Astura (dal X secolo all’età moderna)

Continuiamo la preparazione della giornata di interpretazione ecomuseale presso l’Astura, prevista per domenica 27 settembre, con altre annotazioni di Francesco Tetro, referente scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino.

Documenti di S. Alessio all’Aventino, datati tra il X e il XII sec., nel dare i confini della proprietà, nominano i ruderi, la via pubblica dell’insediamento medioevale attestato presso il fiume, l’isola, il porto, la peschiera, la Chiesa di S. Maria e Salvatore, il terreno coltivato, seminato per 30 moggi tra l’isola, la pineta e l’abitato stesso.

L’isola e le sue dipendenze vennero confermate a S. Alessio da Ottone III imp. (996), per poi passare, nel XIII sec., ai Conti di Tuscolo. Risale probabilmente a questa epoca la prima fortificazione dei luoghi, resa necessaria per il controllo della costa, date le frequenti incursioni dei pirati saraceni e data la posizione strategica, l’importanza dei luoghi stessi per il commercio marittimo e l’esistenza, fin dall’alto medioevo, di un piccolo borgo, che si era andato sviluppando sul fiume, attorno agli ormeggi, e che dal fiume prese il nome.

Per realizzare questa prima rudimentale fortificazione certamente si usò, come fondazione e come reimpiego, il materiale da costruzione proveniente dai numerosi ruderi allora ancora certamente ben conservati.

Nel 1166 l’abitato di Astura compare nel trattato di navigazione tra Genova e Roma come residenza dei Balivi genovesi (la carica di “Balivo” è legata ad una rappresentanza amministrativa, molto prossima a quella dell’esattore, del pubblico ufficiale) e nel 1193 appare dei Frangipane; e la prima testimonianza del castello è appunto di questo periodo. Nel 1268 Giovanni Frangipane, come è noto, consegnò a Pietro di Lavena, ammiraglio di Carlo d’Angiò, Corradino di Svevia che aveva cercato asilo, con pochi compagni e dopo la sconfitta di Tagliacozzo, ad Astura, sperando qui di imbarcarsi e portarsi in salvo. La conseguenza del tradimento fu la distruzione di Astura ad opera di una flotta aragonese (1286). Un atto dell’Archivio Caetani testimonia che l’anno dopo, riedificato il castello, gli abitanti si vendettero ai Frangipane.

Da questo momento le testimonianze indicano i vari passaggi di proprietà:

1301: i Frangipane cedevano metà di Astura a Pietro Caetani e questi, nel 1304 la rivendeva a Pietro di Landolfo Frangipane.

1328: Astura appare di Angelo Malabranca, cancelliere di Roma, e, in seguito ad un attacco dei seguaci di Ludovico il Bavaro, viene incendiata; quindi appare posseduta in parti uguali da Giovanni Conti e dallo stesso Angelo Malabranca.

1335: Margherita Colonna (moglie di Giovanni Conti) vendeva la sua metà di Astura all’Ospedale di S. Spirito di Sassia.

1367: L’Ospedale cedeva la metà di Astura agli Orsini, che in seguito ne acquistavano la parte restante.

1383: Astura era ancora un centro abitato di notevole importanza, come è testimoniato tra l’altro dall’assegno attribuitole nell’elenco del sale, che è superiore a quello di Albano.

1426: Antonio Colonna cedeva in permuta agli Orsini Sarno e Palma, ricevendo da loro in cambio Nettuno e Astura.

1594: È di questo anno un atto di vendita di Nettuno e Anzio a Clemente VIII. Nell’atto si nomina anche Astura “cum turri ac porto Asturae”.

1602: Nel portolano di Bartolomeno Crescenzio si nota Astura “con stanze per barche”, segno che il porto era ancora parzialmente utilizzabile.

Da questo momento la torre è destinata, come il Castello di Nettuno, e quindi adeguatamente armata e curata, alla difesa della costa dagli attacchi dei pirati. Ci sono molte testimonianze dell’attività di difesa della Torre di Astura attraverso documenti dei comandanti militari: a volte come vedetta (Foce Verde e Fogliano, pur già previste, ancora non erano realizzate), altre come punto di vera e propria difesa, armata com’era di cannone, e ancora come rifugio per navi inseguite dai pirati.

Il possesso dei luoghi da parte dei Frangipane segna probabilmente il passaggio dalla Torre originaria, sorta sui resti di epoca romana (perschiera e recinto che in periodo medioevale dovevano avere più altezza e consistenza), ad una vera e propria opera di fortificazione, in seguito ulteriormente ampliata. Un ponte in legno permetteva l’accesso al Castello ed un ponte levatoio, o una passerella, lo isolava.

La torre, posta in maniera decentrata rispetto al recinto, spostata verso il mare e con le sue mura di notevole spessore costituiva un baluardo sicuro. La forma in pianta della torre, originariamente quadrata, appare pentagonale in una ricostruzione del XIV sec., in quanto più adatta al tiro incrociato, mentre l’aspetto attuale è dovuto probabilmente ai Colonna e alla necessità di munire ulteriormente il Castello, per metterlo in grado di resistere alle invasioni turche. Per questo la merlatura originaria venne inglobata in un innalzamento delle pareti e le vecchie strutture furono rese più spesse, soprattutto alla base. La torre perse così il suo aspetto visivamente preminente rispetto al complesso. Inoltre l’ingresso al Castello venne spostato su un fianco, attraverso un lungo ponte originariamente ligneo ed in seguito (come appare oggi) in muratura.

Tra la fine del XVIII sec. e gli inizi del XIX sec. venne innalzato un ponte che il Catasto Gregoriano riporta sul fiume Cavata, intendendo per Cavata l’Astura riscavato in un punto di confluenza con un ramo del Moscarello.

Il ponte non risulta completo, forse perché già rovinato o forse perché la parte centrale era realizzata con materiale amovibile, per permettere il passaggio delle imbarcazioni. Restano del “ponte della Cavata diruto” fin dal 1819 consistenti ruderi nell’area vincolata a servitù militare forse in coincidenza di un tratto della via Severiana. Il complesso, posto sull’argine sinistro, è visibile dalla riva destra dell’Astura fino alla foce […] attraverso un percorso obbligato e recintato all’interno del Poligono di Tiro.

Paola De Paolis – Francesco Tetro, La Via Severiana. Da Astura a Torre Paola, Regione Lazio Ente Provinciale per il Turismo Latina, 1986, pp. 4-10

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