Sabato 26 giugno 2021 si è tenuto a Latina il convegno “Maria Montessori, una proposta educativa nell’Agro Pontino”, organizzato dall’Opera Nazionale Montessori e la cooperativa Astrolabio di Latina. Antonio Saccoccio, coordinatore tecnico-scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino e presidente della Libera Università della Terra e dei Popoli, ha presentato una comunicazione intitolata “Note di pedagogia ecomuseale”, di cui riproponiamo la registrazione.
Relatori: – Prof.re Giuseppe Lattanzi, Direttore Scientifico del Museo “Terre di Confine” di Sonnino – Prof.ssa Sandra Chistolini, docente ordinario di pedagogia presso la facoltà di Roma Tre – Prof.re Benedetto Scoppola, Presidente dell’Opera Nazionale Montessori – Dott.ssa Martina Crescenzi, insegnante e docente nei corsi Opera Nazionale Montessori – Prof.re Antonio Saccoccio, Coordinatore tecnico scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino
Sono intervenuti: – Damiano Coletta, Sindaco di Latina – Gianmarco Proietti, Assessore alla Pubblica Istruzione di Latina – Leonardo Valle, Direttore Generale Astrolabio
Tommaso Conti, sindaco di Cori dal 2007 al 2017, ha sempre manifestato un grande attaccamento e un legame profondo con il suo paese e la sua comunità. Lo ricordiamo in un intervento appassionato e appassionante durante una passeggiata di scoperta nel 2017 a Cori (fotografie in basso). Recentemente ci ha regalato una breve riflessione che mostra una capacità notevole di “sentire” la vita della comunità. Una sensibilità che gli permette di richiamare, giustamente e con grande consapevolezza, la sensibilità di Pier Paolo Pasolini. Riportiamo la riflessione di Tommaso Conti, davvero preziosa per avere una testimonianza dell’ottica in cui dovrebbe muoversi sempre un Ecomuseo. E riportiamo anche la fotografia che ha ispirato la riflessione dell’ex-sindaco di Cori.
Sisto e Caterina
«Ieri due amici di vecchia data, un uomo e una donna, tra gli ottanta e i novanta anni, in piedi su un bastone ma ancora dritti e dignitosi, si sono incontrati, amici di lavoro, di fatica, di comunione di sentimenti, di lotta, di sudore e di allegria e mentre ridevano tra la curiosità dei passanti, ho capito questi versi di Pasolini…
attratto da una vita proletaria a te anteriore, è per me religione la sua allegria, non la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza. È la forza originaria dell’uomo, che nell’atto s’è perduta, a darle l’ebbrezza e nostalgia, una luce poetica: ed altro più io non so dirne, che non sia giusto ma non sincero, astratto amore, non accorante simpatia…
Da Pier Paolo a voi, Cesarina e Sisto…».
Ringraziamo Tommaso Conti per la poesia. La sua e quella di Pasolini.
Tommaso Conti con Francesco Tetro, Antonio Saccoccio, Angelo Valerio, Felice Calvani e il gruppo dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino durante la visita alla città di Cori (19 marzo 2017)
Tommaso Conti con Angelo Valerio e il gruppo dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino (Cori, marzo 2017)
Antonella Costantini, referente dell’antenna ecomuseale di Sezze e responsabile dell’Associazione “Colli tutto l’anno”, ci informa sulla tradizione dell’ottagòla.
“Si cercava di raccogliere le ciliegie con il picciuolo doppio – racconta – e si iniziavano ad intrecciare ad un ramo, si faceva in modo che venisse bella compatta senza lasciare spazi vuoti. La ottagola generalmente veniva fatta dai ragazzi, per poi portarla in regalo alle proprie fidanzate. A me hanno insegnato a farla i miei genitori. La tradizione è particolarmente viva nella frazione di Suso, nel comune di Sezze”.
A Sezze chi sa ancora fare l’ottagola l’ha imparato dai genitori o dai nonni. L’ottagola veniva regalata dai ragazzi alle fidanzate, ma c’è chi ricorda che veniva donata anche alle maestre.
