Il Museo della Terra Pontina e l’Ecomuseo dell’Agro Pontino stanno pianificando una serie di attività educative rivolte a studenti della scuola primaria e secondaria. Questo martedì Manuela Francesconi (direttrice del Museo), Ornella Donzelli (responsabile della didattica museale), Angelo Valerio (responsabile legale dell’Ecomuseo), Antonio Saccoccio (direttore tecnico-scientifico dell’Ecomuseo) si sono confrontati con alcune docenti dell’Istituto Comprensivo “Frezzotti-Corradini” di Latina per elaborare un percorso didattico per gli alunni di numerose classi scolastiche. Il percorso, suddiviso in due momenti coincidenti con i due quadrimestri, comprenderà una visita alle principali sale tematiche del Museo, l’illustrazione di vari progetti elaborati dal Museo, la visita alla mostra ecomuseale “Voci dalle acque” curata da Chiara Barbato e l’approfondimento di alcune idee e pratiche del processo ecomuseale. Parteciperanno agli incontri con gli studenti diversi collaboratori del Museo e dell’Ecomuseo.
È stato sottoscritto per la prima volta a Sabaudia il “Patto locale per la Lettura” che va ad aggiungersi ad un una serie di iniziative e progetti messi in campo dall’Amministrazione comunale che vedono protagonisti i libri, la lettura e la loro promozione.
L’accordo, siglato in aula consiliare tra il Comune e diverse realtà che operano sul territorio, ha durata biennale e rappresenta uno strumento importante per rendere la lettura un’abitudine sociale diffusa, riconoscendo il diritto di leggere come fondamentale per tutti i cittadini, sin dalla prima infanzia. All’avviso hanno al momento aderito: Istituto Comprensivo Cencelli, Istituto Omnicomprensivo Giulio Cesare, Nati per Leggere Sabaudia, Ecomuseo dell’Agro Pontino, le associazioni Sabaudia Culturando e La Stanza delle Meraviglie, Istituto Pangea Onlus, Pro Loco Sabaudia, Istituto di Studi Econolistici e le cooperative sociali Ninfea e La Scintilla.
Tra gli obiettivi principali del Patto c’è la promozione della lettura come mezzo di conoscenza, di informazione ed elemento di coesione e inclusione sociale; l’azione mirata ad avvicinare alla lettura chi non legge e a rafforzare le pratiche di lettura nei confronti di chi ha con i libri un rapporto sporadico; la realizzazione di letture per chi è in difficoltà, con riferimento a strutture sanitarie, centri sociali e case di riposo; promozione della conoscenza dei luoghi della lettura e delle professioni del libro.
L’adesione al Patto Locale per la Lettura potrà avvenire in qualsiasi momento: al seguente link https://bit.ly/3iUKftq è possibile reperire le informazioni necessarie e il modulo di domanda.
“L’Amministrazione comunale si è sempre fatta promotrice di progettualità volte allo sviluppo sociale e culturale di Sabaudia che ha già ottenuto il riconoscimento di ‘Città che legge’ dal Centro per il libro e la lettura d’intesa con l’Anci. Il Patto locale per la Lettura arricchisce il percorso intrapreso con le realtà territoriali nella convinzione che la lettura e i libri, declinati in tutte le loro forme e peculiarità, rappresentano un volano su cui investire per la crescita della comunità tutta. E’ dunque un motivo di profondo orgoglio per l’Amministrazione sottoscrivere il Patto con le realtà del territorio che ringrazio sentitamente per aver saputo cogliere subito lo spirito e l’opportunità di questo strumento che getta le basi per la costruzione di una strategia condivisa di inclusione in cui tutti i diversi attori possono contribuire al miglioramento della vita di ciascuno nella consapevolezza di rendere il libro e la lettura una piacevole abitudine sociale”, dichiara il delegato ai percorsi culturali Francesca Avagliano.
