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Dove nasce Via Epitaffio

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Percorrendo la via Appia, all’altezza dell’incrocio con la via che conduce da Latina a Latina Scalo, si nota un’edicola di marmo sormontata da un timpano triangolare (per metà distrutto). Sulla lastra di marmo è riportata un’iscrizione in cui si legge il nome del papa Pio VI, la data MDCCLXXXVI (1786), il nome del “prefetto delle strade” Francesco Mantica e si fa riferimento ad alcuni lavori di bonifica dell’area. Questo è il testo completo dell’iscrizione:

EX AVCTORITATE PII VI PONT. MAX. APPIAE TRACTVS AD PISSINARIAM QVEM AQUAE STAGNANTES INTERRVPERANT PONTIBVS IVNCTVS AGGERIBVS MVNITVS ANNO MDCCLXXXVI CVRATORE FRANCISCO MANTICA PRAEF. VIAR.

All’incrocio andando verso Latina la strada prende il nome, proprio a causa dell’iscrizione ricordata, di Via Epitaffio, che giunge fino a Corso Giacomo Matteotti; procedendo verso Latina Scalo abbiamo invece Via della Stazione.

Giungemmo all’Epitaffio. E’ una piccola opera muraria sul margine della strada su cui è applicata una lapide che ricorda la bonifica di Pio VI. Poco avanti a noi i grossi caseggiati di Tor Tre Ponti a tinta molto viva per la recente pioggia. Subito dopo l’Epitaffio, il bivio per il Quadrato. A destra riserve verdeggianti con molto bestiame allo stato brado, in mezzo a cui si agitavano pavoncelle, storni, pivieri e taccole; a sinistra un folto pioppeto e, al di là, capi acquitrinosi. (Vincenzo Rossetti, “Dalle paludi a Littoria. Diario di un medico. 1926-1936″)

Tentativi di bonifica (Monti, Feroniade)

Negli ultimi versi della Feroniade Vincenzo Monti riassume i coraggiosi tentativi di bonifica delle paludi pontine citandone i protagonisti: Appio Claudio Cieco, Cornelio Cetego, Ottaviano Augusto, Traiano, il re goto Teodorico, vari pontefici fino a Pio VI.

Non lagrimar sul tuo perduto impero:
Tempo verrà che largamente reso
Tel vedrai, non temerne, e i muti altari
E le cittadi e i campi e le pianure
Dai ruderi e dall’onde e dalla polve
Sorger piú belle e numerose e cólte.
D’Italia in questo i piú lodati eroi
Porran l’opra e l’ingegno. Io non ti nomo
Che i piú famosi; e in prima Appio, che in mezzo
Spingerà delle torbide Pontine
Delle vie la regina. Indi Cetego:
Indi il possente fortunato Augusto
Esecutor della paterna idea;
Al cui tempo felice un Venosino
Cantor sublime ne’ tuoi fonti il volto
Laverassi e le mani; e tu di questo
Orgogliosa n’andrai piú che l’Anfriso
Già lavacro d’Apollo. Ecco venirne
Poscia il lume de’ regi, il pio Traiano
Che, domata con l’armi Asia ed Europa,
Col senno domerà la tua palude;
E le partiche spade e le tedesche
In vomeri cangiate impiagheranno,
Meglio d’assai che de’ Romani il petto,
Le glebe pometine. E qui trecento
Giri ti volve d’abbondanza il sole
E di placido regno, infin che il goto
Furor d’Italia guasterà la faccia.
Da boreal tempesta la ruina
Scenderà de’ tuoi campi; ma del pari
Un’alma boreal, calda e ripiena
Del valor d’occidente, al tuo bel regno
Porterà la salute. E poi di nuovo
(Ché tal de’ fati è il corso) alto squallore
Lo coprirà: né zelo, arte o possanza
Di sommi sacerdoti all’onor primo
Interamente il renderan, ché l’opra
Immortal, glorïosa ed infinita
Ad un più grande eroe serba il destino.
Lo diran Pio le genti, e di quel nome
Sesto sarà.   .   .   .   .   .   .   .
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