Resta poco chiara l’origine del termine “ottagòla” (ma alcuni dicono “ottacòla”). Si fa riferimento al numero “otto”, a “ora” o ad altro? E poi ha a che vedere con la “gola”? Chiediamo alla comunità setina (e non solo) di aiutarci a risolvere la questione, fiduciosi che qualcuna o qualcuno saprà illuminarci sull’etimologia di una tradizione ancora oggi tanto amata.
Aggiornamento. Alcuni informatori di Sezze e dintorni ci hanno messo a conoscenza che l’ottacola era un’usanza anche di Maenza (e qui aveva il nome di “cannata”) e di Cori (“cacciarella”). Abbiamo ricevuto conferme sul fatto che si portava in dono alle fidanzate ma anche alle maestre. Discorso più complesso e controverso, come prevedibile, quello legato all’origine del termine. La testimonianza più certa ce l’ha fornita Fausto Cianfoni, che ha rintracciato il termine nel “Vocabolario Etimologico Setino”, opera di Domenico Pecorilli, studioso locale che consultò antichi vocabolari e interrogò numerosi anziani di Sezze. Il Vocabolario del Pecorilli riporta questa definizione: uottacòla s.f. – Composizione di ciliegie intrecciate attorno ad un rametto terminante ad uncino (It. ant. Incannata; così chiamata in quanto l’intrecciatura avveniva attorno ad una canna tagliata per lungo in quattro parti, tenuta integra a una estremità, quella di fondo, ovviamente). [I ragazzi, per portare a casa le ciliegie raccolte, non disponendo di un adeguato recipiente, ma soprattutto per farne una confezione da regalare alla maestra, gareggiando in abilità e menandone gran vanto, intrecciavano le ciliegie (… quelle con i peduncoli uniti in coppia o terzina) attorno ad un asse (… un rametto terminante ad uncino, tenuto in posizione eretta) fino a formare un cilindro, variamente colorito e compatto, dell’altezza voluta]. [Il termine uottacòla è lieve corruzione di uottàcola, diminutivo “alla latina” di uòtte “botte” (lat. buttis dimin. butticola o buttacola), cosiddetta per similitudine di forma con quest’ultima]. L’etimologia da buttacola, piccola botte, è convincente. Tuttavia alcuni informatori locali credono che il termine derivi dal fatto che le fessure praticate sul ramo o sulla canna siano otto. Non è improbabile pensare a uomini e donne che, avendo perduto la consapevolezza riguardo all’origine del termine, abbiano cercato di spiegare in altro modo la parola. Per completare il quadro, abbiamo registrato anche un’altra etimologia popolare, che rimanda alla “gola”, caratteristica che effettivamente ispira il ricchissimo intreccio di ciliegie.
Fino ai primi anni del secondo dopoguerra le abitazioni, soprattutto nei paesi rurali, erano prive di fornitura idrica, dunque era indispensabile recarsi quotidianamente ad attingere acqua dalle fontane dislocate nei vari punti del paese. A svolgere questa essenziale mansione erano le donne che, con un rituale quotidiano, portavano in casa l’acqua necessaria all’uso domestico grazie ad un contenitore, una conca dalla forma particolare e caratteristica chiamata in dialetto corese “jo concóne”. Questo utensile, oramai desueto, è stato quindi un oggetto essenziale nella quotidianità casalinga delle generazioni che ci hanno preceduto. Rigorosamente fatto di rame, ha una forma che ricorda quella di una clessidra tagliata nella parte alta, cioè con una pancia molto ampia della capienza di circa 10 litri, un collo stretto, per non far fuoriuscire l’acqua durante il trasporto, da cui si allarga e si solleva una tesa a forma di scodella la quale permette di raccogliere facilmente l’acqua dal getto scomposto della fontana. Jo concone lepino, e laziale più in generale, è bellissimo perché ha una forma slanciata ed elegante e i manici posti sui lati al centro sono attorcigliati, mentre quello abruzzese è più tarchiato con maniglie semplici.
C’è da dire che in passato, oltre a jo concone, gli accessori di rame, teglie (i soi), mestolo (jo scolemaréglio), scolapasta e addirittura lo scaldaletto (jo scallalétto, cioè un contenitore con un lungo manico dove venivano messe delle braci e poi passato sul letto per scaldarlo) facevano parte del corredo della sposa insieme al mobilio e alla biancheria.