Il Patto locale per la Lettura impreziosisce il cammino intrapreso da subito dell’Amministrazione che in questi anni ha raggiunto obiettivi importanti legati proprio al mondo della lettura. Tra gli interventi in tal senso: l’adesione al programma Nazionale Nati per Leggere, l’acquisto di oltre 500 nuovi libri per la Biblioteca comunale “Feliciano Iannella” presso la quale è stata inaugurata una nuova sala lettura dedicata dai più piccoli 0-6, la partecipazione all’evento nazionale “Il Maggio dei Libri” e, non da ultimo in tema di importanza, l’installazione della Casetta dei Libri presso i giardini pubblici.
Qualche momento tratto dalla presentazione del “Piccolo trattato di pediatria poetica” di Dante Ceccarini, presso l’auditorium comunale di Bassiano (2 ottobre 2021). Sono intervenuti, oltre all’autore, Domenico Guidi (sindaco del comune di Bassiano), Giovanna Coluzzi (vicesindaco e assessore alla cultura di Bassiano), Mauro Nasi (editore Sintagma), Antonio Saccoccio, (dottore di ricerca in italianistica e coordinatore tecnico-scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino), Reginaldo Falconi (chitarrista), Amalia Avvisati (attrice).
Giovanna Coluzzi, Antonio Saccoccio, Dante Ceccarini, Domenico Guidi (fotografia di Lucia Fusco).
Ripubblichiamo l’articolo L’origine della località “Chiesuola” e la non più esistente chiesa di S. Carlo di Piscinara di Francesco Tetro, pubblicato l’11 febbraio 2008 sul quotidiano “Il Tempo” nella rubrica “Latina da vivere”. Tetro è referente scientifico per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino e responsabile, con Antonio Saccoccio, del Centro Studi dell’Ecomuseo sito presso la Libera Università della Terra dei Popoli (Pontinia).
L’incrocio tra le strade La Cava, Chiesuola e Congiunte Destre, attraversato dal Collettore delle Acque Medie e un tempo da un ramo del tristemente noto Fosso Fuga degli Ebrei, è più conosciuto come La Chiesuola, intorno al quale si aggregarono durante la Bonifica una decina di abitazioni, una scuola e una chiesa. La località non diventò però mai un Borgo per lo scoppio del 2° conflitto mondiale; è noto però che avrebbe dovuto chiamarsi Borgo Tagliamento, in memoria dei sacri fiumi italiani, teatro della prima guerra mondiale, come avvenne per Borgo Isonzo e per Borgo Piave nelle località rispettivamente di Casale Antonini e Passo Barabino. Il toponimo Chiesuola però ricorda, non già la piccola chiesa posta attualmente all’incrocio citato, ma un’antica chiesa, ormai non più esistente, dedicata a S. Carlo da Sezze che, nei documenti antichi e nella cartografia sette-ottocentesca, viene indicata come S. Carlo di Piscinara dei Caetani. Furono infatti proprio i Caetani ad edificare questa piccola pieve e sono noti anche la data, il nome del Duca che la fece costruire e la ragione: Gaetano Francesco Caetani (1656-1716), nel 1691, per un voto che fece a S. Carlo da Sezze, per essersi salvato da un temporale, grazie al riparo offertogli da un’ imponente quercia. Quel sito abbandonato e spogliato di tutti i suoi arredi sacri, a causa del decreto napoleonico di confisca, che come rudere, anche consistente, rimase a testimoniare l’antico culto, negli anni Trenta venne completamente trasformato, grazie anche alla costruzione di una decauville che ad anello (da cui deriva il nome di una strada della località) trasportava da Monticchio il pietrisco necessario a realizzare le massicciate delle nuove strade di bonifica. Dell’antica strada, forse romana, percorsa dal Duca Caetani, che proveniva dalla via Appia, di cui nei campi spesso compare qualche basolo, non c’è più traccia, ma il luogo dove