Archivi del giorno: 14 novembre 2021

“Méso cacio frisco… e méso San Francisco” (racconto di Patrizia Carucci)

L’antica chiesa di S. Francesco, annessa all’omonimo convento e al suo bellissimo Chiostro, venne edificata nel 1521 fuori, ma non lontano, dal centro abitato di Cori. Negli ultimi decenni lo sviluppo urbanistico del paese ha fatto sì che ne sia stata quasi inglobata. È uno dei siti paesani più amati dai coresi e mèta di visite da parte dei fedeli e di turisti in cerca di pace e tranquillità… un luogo quasi mistico. Il complesso monumentale venne costruito in seguito ad un voto fatto dal Comune di Cori a due frati francescani che predicarono in città intorno alla metà del ‘400 portando pace e conforto fra gli abitanti del territorio. Il convento fu consegnato ai Frati nel 1526 insieme alla Chiesa che si caratterizza per il suo splendido soffitto in legno a cassettoni dorati, stucchi e quadri di valore, la preziosissima pala dell’altare maggiore ed il coro di noce intarsiato.

Tanti i frati che nel corso dei secoli si sono succeduti prestando il loro umile servizio presso quest’oasi religiosa e Padre Raffaele e Fra’ Silvestro sono stati quasi gli ultimi di quest’elenco secolare ad occuparsi del convento corese, pertanto il loro ricordo è ancora vivissimo nella memoria dei paesani. Con il loro instancabile lavoro hanno tenuto in vita il convento, la chiesa ed il giardino con il boschetto ad esso adiacente.

Fra’ Silvestro, al secolo Alessandro Sisti (1919-2001), era nato a Ferentino, dunque un ciociaro che parlava con il caratteristico accento e qualche vocabolo dialettale della sua terra natia, ragion per cui a volte il suo discorrere non era facilmente comprensibile. Era “frate turzone”. Con questo termine dialettale corese si intende un frate laico, cioè colui che veste l’abito, ma non ha preso i voti quindi non può officiare la Messa. Paradossalmente al significato dispregiativo che vuol dire anche persona poco capace, prestava con estrema abilità il suo lavoro nell’orto, come apicoltore ed era “specializzato” per la questua del vino che effettuava nel corso della “svinatura” di ottobre. Ma la qualità peculiare, per la quale era conosciutissimo in ogni parte d’Italia, era la capacità di curare la sciatica con il metodo empirico del salasso. Questa patologia, peraltro piuttosto diffusa, consiste nell’infiammazione del nervo sciatico, il più lungo del corpo umano, che si diparte dalla zona lombare fino ad arrivare alla caviglia. Il dolore si irradia dalla gamba nella parte posteriore, di solito solo da un lato, e nei casi più gravi impedisce la deambulazione. La metodica praticata da Fra’ Silvestro consisteva nel far fuoriuscire sangue da una vena (flebotomia) in prossimità del malleolo esterno della gamba affetta da sciatica tramite un taglio. Ci sono tracce di questa tecnica empirica fin dai tempi più remoti. Fu importata dai greci e dai frati Francescani dall’oriente ai tempi del medioevo ed ora è praticata anche da alcuni rappresentanti della classe medica. Indipendentemente dalle basi scientifiche che giustificano il successo terapeutico, il salasso praticato da Fra’ Silvestro dava ottimi risultati e gente che entrava claudicante usciva spesso completamente guarita…saltellando, giurando riconoscenza eterna al frate “guaritore”. Tuttavia ci potevano essere casi in cui il dolore non era dovuto ad una semplice sciatica, non sempre era possibile ottenere una guarigione ed il frate stesso anticipava al malato se era o no il caso di praticare il taglio, inoltre requisito indispensabile al successo del salasso era di non aver assunto alcun tipo di farmaco. C’è da aggiungere che non veniva chiesto in cambio alcun tipo di pagamento, ma solo un’offerta libera per il sostentamento del convento.

Padre Raffaele, oltre a celebrare la messa e le altre funzioni religiose, era un instancabile questuante. Nei primi anni dopo la guerra girava per il paese a piedi, sacco in spalla, calzando i sandali caratteristici dei francescani, senza calzini anche in pieno inverno. Negli anni successivi passava per la questua a cavallo dell’asino e poi finalmente riuscì a motorizzarsi con l’Ape, motoveicolo a tre ruote, depositando il fruttato della questua dietro il cassone. Era sempre ben accolto da tutti, credenti e non, dato che era una persona simpatica e gioviale e con il ricavo delle questua, oltre a sostenere il convento, si distribuivano pasti a chiunque ne avesse necessità, soprattutto nell’immediato dopoguerra data l’estrema povertà del momento, forse il più critico, vissuto dalla comunità corese. Amava il buon vino e a volte, allegrótto per qualche bicchiere in più, dimenticava i pezzi del rituale religioso. Ciò lo rendeva ancora più simpatico ed umano; in realtà, anche se un po’ smemorato, era una persona di notevole cultura tale da sapere il latino in maniera profonda. Conosceva a memoria tutte le “poste”, sapeva a chi, dove e cosa chiedere e in cambio del ricevuto donava il santino di S. Francesco. Proprio a questo riguardo si narra di lui un aneddoto divertente:

Padre Raffaele aveva quasi ultimato il suo giro questuante. La prima tappa era stata quella dal vinaio il quale gli aveva dato una damigiana di buon vino e lui in cambio il santino di S. Francesco. Poi era andato al frantoio ed aveva ricevuto un fiasco d’olio ed egli ovviamente offrì il santino, poi dal fornaio che regalò al frate una grossa pagnotta di pane….ed il frate gli diede il santino. Dal contadino ebbe frutta, verdura e patate…ed egli il solito santino. Finalmente uscendo dal paese per ritornarsene al convento passo a “precoio”. In corese con questo termine si intende il sito di campagna dove vivono i pastori con le greggi e dove lavorano il latte a ricavarne ricotte e formaggi. Si avvicinò al pastore e gli disse: – Buon pecoraio, hai qualcosa cosa da offrire per il convento di S. Francesco? – E comme no… te pòzzo dà na caciottella de caso… Il pastore entrò nella capanna prese una forma di cacio, ma ebbe un ripensamento. Gli sembrava troppo darla intera, dunque la tagliò, metà la tenne per sé e l’altra, uscendo dalla capanna, la offrì al frate. Padre Raffaele per tutta risposta prese il santino, lo strappò a metà e ne offri una sola parte al pastore che rimase perplesso davanti a quello strano gesto ed esclamò:
– Zi fra’ …ma che me dà méso santino?
– Embè !…figliolo caro, “méso cacio frisco… e méso S. Francisco”.
E cosi detto, senza scomporsi, prese la mezza caciotta e se ne tornò al convento.

[di Patrizia Carucci, amministratrice del gruppo “Còri mé bbéglio” e referente locale per l’Ecomuseo dell’Agro Pontino]