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L’ottagola (ottacola) setina: un favoloso intreccio di ciliegie. Perché si chiama così?

Antonella Costantini, referente dell’antenna ecomuseale di Sezze e responsabile dell’Associazione “Colli tutto l’anno”, ci informa sulla tradizione dell’ottagòla.

“Si cercava di raccogliere le ciliegie con il picciuolo doppio – racconta – e si iniziavano ad intrecciare ad un ramo, si faceva in modo che venisse bella compatta senza lasciare spazi vuoti. La ottagola generalmente veniva fatta dai ragazzi, per poi portarla in regalo alle proprie fidanzate. A me hanno insegnato a farla i miei genitori. La tradizione è particolarmente viva nella frazione di Suso, nel comune di Sezze”.

A Sezze chi sa ancora fare l’ottagola l’ha imparato dai genitori o dai nonni. L’ottagola veniva regalata dai ragazzi alle fidanzate, ma c’è chi ricorda che veniva donata anche alle maestre.

Resta poco chiara l’origine del termine “ottagòla” (ma alcuni dicono “ottacòla”). Si fa riferimento al numero “otto”, a “ora” o ad altro? E poi ha a che vedere con la “gola”? Chiediamo alla comunità setina (e non solo) di aiutarci a risolvere la questione, fiduciosi che qualcuna o qualcuno saprà illuminarci sull’etimologia di una tradizione ancora oggi tanto amata.

Aggiornamento.
Alcuni informatori di Sezze e dintorni ci hanno messo a conoscenza che l’ottacola era un’usanza anche di Maenza (e qui aveva il nome di “cannata”) e di Cori (“cacciarella”). Abbiamo ricevuto conferme sul fatto che si portava in dono alle fidanzate ma anche alle maestre. Discorso più complesso e controverso, come prevedibile, quello legato all’origine del termine. La testimonianza più certa ce l’ha fornita Fausto Cianfoni, che ha rintracciato il termine nel “Vocabolario Etimologico Setino”, opera di Domenico Pecorilli, studioso locale che consultò antichi vocabolari e interrogò numerosi anziani di Sezze. Il Vocabolario del Pecorilli riporta questa definizione:
uottacòla s.f. – Composizione di ciliegie intrecciate attorno ad un rametto terminante ad uncino (It. ant. Incannata; così chiamata in quanto l’intrecciatura avveniva attorno ad una canna tagliata per lungo in quattro parti, tenuta integra a una estremità, quella di fondo, ovviamente). [I ragazzi, per portare a casa le ciliegie raccolte, non disponendo di un adeguato recipiente, ma soprattutto per farne una confezione da regalare alla maestra, gareggiando in abilità e menandone gran vanto, intrecciavano le ciliegie (… quelle con i peduncoli uniti in coppia o terzina) attorno ad un asse (… un rametto terminante ad uncino, tenuto in posizione eretta) fino a formare un cilindro, variamente colorito e compatto, dell’altezza voluta]. [Il termine uottacòla è lieve corruzione di uottàcola, diminutivo “alla latina” di uòtte “botte” (lat. buttis dimin. butticola o buttacola), cosiddetta per similitudine di forma con quest’ultima].
L’etimologia da buttacola, piccola botte, è convincente. Tuttavia alcuni informatori locali credono che il termine derivi dal fatto che le fessure praticate sul ramo o sulla canna siano otto. Non è improbabile pensare a uomini e donne che, avendo perduto la consapevolezza riguardo all’origine del termine, abbiano cercato di spiegare in altro modo la parola. Per completare il quadro, abbiamo registrato anche un’altra etimologia popolare, che rimanda alla “gola”, caratteristica che effettivamente ispira il ricchissimo intreccio di ciliegie.

Quei falò in Agro Pontino che vengono dal Veneto

Durante la serata del 5 gennaio tra le campagne e i borghi dell’Agro Pontino siamo portati a ricordare le origini settentrionali di tante famiglie locali. La pianura si arricchisce di presenze insolite: cumuli di paglia e rami con in cima fantocci.

I “cispadani” trapiantati in Agro Pontino portarono la tradizione di bruciare la vecchia (la “vecia”) posta su un cumulo di paglia e rami secchi, durante la vigilia dell’Epifania. Oggi ancora capita che tanti cittadini giunti a Latina da altre zone d’Italia (specie del sud) si interroghino sul perché di questo rito propiziatorio, che ha origini pagane, pre-cristiane, e sta a simboleggiare il passato, l’anno vecchio che cede il passo al nuovo. I veneti e i friulani continuano da due, tre generazioni a bruciare la vecchia in Agro Pontino. E i pontini hanno imparato ormai da tempo a condividere con loro quell’usanza.
Ieri si poteva ammirare un fantoccio in cima a un grande pagliaio alla rotonda della Chiesuola, dove la comunità da diversi anni organizza i festeggiamenti della Befana.

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Un’altra vecia è stata bruciata nel podere che ospita la Piccola Fattoria di Sermoneta, in via della Bonifica (zona Piazzalunga), in cima a un cumulo di rami secchi d’ulivo, appena potati. Qui la famiglia Lucietto, di origini venete, non ha mai perso l’abitudine di costruire un falò per la Befana, abitudine che ha contaminato anche i pontini imparentatisi con loro (i Pompili). Il festeggiamento è stato organizzato con il consueto entusiasmo per i tanti bambini che sono soliti frequentare la fattoria didattica: giochi all’aperto in compagnia degli animali, piccolo spettacolo teatrale nello spazio interno, arrivo della Befana che ha consegnato le calze, cucite a mano, alle bimbe e ai bimbi, falò (con il fantoccio che ha regalato un brivido, prendendo fuoco solo all’ultima scintilla), brindisi finale. Questa famiglia veneto-pontina ci tiene ancora a riunire la comunità attorno a un gioco, per costruire un falò, per non ridurre anche la befana alla banale corsa all’acquisto forsennato, per non dimenticare da dove veniamo e pensare a dove vogliamo andare. Forse è anche per questo che ieri ci si è ricordati di servire, accanto a torte, biscotti e ciambelline, un’ottima bevanda portata in Agro Pontino proprio dai cispadani: il vin brulè.

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