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Una volta lì c’erano le paludi…

Alessandro aveva vissuto la sua vita in quella pianura ai piedi del monte. Una volta lì c’erano le paludi. Ora il territorio era travolto da un progresso frenetico, ma un tempo, quando lui era bambino, erano esistite distese selvagge, spiagge vuote, borghi pieni di malia e campagne dai ruderi antichissimi.
Lui aveva lasciato il suo cuore a quel mondo scomparso, durato per millenni, proprio fino alla sua nascita. Sentiva che laggiù c’era qualcosa, un’avventura sepolta, distrutta dalla chiassosa bonifica di redenzione che aveva dato il via allo sviluppo agricolo. Molta gente era stata sfamata così, la malaria era scomparsa ma qualcos’altro si era perduto. era questo un pensiero proibito che Alessandro teneva per sé. Con le spalle al Circeo e al sole nascente, i suoi grandi occhi marrone vedevano la pianura rischiararsi da lontano, in un gioco di effetti luminosi.
Il sole investiva i profili con geometrica gerarchia. Ogni collina, ogni bosco residuo fino al mare si trasformava al suo tocco gonfiandosi di colore. L’Agro Pontino splendeva, come una scacchiera dalle strade rette e i punti bianchi, le case coloniche.
Era stata l’arena di lotte massacranti tra razze e tribù di verse all’alba della civiltà, una landa affascinante di acquitrini e selve. Ora era sparito quasi tutto. Rimaneva qualche rudere, circondato da ansie nuove, da gente diversa. I suoi primi abitanti erano scomparsi. I loro progenitori erano considerati autoctoni, figli degli alberi, si diceva. Ma anche gli alberi erano quasi del tutto spariti. Restavano intorno al Circeo, e in pochi angoli trascurati. Gli abitanti producevano e legavano i propri interessi ad altre cose, intorno alle poderose strade asfaltate che s’incrociavano dappertutto tra paesi di orrida geometria. Dal monte, Alessandro non vedeva questa nuova faccia dell’Agro Pontino, se non per quella scacchiera  di case sparpagliate che pareva un gioco. Da quassù si intravedevano i margini antichi delle paludi che l’agronomo sognava. In quel quadro, che il sole continuava a svelare salendo dietro il monte, brillò un fiume, poi un borgo dal colore sfatto. Alessandro lo riconobbe. Vi aveva abitato da bambino. Lo assalì un’onda di ricordi. Storie svanite, di ogni ragazzo. Tornavano con l’aurora che correva sulla pianura. Vedeva un luogo lungo il fiume Astura, sulle basse colline vicino al mare. Era un posto che non aveva mai visitato ma che un tempo scorgeva dalla vecchia strada di casa. Per qualche ragione l’aveva sempre considerato un luogo inesistente, come un buco, la fine di qualcosa. Talvolta l’aveva anche sognato, popolato da fauni danzanti insieme alle menadi. Ricordava che questi erano personaggi usciti da un’antica stampa litografica appesa in casa, un’incisione, portata dal Veneto quando erano venuto ad abitare lì con la famiglia, al seguito del padre ingaggiato nei lavori di drenaggio delle paludi. Ora il padre se n’era andato, e l’incisione era scomparsa, chissà dove.

[tratto da: Stanislao Nievo, Aurora, 1979, pp. 16-18]