Sul concone veniva spesso fatto incidere il nome della proprietaria, ovviamente per non confonderlo con quello delle altre, dato che erano tutti simili. Questo perché quando si andava alla fontana si doveva fare a volte una lunga fila per attingere l’acqua. Spesso il posto usurpato era causa di accesi litigi, così si lasciavano i “concuni” come segnaposto mentre si andava a fare altre cose, insomma una sorta di numeretto che usiamo noi oggi per le file negli uffici pubblici. Una volta riempito jo concone, le donne attorcigliavano un pezzo di stoffa, facevano cioè la “coroglia” una specie di ammortizzatore, che si posava sulla testa e sollevando jo concone ve lo poggiavano portandolo in equilibrio sul capo fino a casa.
Nel 1936 il governo fascista istituí la campagna “ORO ALLA PATRIA” per finanziare le guerre coloniali, cioè chiese al popolo la donazione volontaria di monili d’oro, fedi nuziali e del rame. Si racconta che gli utensili di rame vennero raccolti sul sagrato di Sant’Oliva che alla fine fu letteralmente ricoperto di concuni, sói, scallalétti, scolapaste donati dalle donne coresi e quant’altro si poteva trovare di quel metallo. La scena mi venne descritta più volte da mio padre che, giovinetto in quegli anni, ne rimase colpito e meravigliato.
Ora jo concóne ha perso ovviamente la sua principale destinazione d’uso e ne ha acquisita un’altra. Chi, come me, lo possiede ancora perché ereditato da nonne e mamme, lo usa come oggetto decorativo. Il mio fa da porta vaso e l’ho avuto da mia madre che a sua volta lo ha ereditato dalla sua, c’è infatti inciso il nome di mia nonna… LEONISIA (nella foto) ed è il ricordo di un passato sparito, ma non troppo lontano. A volte guardandolo rifletto su quanta acqua avrà trasportato dalla fontana a nasone di via San Nicola, dove mia nonna abitava, e alla grande fatica che anche mia madre, fanciulla negli anni del dopoguerra, ha dovuto fare per assicurare l’acqua per le necessità domestiche di tutta la famiglia. Perciò mi consolo quando vado a pagare la bolletta di AcquaLatina pensando che siano… soldi ben spesi!!
Patrizia Carucci
Concone di Patrizia Carucci, ereditato dalla nonna paterna, riadattato a portaombrelli con una base circolare di ferroConcone di Maria Paola Moroni, ricevuto in dono da sua suocera, che lo aveva a sua volta ereditato dalla madre
Si ringrazia Patrizia Carucci e il gruppo Cori mè beglio, da cui provengono queste informazioni.
Il 10 maggio 2021 è stato siglato il protocollo d’intesa tra Fondazione Marcello Zei e l’Ecomuseo dell’Agro Pontino, firmato da Roberto Zei (presidente della Fondazione Marcello Zei), Angelo Valerio (presidente dell’associazione O.N.D.A.) e Antonio Saccoccio (coordinatore tecnico-scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino). Il protocollo d’intesa è per l’Ecomuseo un impegno ancora più significativo alla luce dal recentissimo ritrovamento di nove uomini di Neanderthal presso la Grotta Guattari del Circeo.
Gli scopi della Fondazione Zei sono la salvaguardia e il proseguimento dell’impegno culturale, civile e didattico di Marcello Zei, con la creazione di un museo a lui intitolato con il materiale presente nella mostra “Homo Sapiens e Habitat”, ubicata a San Felice Circeo nella Torre dei Templari, lo sviluppo d’iniziative volte alla conoscenza della preistoria dell’uomo e del suo ambiente.
Nel pomeriggio Roberto Zei ci ha guidato alla scoperta della mostra “Homo Sapiens e Habitat”, intervallando notizie sui reperti preistorici esposti ed emozionanti ricordi personali legati alla figura del padre Marcello.
La mostra fu istituita nel 1978 per volontà del prof. Marcello Zei e di altri studiosi del “Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario”, con il patrocinio dell’Ente provinciale per il Turismo di Latina e del Comune di San Felice Circeo, usufruendo della collaborazione del Parco Nazionale del Circeo e di specialisti delle Università di Firenze e Roma.
