibrio stagionale. E’ come dire: “Ogni cosa a suo tempo” oppure “Ad ognuno il suo compito”.

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A Santa Bibbiana fa la quarantana

Altra previsione meteorologica, se piove il giorno di S. Bibbiana (2 Dicembre) pioverà per 40 giorni filati.

 

Giuseppe Onorati, La parlata normiciana. I proverbi, Ed. Domusculta di Norma, 2000.

La bazzoffia (preparazione)

Sezze e Priverno si contendono la superiorità dei broccoletti “strascinati”. L’eccellente qualità dei carciofi, l’originalità della “bazzoffia”. Ho assistito a questa simpatica discussione tra due amiche, una sezzese e l’altra privernate. “A voi sezzesi il merito della migliore zuppa di fagioli, ma a noi privernesi il privilegio della bazzoffia!”.

A chi dare ragione? La maggioranza propende per Priverno. Trascrivo la ricetta di questa minestra appetitosa nutriente e, dicono, anche afrodisiaca, così come mi è stata scritta dal Sig. Elio Testa (già commerciante in Latina).

“Tra i paesi dei monti Lepini ce n’è uno, Sezze, che ha pure una bellissima vallata piena di verde, dal nome Suso, la cui gente viveva anticamente della sua poca pastorizia e agricoltura. Le non poche tradizioni ci hanno fatto riscoprire nella sua povera cucina un tipico piatto somigliante a una zuppa di verdure dal nome “bazzoffia”. Oggi, come una volta, essa viene fatta in un periodo determinato dell’anno, quando si possono reperire dai campi e negli orti i vari ingredienti: cipolla, sedano, patate, bieta, spinaci, zucchine, fagioli, piselli e fave fresche, cardi, fiori e germogli teneri di zucca.
Le verdure tagliate grossolanamente sono messe in un cestino sotto l’acqua corrente per farle macerare per ore (il cestino si chiamava “canistriglio”). In un altri pitico recipiente modellato in roccia (pietra), ma anche di legno, chiamato “murtalo”, viene battuto l’aglio col rosmarino, con un apposito “pistoncino” di legno. La cottura delle verdure avviene in un recipiente di terracotta, la “pignatta”, ed inizia con l’imbionditura, nello strutto, di cipolla e sedano. Quando la base è pronta, si aggiunge il brodo in quantità necessaria (brodo ottenuto, a volte, anche con la carne di pecora). Dopo si aggiungono le verdure ben scolate. In un altro recipiente, svasato, di terracotta, con l’interno verde e bianco, si prepara il pane casareccio, raffermo, finemente affettato, su cui si versa, a cottura ultimata, il brodo bollente con le verdure. Prima di servire la bazzoffia, intorno al recipiente si infilano alcune forchette per tenere sollevato un panno detto “pannone”, che, a sua volta, ricopre la minestra. Dopo mezz’ora si serve la zuppa con la cipolla fresca a fette ed olive nere locali. Dimenticavo di dire che la bazzoffia prima di essere coperta con il “pannone” va cosparsa abbondantemente di pecorino grattugiato”.

[Adriana Vitali Veronese, Latina in cucina. Aromi e sapori antichi e nuovi, 1991]

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Passeggiando tra le antiche pietre: dall’isola di Eea alla villa di Tiberio

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L’insediamento rurale in Agro Pontino: la trasformazione dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta

Com’è noto, l’Agro Pontino è una delle aree dove più visibile risulta la “trasformazione rurale-urbana”. Esso, infatti, è stato investito da un processo di sviluppo economico che in cinquanta anni (ma soprattutto negli ultimi trenta) lo ha portato “dalla preistoria economica alla fase della post-industriale” (Fiumara, 1987). L’industrializzazione – che nelle infrastrutture della bonifica ha trovato uno dei fattori di localizzazione – è stata, indubbiamente, l’asse portante della crescita economica e del mutamento sociale, così come ora lo è lo sviluppo dei servizi e delle “nuove professioni”. Tuttavia, va sottolineato che l’Agro Pontino ha visto anche una non indifferente trasformazione dell’agricoltura verso forme più moderne e produttive.
Le vicende connesse a questi fenomeni non potevano non ripercuotersi sulle forme e sui modi dell’insediamento, coinvolgendo le costruzioni e le abitazioni rurali. Le prime conseguenze si avevano con l’espansione stessa dei centri urbani, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha conglobato i poderi della fascia più prossima, con conseguente scomparsa delle costruzioni rurali o con la loro trasformazione in villini o in edifici urbani. Contemporaneamente, lo sviluppo dell’elettrificazione rurale portava all’eliminazione delle pompe a vento di cui erano dotati moltissimi poderi e che erano un elemento caratteristico del paesaggio rurale pontino. Ma la trasformazione dell’insediamento negli anni successivi subiva le conseguenze, oltre che dell’espansione urbana, anche della localizzazione degli impianti industriali e di altri e più complessi fattori tra loro coincidenti: la discesa al piano delle popolazioni dei centri collinari; l’estensione di insediamenti turistici nelle fasce costiere; il frazionamento ereditario e la moltiplicazione dei nuclei familiari; le immigrazioni; lo sviluppo di piccole aziende artigianali e commerciali; la motorizzazione individuale; la trasformazione delle produzioni agricole; ecc…
Nel corso del tempo ci si è venuti a trovare di fronte ad un’area nella quale si intrecciano tra loro in maniera complessa ed articolata pressoché tutti quei fenomeni che sono stati individuati come fattori della “deruralizzazione”, cioè della sottrazione all’uso agricolo di una gran parte del territorio ad esso prima destinato.
L’agricoltura pontina […] ha mantenuto – almeno a livello regionale – un buon grado di produttività e in taluni settori si è fortemente specializzata, talora integrandosi con alcune industrie alimentari. Ma questo dato economico si è accompagnato, soprattutto nell’ultimo quindicennio, ad una rilevante perdita di addetti, ad una sempre più consistente riduzione di superficie agraria e ad una notevole crescita del numero delle aziende. […]
In questa nuova situazione le costruzioni rurali delle bonifica e della colonizzazione  non sono più l’elemento tipico caratteristico del paesaggio dell’Agro Pontino. Affacciandosi, infatti, verso l’Agro da Norma, da Sermoneta o da Sezze si è colpiti dall’intensità di costruzioni che riempiono la pianura, tra le quali le case coloniche e le altre costruzioni rurali degli anni Venti e Trenta sono ormai in numero percentualmente decrescente rispetto ad una serie di nuove costruzioni standardizzate del genere villetta, villino o palazzina. Anche nell’Agro Pontino ci si imbatte, quindi, in uno di quei caratteri tipici della società rurale italiana contemporanea che Corrado Barberis ha definito “compagne senza agricoltura”, indicando zone rurali destinate ad insediamenti residenziali dove il terreno coltivato serve ad autoconsumo oppure dove l’attività dominante è quella turistica o quella di laboratori artigiani o di piccole aziende industriali e commerciali (Barberis, 1977).

[Antonio Parisella, “Costruzioni rurali in Agro Pontino”, in Architetture dell’Agro Pontino, L’argonautra, Latina 1988]

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Il paesaggio geologico e della preistoria. Festa comunitaria delle Camelie

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Idrogeologia e fabbisogno idrico nella provincia pontina (a cura di Carlo Perotto)

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