attualmente sono degli impianti sportivi coincide con il sito dell’antico culto di S. Carlo da Sezze. Ma il Caetani fu famoso soprattutto per ben altra ragione: la congiura contro il re di Napoli. Gaetano Francesco, che sposò Costanza, la pronipote di Urbano VIII e figlia di Maffeo Barberini, dal 1702 rinnegò i sentimenti filospagnoli che avevano caratterizzato la famiglia e fu parte attiva nella congiura contro Filippo V, che la casa d’Austria intendeva rovesciare dal trono del Regno di Napoli. Aderendo al progetto di congiura, Gaetano Francesco Caetani radunò a Sermoneta grosse truppe di banditi e di sgherri, un temibile esercito che fu spedito alla volta di Napoli in aiuto dei congiurati. Le cose però non andarono per il verso giusto e Filippo V, scoperta la congiura, condannò il Caetani alla pena capitale e alla confisca dei beni di Caserta (più tardi i Caetani furono costretti a vendere a prezzo politico il loro feudo napoletano sul quale poi verrà costruita la famosa Reggia), mentre il papa lo privò di Sermoneta e lo mise al bando. Papa Clemente XI, ovviamente filospagnolo, pare volesse addirittura distruggere la rocca sermonetana con un esercito di velletrani e di sezzesi, ma non riuscì nell’intento e si dovette accontentare dell’esilio del Caetani. Questi, dopo aver affidato i propri beni ai Barberini, i parenti acquisiti, si rifugiò ovviamente a Vienna con il figlio Michelangelo e con un piccolo seguito di fedelissimi sermonetani e solo nel 1711 potè finalmente lasciare l’esilio e rientrare nel pieno possesso dei suoi beni.
Ma soprattutto era pieno di questa gente qui dei monti Lepini e del Lazio: Sezze, Cori, Norma, Sermoneta, Bassiano, Priverno, Sonnino e poi della provincia di Roma e della Ciociaria, Alatri, Ceccano, Ferentino, Rieti, Viterbo. Tutti venuti qui a lavorare, e quelli dei monti Lepini – quando dopo un po’ di chiacchiere i miei zii hanno detto finalmente chi erano – tutti subito con il dente avvelenato. Come saputo difatti che non eravamo operai come loro sui cantieri o sui canali, ma coloni venuti a risiedere stabilmente nei poderi già costruiti e bonificati da loro, manca poco e si ripigliano il posto sulla panca che ci avevano lasciato prima: «Cispadani di qua! cispadani di là!» hanno cominciato. Lì per lì i miei zii non hanno capito: «Ma che vorranno dire con questo cispadàn?». E mio zio Iseo ha proprio chiesto piano all’orecchio a mio zio Adelchi, che aveva studiato: «Casso signìfichelo cispadàn?». «Casso vòtu che ne sàpia mì?» Per non restare indietro però – perché a mio zio Adelchi, ma diciamoci la verità, un po’ a tutti i Peruzzi, di restare indietro non gli è mai piaciuto con nessuno – e capito comunque che questo “cispadani” non doveva essere, nei loro intendimenti, esattamente un complimento, gli ha detto lui subito: «Ma bruti marochìn, casso vulìo da nantri?». «I poderi, voi ci avete rubato i poderi!» Ora però bisogna dire che qualche minuto prima – prima che si scaldassero gli animi con questa storia dei cispadani e che quelli ci riconoscessero, o credessero di riconoscerci nei presunti ladri dei loro ancor più presunti poderi – c’era già stata un’altra piccola discussione su questa Littoria e sui suoi tempi di costruzione. E uno di questi dei monti Lepini – uno di Sezze – aveva detto con scherno, lasciando capire di non essere esattamente un fascista della prima ora: «Sta bene Mussolini a volerla venire a inaugurare a dicembre. E che inaugura, le ranocchie?». Zio Pericle s’era risentito allora, e aveva detto: «Non star parlare acsì. Se il Duce ha detto che a dicembre l’è finida, a dicembre la sarà finida. Firmato Pericle Peruzzi, orcocàn» e