La scalinata di accesso alla Torre dei Templari
La porta d’ingresso della Torre dei Templari, sede della mostra “Homo sapiens e Habitat” e ora anche Centro di Interpretazione locale dell’Ecomuseo dell’Agro PontinoLa prima sala del Museo, con l’affresco di 6 metri che compendia 70 milioni di anni, dai piccoli mammiferi all’Homo Sapiens
Roberto Zei ricorda le origini della mostra e la nascita della Fondazione Zei
Resti e ricostruzione di elephas antiquus
Da sinistra: Roberto Zei, Vittoria Lattuille, Angelo Valerio, Antonio Saccoccio.
Ottimi l’interesse e lo spirito comunitario durante la presentazione pubblica del progetto ecomuseale “C’è In-Pronta”, in risposta al bando per le “Comunità Educanti”, gestito dall’impresa sociale “Con i Bambini” e rivolto a tutti gli enti del terzo settore.
Sono intervenuti: la Prof.ssa Dolores Fernandez per l’Università Sapienza di Roma, che ha coordinato l’intero progetto; il Sindaco di Sonnino, Luciano de Angelis; il Direttore del CAF in Europrogettazione dell’Università “Sapienza” di Roma, Prof.ssa. Paola Campana; Beatrice De Paolis, Maria Giulia Di Lizia, Marina Nanni, Andrea Borsato, Andrea Di Matteo e Massimiliano Marcuccio, studenti protagonisti del percorso di apprendimento; il Presidente dell’Associazione ONDA, Angelo Valerio; il Museo Terre di Confine; Associazione Brigante Antonio Gasbarrone; Associazione Turistica Pro Loco di Sonnino; Istituto Comprensivo Statale Leonardo Da Vinci; Global & Local Srl; Il Seme della Gentilezza; Libera Università della Terra e dei Popoli APS; Associazione Sportiva Dilettantistica Città di Sonnino; Tunuè Srl; Concerto Bandistico V. Bellini Città di Sonnino; Associazione culturale Crescere con Gioia.
Questa mattina sono andato con Antonella Costantini in località Longara, toponimo che sta a indicare una striscia di terra lunga e stretta. Da Sezze si prende via Montagna, la strada che conduce, appunto, alla montagna, l’antica via che permetteva il transito e il commercio tra Sezze e Carpineto. Dopo circa tre chilometri si raggiunge la Longara, un pianoro ai piedi di Monte Forcino. Il paesaggio, ormai primaverile, appare incontaminato, tra prati in fiore, farnie e cerri imponenti, secolari, tutto intorno colline verdeggianti. Un manipolo di pastori conduce qui al pascolo pecore e capre. E’ interessante notare come le capre selezionino ciò che mangiano, preferendo i germogli, i fiori, gli apici delle foglie. Incontriamo Elvezio, uno di questi pastori, che tiene pecore e capre a Tre Pozza, che si trova a centocinquanta metri di altitudine sopra la Longara. Lì ha tre capanne coniche rivestite di stramma: una di queste funge da ricovero per il bestiame; la seconda ha la funzione di laboratorio per produrre il formaggio; nella terza mangia e dorme (in alcuni periodi dell’anno). Abbiamo incontrato anche Santuccio, il titolare dell’omonimo ristorante setino, intento a raccogliere sui prati della Longara la mentuccia in compagnia del figlio: ora capiamo il “segreto” dei carciofi serviti nel suo locale. Oltre alla mentuccia, questa zona ha molto altro da offrire: asparagi selvatici, ciliegi, alberi di visciole e sorbole.
Roberto Vallecoccia
[Roberto Vallecoccia e Antonella Costantini sono referenti dell’antenna di Sezze dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino]
Come sempre, l’Ecomuseo invita chiunque desideri contribuire al tema a inviare informazioni, integrazioni, commenti.
Santuccio e il figlio raccolgono mentuccia selvatica per il loro ristorante (fotografia di R. Vallecoccia)
Pecore e capre al pascolo in località Longara (fotografia di R. Vallecoccia)
Particolare della Longara e dintorni (in basso destra) tratto dalla Carta escursionistica dei Monti Lepini ‐ scala 1:25.000 (ed. Il Lupo) – Un ringraziamento a Mauro Quatrana per la fotografia.
Formaggio misto di latte ovino e caprino prodotto in località Longara