Interpretazione ecomuseale sulle orme dei briganti, da Sonnino a Itri, da Gasparone a Fra Diavolo. Con Francesco Tetro, Antonio Saccoccio, Felice Calvani, Angelo Valerio.

Interpretazione ecomuseale sulle orme dei briganti, da Sonnino a Itri, da Gasparone a Fra Diavolo. Con Francesco Tetro, Antonio Saccoccio, Felice Calvani, Angelo Valerio.

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I poderi erano tutti uguali. O meglio, in realtà la parola podere significherebbe l’intero terreno assegnato ad ogni famiglia di coloni, che variava da dieci a quindici o anche venti ettari di terra, a seconda della fertilità e della possibilità d’irrigazione. Ma noi da subito abbiamo cominciato a chiamare “podere” il casale dove abitavamo; neanche la stalla – che pure era attaccata – o i fienili o i magazzini, ma proprio la casa. Quello era il podere perché sopra – sul fronte che dà verso la strada – su di un angolo al secondo piano, scritto a lettere alte di pietra, c’era: “O.N.C. – Podere n. 517″ – Anno X E.F.“.
O.N.C. vuol dire Opera nazionale combattenti e Anno X dell’Era Fascista vuol dire 1932, dieci anni dalla marcia su Roma, inizio di un’era millenaria che non doveva finire più. Prima c’era stato il mondo di prima, con il disordine, l’ingiustizia e il disprezzo dell’Italia da parte di tutti; adesso s’era aperta un’era nuova, dove il nome di Roma avrebbe trionfato e imposto la sua pace su tutto il mondo. O almeno questo era quello che dicevamo orgogliosi. Sul casale c’era scritto “podere” a lettere di pietra bianca, ripeto – belle grandi sull’intonaco celeste – e quindi noi i casali li abbiamo chiamati allora e per sempre “poderi”.
Il nostro stava – come sta tuttora – sulla Parallela Sinistra, la strada che costeggia parallelamente il Canale Mussolini nel tratto che da ponte Marchi attraversa l’Appia prima e la Provinciale poi. […]
I poderi – ossia i casali – erano tutti celesti. A due piani. Col tetto a due falde e capriate di legno. Tegole rosse alla marsigliese. Grondaie per la raccolta dell’acqua e discendenti. Sopra il tetto il comignolo grosso – tondo – in cemento prefabbricato, uguale per tutti. Le finestre nuove di zecca erano verniciate di verde e non avevano persiane ma, all’esterno, zanzariere – reti metalliche a maglia finissima che impedivano l’accesso agli insetti – poi i vetri e dietro, all’interno, gli “scuri” di legno verniciati chiari, pannelli che richiusi non lasciavano filtrare la luce.
[tratto da Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010, pp. 205-206]
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L’Ecomuseo dell’Agro Pontino partecipa alla giornata conclusiva del progetto MAGISTER, con il Dipartimento di Scienze documentarie linguistico-filologiche e geografiche dell’Università “Sapienza” di Roma. Tra i relatori del convegno, che si terrà al Castello Baronale di Maenza il 30 settembre 2017, diversi collaboratori dell’Ecomuseo:
Manuela Francesconi, “Il progetto MAGISTER e il Museo della Terra Pontino: attività e protocolli d’intesa”
Antonio Saccoccio, “Nuove visioni urbanistiche nell’Agro Pontino: il Manifesto dell’architettura aerea di Marinetti, Mazzoni e Somenzi”
Stefano Salbitani, “Il ruolo della bonifica nella trasformazione del territorio: la valle dell’Amaseno”
Francesco Tetro (anche curatore del convegno), “Testimonianze materiali e immateriali nell’Agro Pontino”, video in collaborazione con Francesco Gagliardi.
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Comunque quella volta a un certo punto questi americani si misero a fare: “Tel prìvy, tel prìvy” e noi non capivamo. Rossoni allora – che come lei sa l’America era casa sua – disse: “El prìvy xè il cesso”, e anche noi da quel momento cominciammo a chiamarlo “prìvy” e ancora ce lo chiamiamo adesso; anche se naturalmente non c’è più e abbiamo tutti il bagno in casa. Fu zia Bìssola la prima che – una volta che c’era un ospite, non so chi fosse, forse il medico o il prete – dovendo improvvisamente andarci ma volendo motivare un po’ signorilmente la sua assenza, disse: “A vàgo int’el prìvy”. […]
E da allora in poi – prima per gioco e poi per davvero – per tutti i Peruzzi il cesso è sempre stato il prìvy e stava dietro, staccato dalla casa, come si faceva allora in tutte le zone di campagna. Mica solo in Agro Pontino. In tutto il mondo e le ragioni erano igieniche. Non essendoci disponibilità d’acqua corrente nelle case – disponibilità legata evidentemente all’energia elettrica – non c’era neanche la possibilità di smaltire in condotte o fognature i rifiuti che ne derivavano. Lo smaltimento doveva farsi quindi solo con i pozzi neri – scavati direttamente sotto la latrina – in cui i liquami ristagnassero per essere poi svuotati una o due volte l’anno. Non era perciò opportuno che le persone risiedessero stabilmente – ossia vivessero, mangiassero e dormissero – proprio sopra il pozzo nero. Per questo lo si metteva fuori, anche se nelle zone più povere e arretrate – come in Altitalia nei casoni – non c’era proprio nessun prìvy, o latrina che fosse, e nemmeno il pozzo nero, e la gente andava di volta in volta in mezzo ai campi.
[tratto da Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010]
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Il giardino del Museo della Terra Pontina di Latina, quotidianamente ed eroicamente curato dai volontari anche negli afosi mesi estivi. Si cerca di capire quali miglioramenti siano auspicabili e possibili, in un’ottica ecomuseale e comunitaria.
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2 giugno 2017 in Ecomuseo dell'Agro Pontino
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