aveva pure sbattuto la mano sul tavolo. «Ah, va bene! non ti arrabbiare» avevano fatto subito queglialtri cambiando discorso – anche perché in quel momento stava proprio passando davanti alla panca la ronda di due carabinieri – mentre mio zio Pericle però già si diceva da solo: «Ma che casso m’è vegnù da dire?». Pure i fratelli-Adelchi ed Iseo – lo avevano guardato con la faccia stralunata come a dire: «Pericle!». Non gli avevano detto niente ovviamente, perché quello era Pericle ed era meglio non dirgli niente, però lo avevano guardato strano e lui aveva capito: «È meglio che sto zitto va’, che la figura l’ho già fatta». Quando però quelli hanno detto «Cispadani!» e mio zio Adelchi «Marocchini!» e quelli di nuovo «Ladri di poderi!», mio zio Pericle non ci ha visto più, ci ha messo insieme l’incazzatura per l’inaugurazione decembrina – «A fémo tuto un conto, va’» – s’è alzato in piedi e al di là del tavolo, al sezzese che aveva proprio di fronte, ha detto: «Ritira la parola, marochìn!». «Ma che ritiro? Il cazzo che ti si frega ritiro, cispadano d’un polentone.» «Pam!» mio zio è partito con un cazzotto e s’è tuffato di là dal tavolo. Subito ci si è lanciato anche zio Iseo. Un po’ di sezzesi si sono buttati su zio Adelchi. Un gruppo di coloni come noi – sbarcati pure loro da queste parti pochi giorni prima, e in visita anche loro al cantiere misterioso di Littoria – avendo sentito strillare cispadani di qua e marocchini di là e nutrendo il sensato sospetto che la questione potesse in qualche modo riguardarli, si sono buttati in mezzo pure loro. Sono arrivati i pecorai di Guarcino però – dalla parte degli altri – ed è stato un casino generale. «Fermi!» gridavano gli osti: «Fermi che arriva la Forza», ossia i carabinieri. «Fermo un corno» gridavano i velletrani, e giù botte pure loro addosso ai nostri. Mio zio Adelchi – che nel corpo a corpo non era mai stato così bravo come mio zio Pericle, e sempre, tutte le volte che s’erano presi, le aveva prese lui – non s’è preoccupato dei cazzotti che gli arrivavano da ogni parte sul groppone e nemmeno ha pensato a restituirli se non con qualche zampata o pugnettino di circostanza. Lui l’unico pensiero che aveva in mente durante questa temperie era: «La bicicletta! Non vorrei che con questo casino qualcuno mi fregasse la bicicletta». E s’è diretto lentamente là, con la folla degli assalitori che lentamente – sgrugnandolo – lo seguiva. Appena però ci è arrivato e ha sentito la canna della sua bicicletta tra le mani, allora – e i miei zii lo hanno raccontato per anni – allora il Leone di Giuda si è scatenato. Pareva Sansone con la mascella d’asino – Achille sotto le mura di Troia, preso dalla sua ubris – e vorticava quella bicicletta intorno a sé come una spada celeste, facendo strage dei nemici e terrorizzandoli ulteriormente con lo strepito delle urla aguzze: «Ladro a mi? Ladro de podéri a mì? Andè via, marochìn mangiamerda marocàssi! che Dio ve stramaledìssa tuti quanti!». E quelli indietreggiavano. Lei doveva vedere come indietreggiavano. Certe biciclettate tirava quel giorno – ossia quella notte – mio zio Adelchi, che manco con Durlindana in mano. Tanto che zio Pericle – vedendolo da lontano mentre lui andava spartendo a destra e manca calci, cazzotti e coltellate secondo la bisogna – s’era detto: «Ma varda tì l’Adelchi». E s’era sentito un moto nel cuore proprio come quella volta che voleva sparare al fattore degli Zorzi Vila – «At cópo! Dove sì ch’at cópo?» – un moto di profondo amore anche per questo fratello qua: «L’è dei Peruzzi, l’è mè fradèo quel là!». E quando a un certo punto ha perso il coltello e doveva fare oramai solo coi pugni contro tutta quella ressa, ha copiato dal fratello, ha schiodato una mezza palanca da un tavolo e ha cominciato a mulinare anche lui con quella, recuperando lo svantaggio. «La Forza, la Forza!» s’è messo però a strillare a un certo punto un oste e si sono visti quei due carabinieri e un po’ di camicie nere della milizia che arrivavano correndo. Il tumulto s’è sedato all’istante. I miei zii hanno fatto finta di niente, cercando solo di sgattaiolare con le loro biciclette. Mio zio Adelchi ansimava. Ogni tanto ruggiva un «Marochìn!», la bici ancora a mezz’aria. «Tasi, bestia» gli diceva ridendo zio Iseo: «Vòtu farne carcerare?» mentre se lo tirava via, facendogli finalmente posare le ruote della bicicletta sulla terra. Uno dei sezzesi – andandosene anche lui – senza farsi sentire dai carabinieri disse a zio Pericle: «Ci rivediamo». «Sempre pronti» rispose piano piano, ma netto, mio zio: «Firmato Peruzzi, podere 517, Canale Mussolini. A disposisión». Bel match e danni lievi, comunque. Giusto qualche graffio. Coltellate di striscio. «Canchero» disse però poi la moglie a zio Pericle nel letto quando – facendo l’amore – ad ogni suo minimo gesto o carezza, lui non faceva che fremere: «Non star tocàrme là, non star tocàrme qua, che me fa màl». «Canchero d’un tacabrìghe» allora, graffiandogli più forte la schiena. Dopo però, calmata e prima di dormire: «E a mì, domàn, am tocherà de novo da dovér ramendàr ‘l pastràn» il pastrano, che s’era preso lui il grosso delle coltellate. Ma anche quelle di zio Pericle dovevano essere andate tutte a segno così, senza danni gravi per i marocchini.
Tommaso Conti, ex sindaco di Cori e gran conoscitore della storia dei Monti Lepini e dell’Agro Pontino, ha commentato la recente scomparsa dello scrittore Antonio Pennacchi (71 anni) con parole dense di significato.
«Antonio Pennacchi era un grande scrittore. Indubbiamente. È stato lo scrittore dell’epopea della bonifica. Vi ha costruito un’epica. Una grande narrazione. Mi ha spinto a leggere la storia di fondazione di una città a me invisa, Latina. Ci stavamo reciprocamente simpatici. Però per costruire quella storia si costruì un nemico. I marocchini. I marocchini eravamo noi. Gli abitanti dei centri dei Lepini. Che stavamo qui dalla notte dei tempi. Che vivevamo ai margini della palude. Che avevamo imparato a convivere con le sue asprezze. Che ci avventuravamo solo di notte. Mio nonno mi diceva: “Per andare a Nettuno prima della bonifica attaccavo il carretto alle otto di sera, quando sentivo il fischio del treno a Torretta e arrivavo alle 5 del mattino. Di giorno la palude era impraticabile, specie d’estate. E ripartivo la sera dopo”. Eravamo contadini, migranti, pastori. Ma avevamo già il Comune, l’ospedale, la pretura, le chiese, i templi pagani, i fotografi, gli ingegneri aeronautici, la filodrammatica. Non eravamo marocchini, anche se a me i marocchini non hanno fatto nulla, purtroppo a qualche ciociara sì. Avevamo delle comunità organizzate, vive, attive. Ed eravamo socialisti prima dell’avvento del fascismo. Abbiamo anche partecipato ai lavori di bonifica, fornendo buona parte della manodopera, che partiva con le biciclette la mattina a scuro dai centri dei Lepini e se ne tornava a casa bicicletta a mani la sera a lumo e lustro. E che al momento di insediare le case coloniche ce ne siamo tornati a casa, nei paesi dove si svolgeva una vita civile e ordinata, no a facci magnà dai tafani pella palude. Eravamo coresi, sezzesi, normiciani, sermonetani. No marocchini. Eravate voi Cispadani, a noi ci avete trovati. Ciao Antonio, eri troppo simpatico oltre che un grande scrittore».